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L’ASINO DELLA FAVOLA E LA COLICA RENALE

Benessere / 59

L’asino della favola e la colica renale

di Giuseppe Mazzocco

   Appena ripresi i passaporti e ripassato il confine della Tunisia si scatena l’ansia di arrivare in albergo ed il convoglio, a velocità pazzesca ed in una notte che più buia non si può immaginare, riattraversa tutti quei villaggi e quei paesi che aveva incontrato poco prima, con la luce, fra officine meccaniche e sotto gli occhi attoniti della gente del posto!

    È proprio la “compagnia dei pazzi”!

   Alloggiamo all’hotel Ibis, di Medenine: un decoroso albergo dell’entroterra tunisina sprovvisto di impianto di riscaldamento perché, in Africa … fa sempre caldo! Fino a quando non siamo arrivati noi!

   Dormiamo con i sacchi a pelo messi dentro il letto, sotto le coperte.

   La mattina dopo, sveglia soft (rumorosi pugni sulle porte, come il giorno precedente e come per tutte quelle successive) e veloce colazione fredda.

   È il giorno 2 febbraio 1999.

   Partiamo alle 10.10 per Gafsa, per ottenere i visti per attraversare l’Algeria.

   Il medico sta molto male; per fortuna che i nostri addetti alla farmacia hanno portato medicinali assolutamente … non giusti per una pesante cefalea. Abbiamo di tutto: flebo, cateteri, pinze ed aghi chirurgici, ma non si trova una banale Aspirina. Mi sembra giusto, penso fra me e me. Forse che sul razzo per la luna vi era una chiave inglese per stringere i bulloni? Semplicemente, mi rispondo, il modulo lunare non aveva bulloni, ma il medico, che sapeva di essere soggetto alle cefalee, poteva portarsi un farmaco adatto! Per fortuna, fra i componenti degli aggregati, c’è una signora previdente che ha una scatola piena di analgesici! Evviva, si riparte ed in gran carriera.

   Posso, sicuramente, affermare che da questo momento il nostro viaggio in Africa, si è trasformato in corsa. Il pilota del camion, a fine giornata, ci riferisce che si sente come l’asino della fiaba che, per farlo trottare, gli avevano legato una carota davanti al muso, ma ad una distanza tale che non poteva addentarla. Per fame, quindi, correva come un pazzo e dietro a qualcosa che gli sfuggiva continuamente.

Il truck driver, che guida il camion (con velocità inferiore alle auto), ci raggiunge quando, ormai, noi siamo fermi da parecchi minuti. Al suo arrivo gli chiediamo … “Tutto bene?” … e subito ripartiamo. Lui, così, non ha il tempo nemmeno di scendere dal camion. In possesso di una simpatica “r” moscia, la sera esordì così: “Povco zio (per rispetto ai religiosi), mi sento come l’asino della cavota. Io avvivo e voi andate. Io avvivo e voi andate. Ma quando piscio io?”.

   Simpatico l’autista del nostro camion.

   Un altro disponibile componente degli aggregati, per riscuotere una pur minima mancia (è una mia cattiveria), pulisce a tutti noi gli specchietti e ci fornisce dei cappellini di una ditta di elaborazioni motoristiche che aveva sponsorizzato il loro viaggio. Troviamo molto azzeccata questa forma di pubblicità gratuita in terra africana; sarà, sicuramente, un successone di pubblico e di … vendite, in questa parte dell’Africa dove non ci sono officine meccaniche di elaborazioni! Ma, tant’è.

   A Gafsa “subisco” l’attacco di una fortissima colica renale. Non potendo essere soccorso dal medico, che sta malissimo, sdraiato sul sedile posteriore dell’auto con cui viaggia, in preda a pesante cefalea abbinata a conati di vomito, completamente rincretinito dal dolore, sono soccorso da un misericordioso religioso caposala, che mi somministra svariate compresse di Buscopan che aveva acquistato in un emporio di Tunisi, durante una breve sosta. L’altro religioso, per carità cristiana, mi consola raccontandomi (mentre io stavo male da morire e non avrei voluto sentire nessuno) che anche lui, tempo fa, aveva subito una colica, con dolori atroci, e si sforza di farmi capire che le coliche sono veramente pesanti! Questa è la solidarietà che solleva l’uomo dalle “pesanti catene del dolore”! Comunque, da quel buon caposala che è, mi prescrive di bere, almeno, 6 litri d’acqua, per essere, dice lui con un sorrisetto furbo, “sani fuori e puliti dentro” (come dice la pubblicità di una nota marca di acqua minerale). Queste frasi sono incredibilmente consolanti, per chi ha una colica renale a Gafsa!

   Quando riapre il consolato algerino, appuriamo che per avere i visti d’ingresso per il Niger ci vogliono sei giorni. Decidiamo, allora, di tornare a Medenine, riattraversando tutti i piccoli villaggi che avevamo incontrato nel passaggio precedente, sempre alla folle velocità che ha contraddistinto il convoglio Africa 1999 e sempre con il camion che arranca dietro e che si ferma quando, ormai, il più lento di noi ha “scrollato”, da tempo, l’ultima goccia di urina. A proposito di urina, io, bevendo tutta l’acqua che il capo sala mi aveva prescritto, ho frequentissime necessità di minzione (immaginate voi di aver bevuto, di seguito e per farmaceutica necessità, sei litri d’acqua, in un tempo ristrettissimo, e di continuare a farlo, anche se a piccole dosi). L’acqua bevuta bisogna espellerla e per farlo bisogna fermarsi. Il ritmo della folle corsa, però, non consente soste: il mio autista non riuscirebbe più a ricongiungersi al gruppo. Allora, in corsa, piscio in un apposito bicchiere di plastica e butto l’urina fuori dal finestrino. Tanto, fuori piove e la macchina che sta dietro ha i tergicristalli accesi! Senza risposta, la sera, restò la domanda dell’equipaggio che veniva dietro di noi: “Avete visto come pioveva? Addirittura, gli scrosci!”.

   Torniamo all’hotel Ibis per la notte e il capo spedizione, che ha già preso possesso delle cucine, prepara una cena italiana di alto livello: antipasto di salame, prosciutto e parmigiano reggiano; spaghetti al pesto ed acciughe; per finire e per combattere il freddo panettone e liquori,.

   Tutti a letto, sotto le coperte e dentro i sacchi a pelo, come si fa abitualmente in Africa! Roba da non credere!

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