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09/18/2021
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E’ ORA DI PARLARE DI GIUSTIZIA

di Mario Travaglini

Due questioni sembrano essere molto lontane dal comune sentire degli  italiani ma che invece a mio parere rivestono caratteri di estrema urgenza deliberativa. Mi riferisco al tema della giustizia ed a quello della legge elettorale. Non meravigli il fatto che l’argomento venga trattato in questa  rubrica  perché  i sistemi giudiziari svolgono un ruolo importante nell’assicurare la difesa dei diritti e nel promuovere le condizioni basilari per lo sviluppo socioeconomico. A questo proposito, fattori come l’illegalità, la criminalità e l’inefficienza della giustizia possono alterare il funzionamento del mercato anche in maniera non modesta, allontanandolo significativamente  dalle regole classiche dell’economia. La sicurezza del mercato è infatti un fattore basilare dell’economia, al pari del capitale, del lavoro, degli investimenti e dell’informazione. La presenza di pericoli, o l’assenza di certezza nel fronteggiarli, in un mercato o in un sistema socioeconomico, condizionano le norme di funzionamento dello stesso, alterando i comportamenti degli agenti economici e le traiettorie di sviluppo, rallentando il circuito economico, alimentando sperequazioni nella distribuzione della ricchezza e generando posizioni di mercato dominanti anche in assenza dei necessari requisiti .

Capisco l’odierno stato d’animo dei nostri concittadini, aggrediti dai problemi pandemici e dei risvolti economici ad essi legati, ma non capisco, e tanto meno giustifico, il comportamento omertoso dei media. La serie inaudita di scandali che ha sconvolto il sistema giudiziario è sotto gli occhi di tutti, anche del Presidente della Repubblica che nella sua veste di capo del CSM avrebbe dovuto  pubblicamente sollecitare una qualche riforma. Invece nulla, al Colle non si è mossa foglia. Restano di attualità due iniziative : quella di alcuni partiti del Centro Destra  e dei Radicali, che attraverso al raccolta di firme porti ad una consultazione referendaria, e quella del Ministro della Giustizia Cartabia che tenta di far passare una “riformetta” che accontenti le capre ed i cavoli dei partiti attualmente al Governo. Ignorare la storia di questi ultimi diciotto mesi è inaccettabile; essa è punteggiata da fatti gravissimi che vanno dalle rivelazioni di Palamara, alle dimissioni di alcuni membri del CSM, alle torbide relazioni emerse tra i vertici della  Procura di Milano, alle recenti confessioni  dell’Avvocato Amara, all’indagine ufficiale avviata in capo a Piercamillo Davigo già membro del team di mani pulite nonché del CSM, per non parlare delle ricorrenti ed innumerevoli lotte intestine di cui si sono rese protagoniste molte procure i cui vertici, abbandonando volontariamente la loro missione istituzionale, si sono spesso e volentieri dilettati a rinviare a giudizio persone innocenti con il solo scopo di  espellerle dal circuito politico. Insomma una consorteria rotta ad ogni compromesso e  guidata solo dall’istinto ideologico e dalla brama di potere che oggi si  accompagna all’ansia di perdere quel poco che gli resta. E’ chiaro che la pavidità della politica ha favorito la nascita di potentati che con il passare del tempo hanno finito per asfissiare i settori più delicati del sistema giudiziario. Non c’è da perdere altro tempo.  Ora bisogna agire. Se non lo facessimo metteremmo a repentaglio anche la concessione dei benefici collegati al PNRR faticosamente presentato al Commissione Europea il 30 aprile scorso. Se fino ad oggi le riforme sono state paralizzate dallo strapotere della Magistratura e dalla ignavia dei politici occorre fare in fretta ed approfittare del fatto che essa è crollata nella credibilità e non è più nella condizione di ricattare chicchessia. E’ evidente che non può bastare la sola separazione delle carriere essendo già prevista nel processo accusatorio  che abbiamo adottato con la legge Vassalli sin dal 1988; in contrasto con quella legge il nostro PM incarna una anomalia tutta italiana perché continua a godere delle garanzie del Giudice, dei poteri del capo della polizia e del monopolio dell’azione penale senza peraltro avere alcuna responsabilità. La riforma che auspico deve andare ben oltre . Un magistrato che sbaglia perché inetto, incapace o peggio ancora perché in malafede, al pari degli altri funzionari dello stato, deve pagare per i propri errori. Non in senso pecuniario ma nella carriera, fino alla espulsione dalla Magistratura. E sulla  carriera ritengo si debba lavorare ancora molto non solo per eliminare l’anacronistico automatismo che porta i magistrati alla pensione senza mai essere stati sottoposti ad alcuna valutazione professionale ma anche per introdurre un esame medico ciclico per accertarne  il possesso di tutte quelle facoltà  psico fisiche  necessarie per svolgere con equilibrio il delicato lavoro che  “La GIUSTIZIA” loro richiede.

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