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09/18/2021
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MARCELLO MARIANI, UN ARTISTA DEL MONDO

 

 

Ho avuto il privilegio di conoscere Marcello Mariani all’Aquila, all’incirca nel 2005, quando ancora quella meravigliosa città intatta raccontava senza pudicizia la sua storia. L’incontro avvenne dopo un altro incontro fortunato, quello con Dante Capaldi, decano dei giornalisti abruzzesi e allora dirigente scolastico di un prestigioso istituto di secondo grado in città nonché, solo per noi ( stavo insieme ad altre due persone) guida simpaticissima e piacevole colta ed esperta di tutti i fatti e gli aneddoti cittadini. Risalendo dalla Fontana delle Novantanove Cannelle, dove ci eravamo dati appuntamento e risalendo verso il centro della città seppe intrattenerci con una quantità di aneddoti e storie, indicandoci nel frattempo le chicche architettoniche e gastronomiche dell’Aquilia. Fra le tante ricordo in particolare l’omaggio che ci fece di uno squisito torrone al cioccolato, prodotto in loco dalle Sorelle Nurzia.

Durante il nostro giro per la città nello scoprire, oltre la mia attività di dirigente scolastico, anche quella di pittore volle presentarci, a tutti i costi, Marcello Mariani, pittore abruzzese di fama internazionale e suo grande amico. Debbo dire che ci recammo nel suo studio, un po’ reticenti, nel timore di recare disturbo e forse di non essere bene accolti dopo questa visita a sorpresa. E  la sorpresa l’ebbi veramente… io e non gli altri, decisamente poco avvezzi alle cose dell’arte. Il suo studio era in via Sassa, nella chiesa sconsacrata di Santa Caterina. Nel varcarne la soglia immediatamente mi prese un senso di grande stupore e anche un po’ d’invidia per il possessore di un così splendido spazio dove, la religiosità dell’architettura, con un altare centrale che faceva capolino, dialogava in muto silenzio con le opere esposte. Per dirla tutta rimasi letteralmente senza parole…avrei voluto essere da solo,  in quel momento, per godere egoisticamente, ed in silenzio, di quanto mi circondava. Mi svegliò dallo stupore una voce estrernamente pacata che si presentava , porgendomi la mano in attesa della mia risposta. Dante naturalmente fece le presentazioni e, saputo che anch’io ero un pittore, volle informarsi educatamente sulla mia attività dopo di che incominciò la visita da lui guidata, nello  studio, fra le sue opere di vari periodi, che si sovrapponevano in una sorta di stratificazione senza fine.

Il sigaro fra le mani ed una curiosa ma pacatissima voglia di raccontare se stesso, come solo un artista sa raccontarsi ad un altro, fuori dalla retorica altisonante delle parole, ma nell’uso di esse per descrivere la poetica  e i materiali che davano corpo al suo linguaggio. Mentre Dante Capaldi, conscio dell’escludente rapporto a due che si andava creando ammansiva, suadente, gli altri due accompagnatori, un po’ annoiati, pescando nel suo infinito repertorio di curiosità abruzzesi. Marcello Mariani con una calma contagiosa, quasi ipnotica, dove il tempo è parso fermarsi, si raccontava e mi raccontava il perché del suo linguaggio pittorico e di ciò che lo aveva originato. Il grande amore per l’affresco in tutto il suo farsi di opera monumentale, ma frutto di una sapienza antica, che sapeva coniugare, dentro un campo visivo progettato e definito, la forma con i materiali di preparazione ed i suoi pigmenti, dando  così vita all’opera. I frammenti di tutto questo lavoro mentale prima di aggregazione, poi scomposizione, poi di nuovo di aggregazione è  in tutta la sua opera, dove le mani cercano, individuano e raccolgono, aggregandoli, frammenti di tutto il possibile immaginato; contenitore di sentimenti, idee, sogni, amori la gente, l’Aquila,…tutto questo turbinio si organizza, si sedimenta e diventa pittura. Questo modus operandi che è presente, sotto molti aspetti, nei linguaggi dell’arte moderna, in Marcello Mariani è la consapevolezza, quella solo presente in chi possiede la cultura delle cose che pensa, dice e fa’. Così nel ricordo delle poche ma stupende ore passate a dialogare con il Maestro da cui, solo il richiamo di Dante all’ora che, nel frattempo, si era fatta tarda, mi ha distolto. Penso che la globalità della sua opera necessiti e meriti  uno studio più approfondito, rispetto a quanto letto, detto e sentito finora. I commenti che lo omologano, con troppa faciloneria, alle produzioni artistiche di altri, lasciano, per mio conto, il tempo che trovano. Mi auguro che coloro che lo hanno amato e stimato siano promotori di una analisi globale  della sua opera  capace di restituirgli, interamente, la paternità e l’originalità delle sue intuizioni e produzioni pittoriche.

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