“LA CAIOLE”

Abruzzesità poetica/ 59

 “LA CAIOLE” 

di Gabriele Mosca

 

Mentre impazza la primavera con fioriture, profumi, concerti aerei di volatili festosi, non demorde l’abitudine degli umani di trattenere, in gabbie appariscenti,  cardellini, canarini, usignoli, pappagallini.

Si comprano per i bambini, dicono i grandi, per soddisfare la curiosità di un momento, ma poi ad accudirli ci penseranno loro, i genitori, gli adulti e i bimbi si volgeranno ad altri interessi, magari anch’essi fugaci e di breve durata.

Da noi, in Abruzzo, le gabbie per uccellini si chiamavano “caiòle” ed erano costruite alla buona: stecchette di legno e filo di ferro, qualche volta sostituito da rete a maglie rade. Davvero bella era, invece, la gabbietta che recava con sé il venditore di “pianéte”, foglietti colorati anticipatori del futuro delle persone.

Si accorreva in tanti perché tanta era la voglia di leggere, in quei foglietti, il futuro come lo si sognava. Noi ragazzi, ma anche i grandi, eravamo attratti dal pappagallino, Loreto, addetto a “pescare” col becco la “pianéte” buona. Al segnale del venditore, Loreto si accomodava sul dito indice, che gli veniva offerto dal boss, e, avvicinato al cassettino aperto al di sotto della piccola gabbia, con due o tre beccate tirava fuori la “panéte”, il foglietto che poteva fare la felicità o la disperazione dell’acquirente del momento.

Il poeta sulmonese Gabriele Mosca, come tanti di noi, è dell’avviso che il prezzo della libertà è incalcolabile e che da liberi, quando si canta, si canta veramente; da prigionieri anche il canto più dolce si colora di malinconia.

Da una gabbia, qualunque essa sia e per quanto possa essere bella, ogni gorgheggio si fa lamento e intristisce. Tra i volatili e tra gli umani.

 

LA CAJOLE

di Gabriele Mosca ( dialetto sulmonese)

.

Nghe nu biele cante, fine a jere,

venive a resvejjarme la matine,

ma mo, pe’ vuluntà de lu destine,

tre truve aésse dentre prigiuniere.

 

Pure se fusce d’ore ’ssa cajole,

le note che accumpàgnane  ’ssu cante

so’ sempre triste, cumma se nu piamte

scésse comtinuamente da ’ssa gole.

 

Ma quisse n’è nu cante, è nu lamiente

che affligge forte pure quiste core

che sa ca la cajole è nu turmiente

 

pe’ nu cellùcce che resce a cantà,

mejje de nu suprane o nu tenore,

suolamente se tè la lebertà.

 

 

LA GABBIA

Con un bel canto, fino a ieri,

venivi a svegliarmi la mattina,

ma ora, per volere del destino,

ti trovi lì dentro, prigioniero.

Anche se fosse d’oro quella gabbia,

le note che accompagnano il tuo canto

sono sempre tristi, come se un pianto

uscisse continuamente dalla tua gola.

Ma quello non è un canto, è un lamento

che affligge forte anche questo cuore

perché sa che la gabbia è un tormento

per un uccellino che riesce a cantare,

meglio di un tenore o di un soprano,

solamente se ha la libertà.

( E. Di Ianni)

 

 

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