REGOLE O PERSONE?

 

IL DUBBIO / 59

 

 REGOLE O PERSONE?

di Enea Di Ianni

 

Quando si usa il termine “burocrazia”, novantanove volte su cento è per dire intralcio, lentezza, rompicapo, percorso infinito, lungaggini; una volta su cento, però, può capitare di incontrare qualcuno che ne dia e ne abbia un’immagine diversa, magari anche positiva. A me, per esempio, più di una volta è capitato di assistere, soprattutto presso gli uffici postali, piccoli e di media grandezza, a gesti di garbata disponibilità e gentilezza, da parte dell’impiegato o dell’impiegata del momento, nel dare aiuto ad utenti in difficoltà nella compilazione di modelli che accompagnano l’inoltro di corrispondenza raccomandata  con ricevuta di ritorno o, piuttosto, nel riempire dei dati mancanti un bollettino  di conto corrente.

E’ altrettanto vero, però, che sono stato testimone, in uffici diversi, dell’assunzione di atteggiamenti asettici da parte di impiegati che si limitavano al minimo dell’essenziale, giustificandosi col dire di essersi attenuti al proprio compito, come da mansionario.

            Proprio durante l’esperienza della pandemia, abbiamo sperimentato in tanti, e in luoghi diversi, che di fronte all’obbligo di compilazione di moduli per accedere in qualsivoglia ufficio, valido per tutti e indispensabile a tutti, ci siamo trovati di fronte, a volte, a dipendenti che, responsabili dell’acquisizione dell’autocertificazione, si sono limitati a consegnarci il foglio e a ritirarlo a compilazione avvenuta;  altre volte a dipendenti che davano volentieri una mano richiedendoci i dati da inserire nel il questionario e, poi, invitandoci a sottoscrivere quanto lui o lei, sotto nostra dettatura, avevano testualmente verbalizzato.

Due modi di interpretare la burocrazia, due modi di approcciarsi al pubblico, due modi di vivere il proprio ruolo di impiegato o funzionario.

            Al suo sorgere “burocrazia” voleva dire e significare un insieme di persone che, dotate di risorse anche culturali, si ponevano da intermediarie fra il potere costituito e il popolo, i cittadini, i sudditi, per realizzare finalità collettive e condivise, facendo buon uso della razionalità, dell’imparzialità e  dell’impersonalità.

            La “Burocrazia” (che deriva il nome da “bureau”, scrivania, arredo rappresentativo di uno status,  presente in qualsivoglia ufficio e dietro alla quale prendeva posto l’impiegato e/o il funzionario preposto al lavoro, il “burocrate”) è nata come la “longa manus” del potere dello Stato e, come tale, si è andata collocando, strategicamente, in tutto il territorio nazionale per raggiungere i singoli cittadini con le sue disposizioni, le sue richieste, e per raccogliere la soddisfazione delle stesse. Al proprio interno la “Burocrazia”, già dal suo nascere, assommava più figure di impiegati organizzati in compiti precisi e differenziati, da quelli direttamente in contatto con la gente, a quelli che provvedevano a valutare le richieste, a soddisfarle o rigettarle, ad esigere gabelle o dazi e tasse, fino a quelli che vigilavano sull’operato degli stessi impiegati e sulla bontà ed onestà del loro lavoro. A valutarli per premiarli o licenziarli.

La “Burocrazia”, intesa come organizzazione della gestione del potere, è presente un po’ dappertutto: nel sacro e nel profano, nell’arte e nello sport, nel pubblico e nel privato e si esprime in regole e regolamenti, in codici e codificazioni, in leggi e statuti, in ordini di servizio e disposizioni. In comportamenti.

Una volta – e non credo di sbagliarmi – anche all’interno di famiglie e casati vigeva un certo ordine “gerarchico” molto simile alla burocrazia. Insomma la burocrazia sa proprio tanto di uomo, di fatto umano, di catena gerarchica umana e prende dall’uomo il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto. Di per sé è neutra: non ha colore, né sapore, né odore; quando li prende, li prende sempre dall’ essere umano.

            Il 17 gennaio 2017, sulla rivista mensile dell’Associazione Nazionale Alpini, il  Ernesto Ferrari di San Pietro a Legnago (Verona) richiama l’attenzione su un problema sollevato da un altro socio che lamentava l’esistenza di atteggiamenti di ostracismo da parte di qualche parroco che non avrebbe permesso di recitare la “Preghiera dell’Alpino” durante una cerimonia religiosa nella quale partecipava l’Associazione. Al Ferrari s’era insinuato il dubbio e, dopo aver cercato di chiarirlo sentendo, in merito, il parroco di un Comune vicino al suo, così concludeva: “…I preti, in genere, devono sopportare molto (in silenzio) un popolo (privati, gruppi, istituzioni) che si prendono il lusso, ormai consolidato, di anteporre le loro emozioni e i loro riti, in spregio ad un’etica religiosa invece ben precisa…

La risposta del direttore della rivista non si lascia attendere:

I preti, quando ci si mettono, riescono a incartare molto bene il Vangelo, confondendolo talvolta con il loro punto di vista. Considerato che la messa è l’azione di Cristo e della Chiesa (definizione ufficiale), chiederei al tuo parroco cosa intenda per Chiesa. E’ quella del celebrante, di chi rivendica il potere sulla comunità, del clero? O c’è dentro anche il popolo di Dio, alpini compresi?

E quale regola fa divieto di innalzare una preghiera? Le regole, perché non diventino burocrazia ecclesiastica, devono tener conto che le persone e i loro sentimenti vengono prima delle leggi

Le regole, se tengono conto delle persone e dei loro sentimenti, non diventano burocrazia. Mai!

Da ragazzo ho frequentato, a Sulmona, l’Oratorio dei Frati minori, presso il convento di Sant’Antonio. All’epoca non capivo, né sapevo, di burocrazia, tranne di quella che si viveva osservando, a scuola, le regole di comportamento scolastico e, in chiesa, quelle relative al culto.

Durò più di un triennio, forse cinque anni, il Priorato di Padre Guido, un frate spilungone, magro e alto, con gli occhiali, sempre indaffarato di suo e per gli altri. Da Padre “guardiano” dette vita ad un fiorire di attività coinvolgenti l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza: teatro, musica, sport, laboratori scenografici, giornalino, cinema. In un tempo in cui si aveva poco, noi, con Padre Guido, avevamo non tutto, ma di più.

Non era raro che, dopo un intero pomeriggio impegnato tra compiti, recitazione, canti, sport, giornalino ed altro, Padre Guido venisse di soppiatto nei nostri ambienti di creatività per salutarci e, trovandoci indaffarati e osservandoci in silenzio, tra il commosso e il sorpreso, anziché congedarci, dopo una rapida panoramica da dietro quel paio di occhiali da vista a metà naso, con voce ammiccante e decisa ci poneva uno straordinario, inaspettato quesito: – Che vi andrebbe… Anzi vi va di mangiare qualcosa con noi? – (noi voleva dire con loro, con i frati).

            Non eravamo tanto sfacciati da dire “sì” con la voce, ma la risposta affermativa si leggeva sul brillare improvviso degli occhi. In un attimo riempivamo il refettorio in ogni ordine di posti e, nel silenzio più profondo, si avviava un concerto straordinario di cucchiai in movimento continuo, cadenzato e a tempo, tra il piatto e la bocca.

Alla domanda di mia madre su cosa avessi mai mangiato per tornare così allegro a casa, rispondevo “Un brodetto… un brodo speciale!..No, non un brodo di gallina e nemmeno di vitello.. Un brodo con i dadi !?!”

Osservavamo tante regole e lo facevamo con naturalezza, senza che ci venissero ricordate. Puntuali a Messa, presenti nelle occasioni speciali, disponibili nei piccoli impegni, lavoretti e commesse. Furono cinque anni meravigliosi, anni che abbracciarono l’ultimo anno della mia scuola media e i primi quattro delle superiori.

Poi, una sera di settembre, al primo ritrovo dopo le vacanze estive, Padre Guido ci riunì nel “pensatoio”, la spaziosa sala che ci ospitava tutte le volte che dovevamo impegnarci su un progetto da porre in cantiere.

Dopo una preghiera di ringraziamento per le godute vacanze, ci annunciò che era stato nominato il nuovo Padre “guardiano”  e che adesso spettava a lui, al nuovo, decidere come continuare, e se continuare, quei laboratori che ci avevano sottratto per cinque anni alla strada e innamorati ad una vita fatta di tanti impegni sì, ma che non ci pesavano, anzi ci stimolavano ed arricchivano. A conclusione, arrivò l’invito che tutti aspettavamo:

Adesso, come tante altre volte, c’é il nostro “brodetto con i dadi”… Sarà anche l’occasione per conoscere il nuovo Padre GuardianoAndiamo!

Non fu lo stesso brodetto delle altre volte, o forse noi non eravamo gli stessi delle altre volte. Il nuovo Padre Guardiano parlò, a noi e ai frati presenti.

Ascoltai solo l’incipit… “Questo luogo, il refettorio, è luogo di preghiera e meditazione…di riflessione e quiete…è luogo sacro… “ Tutto il resto mi sfuggì o forse non volli sentirlo. Fissai un punto lontano e lì rimasi concentrato, fine alla fine.

…Sono tornato tante volte, col pensiero, a quegli anni; sono tornato anche fisicamente, ma una sola volta, nei luoghi che ci avevano accolti con Padre Guido. C’erano tutti gli ambienti, ma non erano più quelli che avevamo conosciuto noi. Avevano un altro odore, erano anonimi: puliti, ordinati , ma senz’ anima. Terminai il sopralluogo proprio rivisitando il refettorio e solo lì, soltanto lì, ritrovai lo stesso odore di “brodetto coi dadi”  e, sul serio, continuava a sapere di Padre Guido.

Era l’unica cosa che il cambio di burocrazia non era riuscito a cancellare!

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