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LA TRUPPA AFRICANA

Benessere / 57

La truppa africana

di Giuseppe Mazzocco

   In uno degli ultimi incontri, come veri “lupetti” che preparano il campo estivo, avevamo battezzato le cinque auto e, come avviene sempre quando la parola passa davanti all’azione, avevamo imposto nomi da avventure salgariane.

   Una sempre lauta cena aveva sancito i nomi di battesimo dei mezzi, a cui erano state fatte delle foto e per cui avevamo intonato dei brindisi resi corposi da discorsi che neanche Sandokan si sarebbe mai sognato di fare.

   Il tempo della partenza era arrivato così velocemente che, almeno io, ero riuscito a preparare la valigia solo il giorno prima. Anche questo rituale (la preparazione della valigia fatta all’ultimo momento) la dice lunga sul modo col quale stavo affrontando (ma non solo io, seppi dopo) l’avventura africana. La sera prima di partire avevo lavorato fino a tardi e la sveglia della mattina successiva aveva suonato come l’inizio di una riposante vacanza (anche questa sensazione, mi fu convalidata in seguito, era stata comune a quasi tutti gli altri).

   Avevo saputo, con mio profondo dispiacere, che alcuni componenti il gruppo originale, con i quali avevamo già ben socializzato a forza di brindisi augurali durante le cene preparatorie, erano impossibilitai a partecipare al viaggio. Eravamo rimasti in dodici per portare a termine quella spedizione, chiamata “Africa 1999”, e per la quale erano state, addirittura, approntate delle belle cartoline ufficiali.

Gli “aggregati” alla nostra avventura (avrebbero fatto con noi tutto il deserto del Sahara) erano in otto, con degli ottimi fuoristrada (cavalleria veloce) e un attrezzatissimo camion (fanteria pesante), per cui il nostro piccolo “esercito” contava, in tutto, venti persone, determinate ed … armate fino ai denti, di sorrisi e di appetito.

   Estraggo dagli appunti presi per il “giornale di bordo”, ricopio dal diario ufficiale e pesco dalla mia poca memoria (sono passati tre lustri dall’evento) che l’auto ammiraglia (quella su cui viaggiava il capo spedizione ed il suo assistente, incaricato della guida) era stata adibita al trasporto delle derrate alimentari, dei selezionati vini e liquori. Di questi ultimi, nei luoghi dove dovevamo andare, ne sono proibiti non solo l’uso, ma anche la semplice importazione, anche per consumo personale (in poche parole, nei paesi mussulmani, dentro i confini nazionali che dovevamo attraversare, non si potevano portare bevande alcoliche). Non volendo rinunciare al vino da tavola ed al rito del digestivo dopo il pasto, avevamo convenuto di preparare delle confezioni ad hoc. Dal momento che trasportavamo del vero materiale ospedaliero, pensammo di mettere, sulle scelte bottiglie di vino che avevamo stipato insieme ai flaconi per le flebo, la targhetta, scritta in lingua francese ed araba, “lozione per dolori addominali”; il buon whisky era stato marcato come “medicina per mal da viaggio”, mentre il più invecchiato dei Calvados era stato etichettato come “liquido per impacchi per patologie del basso ventre”. Sparito ogni riferimento al reale contenuto, le bottiglie erano state imballate in scatole di cartone di tipo ospedaliero, con una croce rossa disegnata su ogni lato. Le scatole per i “medicinali”, oltre a quelli veri, contenevano anche eccellenti prosciutti, pezze intere di parmigiano reggiano, pasta della migliore farina, scelto olio umbro, scatolette di ogni leccornia (funghi, cipolline, tonno e tutto quello che può servire per sfamare i componenti della missione “umanitaria”) ed altra merce, per un totale di trentasei colli e, non ricordo, per quanti quintali. 

   In una seconda auto viaggiava la guida con un medico ed un senatore. Non potevamo neanche ipotizzare di fare un viaggio nel deserto (di cui volevamo, poi, raccontarne i passaggi storici e le affascinanti imprese) senza avere nel gruppo il fascino di una guida (l’uomo che trova sempre la strada), la competente presenza di un valente sanitario (l’uomo che, come accadeva nella réclame televisiva di qualche anno fa, salvava sempre un cavallino caduto in un burrone) e la figura di un politico: un ambasciatore di ogni tipo di messaggio. La guida, inventò di aver partecipato a molte Parigi-Dakar e ad altre gare in terra africana, di  conoscere bene il deserto e di essere un ottimo meccanico. In verità, se siamo tornati a casa è solo perché era l’uomo più fortunato del mondo ed ha trovato, sempre, la strada giusta, fidandosi ciecamente della sua … monetina, che lanciava in aria, scegliendo ad ogni incrocio fra “testa o croce”. Gli siamo andati dietro, per tutto il Sahara, recitando continuamente la scaramantica frase “… che bella monetina ha la nostra guida …”.

   Nelle altre auto viaggiavano, amichevolmente aggregati, un alto prelato, un priore ospedaliero, un dirigente d’azienda, due architetti, un giornalista ed io: lo “scriba africano”.

   Come detto in precedenza, al nostro convoglio ufficiale, si erano aggregati altri tre equipaggi (otto persone, in totale) con buona esperienza di sabbia e con tre mezzi (due fuori strada ed un camion) preparati per un viaggio in Africa. Tre gruppetti affiatati ed uniti dalla comune passione per “avventure” di questo genere. Erano gli “scout” della spedizione; viaggiavano assieme alla “truppa ufficiale”, ma potevano scegliere piste diverse e con personali velocità, perché erano autonomi per esperienza e per attrezzature da viaggio. Anche loro, però, facevano capo alla nostra guida ed al camion, sul quale vale la pena dire (dandogli una identità quasi umana) che era robusto, affidabile e dal “vocione” rauco. Era il nostro “campo base”! Sotto il suo bianco telone viaggiava la nostra sicurezza ed a tutte le nostre domande, qualunque cosa si chiedesse, veniva risposto “… è sul camion …

   Riferirò le avventure di questi “personaggi”, con le auto presentate e nel paesaggio africano! 

   Per correttezza informativa, però, se mi accorgerò di “esagerare” in alcuni passaggi del racconto, prometto all’incauto lettore che (per tacitare la mia coscienza di “scriba”) aggiungerò delle note di chiarificazione, riportando “una verità” più accettabile: una esplicazione del “vero”.

   

     

  

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