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09/20/2021
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SENZA MANI ED A OCCHI SPENTI: ECCO I VERI FUORICLASSE. DALLE PARAOLIMPIADI LA LINFA EMPATICA PER UNA SVOLTA EDUCATIVA

 

di Pierluigi Palmieri

La Ferrari ha perso l’abitudine di conquistate pole position e soprattutto di salire sul podio della Formula Uno. Il “made in Italy” di Maranello, da sempre ammirato per la sua linea e per il “rosso” a cui ha dato il nome, che figura nei catologhi della moda e del Design di tutto il mondo, solo raramente a fine gara vede sventolare per prima la bandiera a scacchi . Nella classifica costruttori, dove fino a un paio di anni fa contendeva la prima posizione alla Mercedes dell’asso pigliatutto Hamilton, è stata scavalcata anche dalla Red Bull e dalla Mac Laren. Il nostro automobilismo continua ad essere avaro di soddisfazioni, attenuando in qualche modo quelle immense che lo sport ha dato agli italiani con i successi nel Calcio a Wembley, nel tennis a Wimbledon ed in tante discipline a Tokio e, mentre scrivo, anche nel Volley femminile agli Europei di Belgrado contro i padroni di casa , come a Londra. In questo cerchio magico che sembra volerci far dimenticare i tanti mesi di buio legati alla pandemia e le resistenze di tanti ottusi nei confronti delle misure di profilassi, vaccinazioni in testa, si sono inseriti i risultati degli azzurri alle Paralimpiadi che proprio mentre pubblichiamo il numero 22 della nostra Rivista della domenica, si concludono nella capitale Giapponese con tre nostre atlete sul Podio dei 100 metri piani . Dal mio punto di vista è questo l’evento che rispetto a tutti gli altri ha il peso specifico più alto, in termine di educazione attraverso lo sport, e credo che se ci decidessimo ad analizzarlo in profondità per poi diffonderne il “verbo” in forma massiccia e non episodica, non mancherebbero gli effettti terapeutici sul nostro martoriato tessuto socio economico. E’ auspicabile che questo anno magico per l’Italia dello sport possa trovare nel PNRR uno sbocco altrettanto positivo, ma temo che qualsivoglia iniziativa che il nostro governo partorirà in campo economico non potrà trovare un terreno fertile perché siamo ancora fortemente “maleducati” in termini di solidarietà e di senso civico. Fin dalle elementari, qualche anima buona ha provato a spiegarmi che dare del maleducato a qualcuno significa offendere le persone deputate alla sua formazione civica, genitori o insegnante che siano, e che per contestare un gesto scorretto sarebbe stato più appropriato usare il termine ineducato. Comunque usare un termine o l’altro non cambia il “fatto” di per sé, ma personalmente, di fronte ad un’evidente mancanza di rispetto per gli altri e per le cose degli altri, ho sempre preferito il prefisso mal rispetto a in, attribuendo ai gestori del sistema il cattivo esito del percorso educativo e non a chi lo “subisce”. Mi rendo conto che la scelta, potrebbe a sua volta apparire irriverente nei confronti delle “anime buone” della mia infanzia, ma credo di poterla giustificare con la mia alta considerazione per quella capacità di comprendere ed emozionarsi per ciò che gli altri stanno provando. che risponde al nome di empatia. Se smettiamo di focalizzare l’attenzione solo sulla nostra mente e ci sforziamo di considerare anche la mente di qualcun altro passiamo da uno stato di puro o prevalente egoismo ad una situazione di empatia. Se trasferiamo questo concetto anche alle condizioni fisiche e all’ambiente in cui l’altro opera e cresce, il cerchio si chiude senza sbavature. Ebbene le Paralimpiadi, sin dalla loro istituzione forniscono l’esempio più probante dell’empatia. Ludwig Guttmann, come gli addetti ai lavori sanno bene, volle sollevare il morale dei suoi assistiti trasformandoli da pazienti immobilizzati dell’Ospedale di Stoke Mandeville ad atleti forti e dinamici. Il medico inglese, dotato senza alcun dubbio di un QE positivo molto elevato,aveva in cura tra gli altri i reduci della seconda guerra mondiale che avevano subito lesioni alla spina dorsale e li rese protagonisti dei Giochi precursori delle Olimpiadi Parallele dove le sedie a rotelle si trasformarono in veri e propri “attrezzi sportivi”, che oggi ammiriamo, come pure le protesi, in versioni sempre più sofisticate. Attrezzi e protesi che passano in secondo piano quando andiamo a considerare l’impegno fisico e mentale degli atleti che li usano e quanto sia stato in salita il percorso che liha portati ad esibire in pubblico il loro “punto debole”. E’ questo il passaggio più delicato su cui ci si deve soffermare per far emergere il peso educativo di questo tipo di performance. Non si tratta solo di valorizzare il risultato, che pure conta soprattutto per chi lo raggiunge, ma di attingere dal grande mosaico in cui brillano gemme preziose, che paradossalmente emergono dopo cadute traumatiche o dagli esiti di una genetica implacabile. Strade in salita che la persona cieca o priva di un arto, talora anche di entrambi, e in alcuni casi di tutti e quattro, ha scalato tra lacrime e sudore. Insegniamo ai bambini e agli adolescenti ad interpretare questo mosaico, magari invitandoli a immaginare di stare al posto di queste persone straordinarie, in sostanza ad entrare in empatia con loro. Simon Baron Cohen, che ha fissato i criteri per il calcolo del Quoziente di Empatia (QE) pensa che in un modo o nell’altro l’empatia si sviluppi in ogni bambino e che quindi è possibile educare all’empatia. L’accademico di Cambrige sostiene che l’empatia risolve i conflitti, accresce la coesione delle comunità e allevia il dolore. Le immagini delle Paralimpiadi costituiscono un vero e proprio patrimonio didattico da cui la Scuola in passato avrebbe dovuto attingere a piene mani. Mostriamo ai nostri bambini le immagini degli atleti, vincenti e non, che nuotano con un solo braccio o senza entrambe le gambe, della scermitrice Bebe Vio e delle velociste Caironi, Sabatini e Contrafatto che si abbracciano e si rotolano a terre avvolgendo le loro protesi con il tricolore dopo che Martina ha mimato il gesto di portare la sua corona di regina in testa ad Ambra. Mostriamo Assunta Legnante, Argento nel disco e nel peso, che piange per aver perso l’oro e Oney Tapia che canta in diretta per aver “vinto” il bronzo. Preleviamo dalle Videoteche i filmati dei campionati di Special Olympycs, in cui gareggiano atleti con disabilità intellettiva e portatori della Sindrome di Down. Magari, a latere, raccontiamo ai giovani studenti la storia di una certa Vanessa Ferrari plurimedagliata da giovanissima, che, dopo la rottura del tendine d’Achille nel 2017, alle Olimpiadi di Tokio2020, a trent’anni, riesce a salire sul secondo gradino del podio del corpo libero eseguendo tra l’altro uno Tsukahara (doppio salto mortale indietro raggruppato con un avvitamento), in cui i tendini sono i più sollecitati. In passato nulla del genere è stato fatto, per questo il nostro paese resta “maleducato”. La Ferrari della ginnastica offre sicuramente molti più spunti per una educazione all’empatia rispetto ai bolidi, suoi omonimi, della Casa di Maranello , ma sono gli atleti disabili a mandare il segnale più intenso, i veri fuoriclasse, sono loro la fonte vera che ci permette di riconoscere nell’altro sentimenti e pensieri ( e di trovare in noi risposte corrispondenti in termini di emozioni.

Concludo, ancora con Baron Cohen: l’empatia è “una delle più valide risorse del nostro mondo” ma “i politici neppure la nominano, mentre sono quelli che ne avrebbero più bisogno...

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