FEDE O CAMMINO?

IL DUBBIO N. 58

FEDE O CAMMINO? 

di Enea Di Ianni

Maggio è un mese straordinario, sempre e comunque, indipendentemente dalla meteorologia. E’ il mese delle fioriture, dei cinguettii, dei tepori cocenti e del ravvivarsi delle festività religiose, frequenti e ricorrenti, tutte belle, quasi a costituire una catena, piacevolmente apprezzata, tra paesi e luoghi che sanno ancor vivere le tradizioni.

E’ facile e comodo, oggi, spostarsi in lungo e in largo perché sono davvero tanti i collegamenti viari percorribili a mezzo auto, autobus e treno.  Spostarsi da un luogo all’altro non richiede gran che, ma già ieri non era così e, ancora meno, lo era ieri l’altro, eppure proprio ieri e ieri l’altro, di maggio, tornavano a fiorire i pellegrinaggi religiosi. Erano pellegrinaggi a cadenza ricorrente e che richiedevano impegno organizzativo non tanto per definire le modalità connesse con gli orari di partenza, di arrivo, sosta e ripartenza, quanto, piuttosto, per far quadrare le diverse esigenze dei parta pieno  la devozione di ciascuno. Perciò era importante arrivare per tempo sul posto per potersi confessare e comunicare, partecipare alla santa messa, inserirsi nella tradizionale processione e poi…

Sì, poi bisognava intendersi sul “come” e “dove”, da pellegrini, si sarebbero riuniti per il rito del pranzo  – che non si chiamava ancora “pic nic”-  e, prima della ripartenza, del poter disporre di quel tanto di tempo libero personale da destinare a “un giro tra le bancarelle”. Sì, a quello che tanti chiamavano il “perdere tempo” a guardare, guardare la mercanzia esposta per scoprire, magari, tra le cose utili esposte, la novità da portare a casa. 

Per la consumazione del pasto in genere si sceglievano spiazzi all’aperto dotati di risorsa idrica e ombreggiati, un luogo appena poco distante dal centro abitato e dove  il cibarsi prendeva davvero il sapore di “comunione” e reciprocità.

Già prima di partire ci si era organizzati differenziando la scelta delle “pietanze” da portarsi dietro: un po’  di tutto che, poi, diveniva “assaggi” per tutti. In quelle occasioni la facevano da padrone la frittata, le uova sode, le alici in salamoia, i peperoni sotto aceto e qualche “tocco” di cacio pecorino. In casi eccezionali, sostanze permettendo, comparivano salame e prosciutto caserecci in fette assolutamente di spessore. Non mancavano le mele, le pere, il buon vino per garantirsi buon sangue, il caffè rigorosamente a temperatura “thermos” di famiglia e, per finire,  le noccioline americane calde, perché fresche di tostatura,  e comprate alle bancarelle del posto. Sulle note di un ”Du’ bbotte” o di una fisarmonica, sull’accompagnamento di una chitarra pizzicata partiva sempre, dalle donne, un canto a più voci e che, nel ritornello, si arricchiva del controcanto maschile. Erano quelli i momenti più belli che li avrebbero accompagnati per un anno intero e che, nel narrarli agli amici, in paese, sarebbero tornati a rivivere con lo stesso  senso di quiete, con lo stesso profumo di erba fresca e lavanda, con la stessa sensazione di paradisiaco benessere che li avvolgeva, uno ad uno, mentre si lasciavano andare, per una manciata di minuti,  tra le braccia di Morfeo… giusto il tempo per dimenticare la strada percorsa. 

Durante quella sosta, il pensiero provava, senza riuscirci, a non pensare. Sul tardi, col fresco, avrebbero ripreso a camminare, ma questa volta in percorso inverso, carichi di “cose” da raccontare e di “omaggini ” da regalare, quelli con l’abituale scritta “A … andai, a te pensai e questo ricordo ti portai!”. In paese, le case ne erano piene di ricordini, ma era un vanto riceverne, ogni volta, qualcuno, anche se degli stessi luoghi.

Dove si andava? Ecco, per noi dell’alta  Valle del Sagittario, le devozioni più sentite erano per l’Incoronata, per la Madonna della Libera, per Santa Gemma, per Santa Lucia, per San Donato, per la Santissima Trinità perciò Sulmona, Pratola Peligna, Goriano Sicoli, Prezza, Castel di Ieri e Vallepietra diventavano  – o erano? – vere mete per un  turismo che, alcuni anni dopo, avrebbero definito “low-coste”, ma che così non era perché costava fatica anche se dava piacere. Cosa spingeva tanta gente ad affrontare quelle periodiche “transumanze religiose”? Senz’altro una grande fede popolare nel Santo o nella Santa che veneravano, ma anche l’intimo convincimento che fosse giusto e doveroso recarsi  fisicamente, di persona, a chiedere il miracolo  o a rendere grazie e pubblica testimonianza per averlo ricevuto. Mi torna spesso alla mente un ricordo che ora mi fa sorridere, ma che mi aveva dato pensiero per qualche tempo. A Vallepietra, un comune ai confini tra Abruzzo e Lazio, c’è il santuario della SS. Trinità. Tantissimi sono, e sono stati, i fedeli che lo raggiungono nella domenica successiva alla Pentecoste. Procedevano in gruppi, i fedeli e in comune avevano un canto che ciascun gruppo intonava entrando nella piccola cappella. Fui sorpreso dall’intercalare di quel canto che, all’orecchio di me ragazzo, giungeva così: 

Viva viva / sempre viva,  quelle Treppe / son divine…

quelle Treppe / son divine: la Santissima/ Trinità!”

Ho faticato e fantasticato a lungo rima di poter capire chi o cosa fossero le “Treppe”. Sfilavano, si alternavano i gruppi di fedeli e tornava a ripetersi il canto e a ricomparire le “Treppe”. Raccontandolo agli amici ci eravamo convinti, insieme, che si trattasse di personaggi mitologici magari scomparsi. Quando l’enigma mi si è risolto e ho compreso che si trattava soltanto di un effetto derivante dalla ripartizione del testo accordata alla musica (quelle tre per/son divine), ho compreso una grande verità:  Dio non ascolta le parole, legge i cuori e perciò non c’era tanto da capire cosa fossero le “treppe”, c’era, invece, da farsi contaminare da quella specie di strana nenia e perdersi  davvero in essa.

Non sono scomparsi quei canti, si sono fatti più rari, è vero, ma non sono scomparsi. Perché? Perché non è scomparsa la fede; dentro di noi c’è ancora anche se tende a prevalere una sorta di timore nel manifestarla pubblicamente e in certe forme. Manca il coraggio di “osare”, ma non in tutti, fortunatamente! Nel pomeriggio del 21 agosto di ogni anno, a Villalago, all’ingresso del paese venendo da Scanno, all’altezza degli impianti sportivi, nel punto preciso da dove si scopre alla vista l’eremo di San Domenico Abate, il suono di un campanello e le note dolciastre di un organetto danno il via al canto corale dei pellegrini che da Fornelli, in provincia di Isernia, a piedi, stanno raggiungendo Villalago dopo aver camminato per qualche giorno. Sono tanti, tantissimi e cantano tutti. Sono grandi, piccoli, anziani, giovani, ragazzi. Sono uomini e donne che non risparmiano la voce; il suonatore d’organetto, in abito da confratello, è affiancato da altri due confratelli-amici che, pare, lo sorreggano. 

Suona davvero bene e canta intonato con gli altri. Ha il viso sorridente, che sa di vera serenità. Suona, canta, sorride, ma non vede e gli amici, cantando e sorridendo con lui, lo guidano quasi sollevandolo. 

Li precede una croce e li segue, processionalmente, un corteo inneggiante. Ogni cantore si appoggia ad una specie di bastone alla buona con in cima, compreso in un intreccio di teneri ramoscelli verdi, l’immagine, bene in vista, di San Domenico Abate. 

Capita sempre più spesso, oggi, sentir chiamare questi percorsi “Cammino” e vederli fiorire turisticamente. Ma è la stessa cosa? Hanno lo stesso sapore? Suscitano le stesse emozioni? Si fanno con le stesse intenzioni?

 

 

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