Invia alla redazione

Centralmente è il tuo quotidiano, entra a farne parte!

Invia un articolo, potresti vedere la tua firma pubblicata sul giornale.


01/17/2022
HomeLa RivistaIL RIALZO DEL PREZZO DELL’ENERGIA: CAUSE ED EFFETTI

IL RIALZO DEL PREZZO DELL’ENERGIA: CAUSE ED EFFETTI

 

di Mario Travaglini

Siamo stati tutti costretti a prendere atto, se non altro con il pagamento delle bollette o alla pompa di benzina, che il  costo dell’energia è aumentato sin dall’autunno del 2020; dapprima in modo lento e poi, man mano che le settimane passavano, in maniera  sempre più forte fino all’esplosione di qualche settimana fa. Senza perifrasi di sorta dico subito che gli Stati Uniti hanno una responsabilità considerevole nella violenta impennata dei prezzi a cui oggi assistiamo impotenti e sgomenti mentre ci abbeveriamo al Sacro Graal dei telegiornali ed agli inutili dibattiti televisivi. Una responsabilità che va  ricondotta a tre fattori chiave. Innanzitutto perché è stato sottostimato il fabbisogno energetico interno soprattutto in rapporto alle previsioni formulate circa la rapidità della ripresa. Il nuovo Governo ha in sostanza lasciato che le riserve di petrolio, completamente sature in estate 2020, si riducessero assai rapidamente pur in presenza di una serie di cicloni  la cui attività aveva finito per destabilizzare  sia  la produzione che i processi di raffinazione nei paesi limitrofi del centro America. A ciò si aggiunga che due paesi molto vicini agli Stati Uniti, la Polonia e l’Ucraina, avevano esercitato una forte pressione  su Bruxelles  e sulla Germania al fine di  ritardare la messa in attività del gasdotto Nord Stream-2 (1), peraltro già pronto all’uso, capace di trasportare ben 55 miliardi di metri cubi di gas lungo un percorso di 1230 Km. L’altro problema,questa volta geopolitico, riguarda il fatto che i negoziati tra i paesi in conflitto tra loro  (Russia, Polonia, Ucraina, Stati Uniti) o comunque interessati ad acquistare gas (Germania,Italia ed altri Paesi UE) avendo tempi molto lunghi stanno ritardando la messa in opera del predetto gasdotto, il che permette ai produttori americani di gas liquefatto di proporre la loro produzione in Europa  con lo scopo di spingerli a ridurre la loro dipendenza da Poutin. In questo contesto alcuni Paesi europei, nel bel mezzo di un autunno dal clima capriccioso e in assenza di quantità di gas sufficiente ai fabbisogni, sono costretti ad aumentare i consumi di petrolio con conseguente aumento della domanda e quindi dei relativi prezzi. Se dunque il petrolio si fa sempre più raro è perché gli Stati Uniti, primo paese produttore al mondo, hanno ridotto la loro produzione per cause politiche e non di mercato, divenendo in tal modo il terzo paese dopo l’Arabia Saudita e la Russia.    Occorre ricordare che Biden tra le sue promesse elettorali aveva citato anche quella relativa al blocco delle concessioni per lo sfruttamento dei gas di scisto (shale gas) spiegando che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia per l’umanità e che tutti hanno l’obbligo morale di occuparsene. Tenendo fede a queste promesse il Presidente USA sembra abbia rinunciato ad opporsi alla sentenza della Corte Federale con la quale veniva interrotto il cosiddetto progetto Willow, ossia quel progetto voluto da Trump che autorizzava  Conoco-Phillips a perforare i suoli dell’Alaska nella ricerca di nuovi giacimenti. Il plauso degli ecologisti e di Greenpeace non si  è fatto attendere ed è arrivato con un perfetto tempismo  appena prima che Biden volasse a Glasgow per la COP-26, dove, almeno in grandi linee, è stato confermato che gli investimenti vanno indirizzati verso le energie rinnovabili e non verso i settori del  carbone e del petrolio.  Alla luce di questi eventi c’è da attendersi che altri processi verranno aperti contro le società petrolifere americane proprio in un momento in cui il prezzo di mercato del greggio rende di nuovo interessante l’estrazione da “shale oil” . Se gli Stati Uniti dunque  sono in ginocchio la sola via per approvvigionarsi  di petrolio resta quella di paesi del Golfo, i quali se ne impipano bellamente (mi si passi il termine) degli ecologisti e del riscaldamento terrestre, rimanendo refrattari ad ogni sollecitazione delle democrazie occidentali. Il problema  del momento per i comuni mortali che utilizzano l’autovettura per recarsi al lavoro è quello di dover pagare un pieno di benzina ben 100 euro; per le imprese, invece, il caro energia rischia di mortificare la previsione ottimistica di un Pil previsto in crescita del 6% per l’anno in corso e del 4% per il 2022. Emblematico è il caso dei tredici artigiani di Murano che sono stati costretti a chiudere per l’eccessivo rincaro del gas  che in un anno ha più che quintuplicato l’incidenza sui costi aziendali (una vetreria ha mostrato due bollette riferite al bimestre settembre-ottobre degli anni 2020 e 2021 rispettivamente di 7.249 euro e di  37.040!!!!! ).

Per quanto constatato nel passato e per le interconnessioni che l’economia presenta ormai a livello globale ci dobbiamo attendere, in Europa come in Italia, una traslazione delle difficoltà che vive in questo momento l’America, il tutto, forse, anche acuito dagli incagli inerenti le catene di distribuzione delle materie prime, dalla penuria di componenti elettronici, dalla dipendenza verso i paesi produttori di energia (Francia) e dalla verosimile riduzione dei consumi.

Non sono affatto ottimista.

(1)  Nord Stream-2 lambisce i confini della Polonia e della Ucraina e le priva dei diritti di transito per centinaia di milioni di Euro. E’ stato finanziato per gran parte da Gazprom (Russia) che per evitare problemi in ambito europeo ha sottoscritto trattati con Uniper, Shell, e la francese Engie.

Nessun Commento

Inserisci un commento