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12/05/2021
HomeLa RivistaFORME e RIFORME, CORSI e RICORSI.

FORME e RIFORME, CORSI e RICORSI.

di Silvia Boccabella

Venticinque anni e più di riforme: riforme non sempre efficaci nei tempi e nelle modalità d’espressione senza immediata evidenza nella linea o nelle finalità Ma su tutte svetta l’ incongruenza del loro susseguirsi destabilizzante, una dopo l’ altra, in antitesi fino al punto in qualche caso di annullarsi tra loro e, peggio, vanificando titoli e percorsi di chi nella Scuola vive ed opera per dare continuità, tracciare vie d’ innovazione e confronto, seminare per provare ad abbattere barriere ,ormai anacronistiche ma preservando quegli argini invece necessari, oggi straripanti, che la preservano, quale Istituzione, da destini quasi d’“intrattenimento” in cui le giovani leve vengano indolentemente e passivamente parcheggiate.

Per principio le riforme sono giuste, opportune certo, e molte tra esse, come la Berlinguer e la Fioroni, partono dalle migliori intenzioni ma sfumano in corso d’attuazione.   Magari perché “decontestualizzate” dalle indicazioni europee, illuminate ma lontanissime dalle realtà specifiche, dai localismi. Talvolta  tra mille contraddizioni e difficoltà, riescono a rendersi efficaci per “ispirazione e per volontà” di chi si impegna sul campo, nonostante l’impatto apocalittico tra burocrazia ed economia, tra principi teorici e necessità concrete. Ma dove il Sistema, la Sovrastruttura, è lacunosa e latente, il riformare attuato da riformisti poco lungimiranti, nel tentativo  sventato di proposte alla cieca, invece di protendere al rinnovamento, scivola rovinosamente ed inconsapevolmente verso l’implosione impattando contro la punta dell’iceberg… Nel sommerso sottostante, però, l’inestimabile tesoro delle idee, delle proposte, degli operati e dei progetti, come singole gocce hanno il potere di smuovere oceani. Basterebbe solo che  si lasciasse ai docenti la facoltà di cooperare e costruire il nuovo con fiducia: il loro entusiasmo è ricchezza e  la vera fonte del rinnovamento .

Ogni riforma deve nascere non come astrazione del mero intelletto erudito, ma dal basso, come collante delle esigenze sociali. Ed è così che la Scuola attende il Credaro della Postmodernità, come un Messia, che sopraggiungendo calzerà le vesti né di un lume, né di un genio, né di un santo, bensì di un uomo (o donna che sia) comune, di buon senso e di buone pratiche, non coinvolto nelle politiche farraginose delle lobbies trasversali scollate dal mondo. Un riformatore insomma con i piedi per terra e lo sguardo attento e vigile sulla Scuola odierna: emergenza nell’Emergenza; distanziata dai vertici e assembrata in spazi e tempi troppo stretti. La Scuola  ha sete di rinnovamento,  non ha bisogno di un  mero restyling e richiede una riconfigurazione algoritmica di macrosistemi docimologici, metodologici, sociali, motivazionali e di orientamento attitudinale.

 Arriverà il nuovo Credaro quando corsi e ricorsi storici ci riporteranno socialmente ed eticamente con lo sguardo al cittadino, inteso e come identità individuale da valorizzare e come  parte di un collettivo sociale partecipe e vitale, costruttivo e attivo.

Da dove partire per un effettivo rinnovamento della Scuola Nuova? L’emergenza pandemica in corso ha offerto, se non altro, opportunità per rivedere indicatori, criteri e parametri per la valutazione. È evidente che in una qualsiasi condizione emergenziale (non solo pandemica ma anche sismica o bellica ad esempio) decade ogni oggettività nelle prove e prestazioni degli studenti che  non godono di pari condizioni e mezzi, e attraversano vissuti e possono divergere tra loro in modo considerevole se non abissale. Pertanto, in fase emergenziale sarebbero da assumere, per principio, i  giudizi globali. Riforme come quelle Moratti e Gelmini riportarono la valutazione ad indici anacronistici, non più rispondenti alla pluralità postmoderna, variegata e complessa. Fioroni provò a mettere al centro “l’individuo” ma senza tener conto del dilagare del personalismo e dell’individualismo, la cui deriva arrivò al culmine con la cosiddetta ‘Buona Scuola’, che ha lasciato spazio a meccanismi ‘clientelari’ mortificando il merito.

La soluzione? Ripartire dal basso, dalle basi, mutuando magari  dal mondo anglosassone percorsi d’orientamento attitudinale e stages formativi che accompagnino i giovani nella delicatissima transizione dal mondo dello studio a quello lavorativo, con  la presenza di figure quali sociologi, psicologi e coachs motivazionali. Si  valorizzino i giovani, potenziandone talenti e competenze, per  renderli spendibili tanto nell’immediato quanto sul luogo termine.

Il Paese si mantenga vivace, vitale e produttivo: funzionale, funzionante e meritocratico.

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