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VIAGGIARE E’ AMARE

di Giuseppe Mazzocco

  Le frasi scritte sopra non c’entrano niente con quello che riporterò in seguito, ma mi piacciono e, quindi, le propongo come titolo di questo articolo: il potere di essere “scriba”!

      Il viaggio in terra tunisina inizia con la rottura del registratore sul quale volevo incidere le mie impressioni, man mano che andavo avanti con l’avventura. Devo, invece, scrivere a mano tutti gli appunti e farlo su un’auto a folle corsa, su terreni pieni di buche, su piste e su sabbia, guidata da un “delinquente” di autista che sghignazza ad ogni soprassalto; sono costretto ad affidare, quindi, alla memoria (la mia è, notoriamente, un po’ bucherellata) le impressioni che non riuscirò a scrivere. 

   Nei viaggi, come in amore, non si possono fare i conti senza l’altro, senza, cioè, il posto dove si va. La sorpresa e l’imprevisto, se nascono in terra africana, possono diventare ostacoli insormontabili. Prova tu, lettore incredulo, a comperare un registratore in un villaggio della Tunisia!    

   È meglio prendere appunti a penna.

   Partiamo da Genova in otto, il 30 gennaio 1999, alle ore 23 (la partenza era prevista, invece, per le ore 16), imbarcandoci sulla Habib, in servizio fra Tunisi e, ad approdi alterni, Genova o Marsiglia.

   Inutile che racconti del pomeriggio: era stato freddissimo e se ci penso, sto ancora male! A bordo, dopo la partenza, i divertimenti erano stati carnascialeschi (nota: questa è una pietosa bugia, parlando di un viaggio ai limiti della follia. Durante la navigazione non abbiamo potuto mettere il naso fuori dalle cabine; pensate, ad un certo punto, nevicava sul mare!). 

   Arriviamo in terra tunisina dopo 26 ore di vibrata e sconquassata navigazione. Appena sbarcati, vediamo venire verso di noi un vociante finanziere che ci urla: “E’ giunto il vostro capo!”. Il capo spedizione, che era arrivato prima (avendo viaggiato in aereo con il resto dell’equipaggio), aveva già avuto il tempo di facilitare il nostro sbarco. La leggenda vuole che buona parte dei doganieri di Tunisi fossero discendenti della stessa stirpe della famiglia del capo spedizione o appartenessero a rami cadetti. Non si capisce, altrimenti, tutta quella devozione e tutti quei saluti di riconoscenza per il nostro amico e per tutta la comitiva.

 Prendiamo alloggio all’hotel “Du Lac”. Andiamo a letto, più morti che vivi ed infreddoliti! Dove sarà il sognato caldo africano, con i colori della sabbia?

   È il giorno 1° febbraio 1999.

   Il capo spedizione ci sveglia la mattina alle 7.30 (fra i tanti compiti ha, anche, questo), bussando delicatamente alle nostre rispettive stanze (nota: in verità batte violentemente i pugni contro le nostre porte, facendoci svegliare di soprassalto. Inutile riferire che sulle nostre bocche non si affacciarono parole di cordialità). 

   Veloce colazione fredda e via (la velocità delle azioni, soprattutto quando si potrebbe stare un po’ rilassati, è sempre stata la principale caratteristica dei viaggi organizzati dal capo spedizione: è come se non ci stesse un domani! Bisogna correre, sempre!). Ci aspetta un confine africano!

   Uscire dalla dogana tunisina ed attraversare la frontiera libica è un’esperienza che non può essere raccontata in poche righe. È necessario scriversi, almeno, un libro! Comunque, come Dio volle, dopo aver riempito moduli scritti solo in lingua araba, alla luce delle torce elettriche e sferzati da un gelido vento riusciamo a passare l’ultimo controllo. Incontriamo la guida libica che ci fa fare una … “doccia fredda”, nel senso che ci dice che dalla Libia non è possibile entrare in Niger, per cui ci propone di andare a dormire in una vicina “casa del popolo libico”; l’indomani di fare un giretto turistico fra le dune e poi di … tornare a casa!

   Il capo spedizione dice alla guida che non siamo in Libia per fare del turismo e che nessuno di noi dormirà alla “casa del popolo libico”.

   Facciamo una rapida analisi della situazione e (licenziato in tronco la guida) decidiamo di … ripassare il confine libico, di rifare quello tunisino e di dormire a Medenine, per andare, l’indomani, a Gafsa, sede del consolato algerino. L’Algeria è l’unica strada percorribile per arrivare in Niger.

   Non sto a descrivere le facce dei soldati libici che, controllando i nostri passaporti per farci il visto d’uscita, leggono che siamo entrati in Libia … cinque minuti prima! Lo stesso stupore si disegna sulle facce dei loro colleghi tunisini che, nel farci il visto d’ingresso, vedono che siamo appena usciti dal loro paese.

   “Noi siamo per un turismo veloce”, credo abbia detto il nostro capo spedizione, ma deve essere stata dura anche per lui convincere le forze armate tunisine. Quando un soldato di frontiera non capisce il motivo di un transito e non riconsegnano i passaporti sono … “cavoli amari”.

   È notte; fa freddo; abbiamo fame; siamo stanchi ed i visti … non si vedono! 

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