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    Bidello o Collaboratore, “CUI PRODEST?”

Il dubbio /56

                                “CUI PRODEST?”

di Enea Di Ianni

 

Il tempo ha il pregio o il difetto, dipende dai punti di vista, di cambiare tante cose e non solo relativamente a noi individui, ai contesti, agli usi e costumi, alle abitudini, alle mode, ma anche a certi ruoli che, pur potendo essere ancora utili, opportuni e funzionali, si fanno da un giorno all’altro “demodés”, fuori moda.

Il primo impatto con la Scuola Media, la “Panfilo Serafini” di Sulmona, fu davvero sorprendente per tanti, come me, provenienti dai piccoli centri territorialmente vicini alla città peligna.

Sicuramente lo fu anche per la novità del nuovo corso di studi, quello che seguiva le elementari e che, per potervi accedere, richiedeva un esame specifico, aggiuntivo a quello di quinta elementare: l’esame di ammissione. C’era, però, anche dell’altro: il tono austero dei “Professori” (che andavano a sostituirsi a quello, familiare, del “Maestro”), la grandezza della Scuola (che accoglieva dalle 15 alle 20 classi più gli Uffici di Presidenza, di Segreteria, la “Sala Professori”, la Biblioteca e la Palestra), ma anche le ore di lezione scandite dal trillo vivace di una campanella funzionante elettricamente e, soprattutto per me, la presenza di figure imponenti che vigilavano i piani e gli spazi dell’edificio. Erano uomini elegantemente vestiti con una divisa sul grigio-celeste, arricchita, sui risvolti del collo e delle maniche della giacca, con mostrine di velluto bordò  e bottoni metallici dorati che abbellivano l’indumento e rendevano austeri quanti la indossavano.

Era la divisa per il loro ruolo. Non avevano bisogno di parlare perché erano già sufficientemente eloquenti con gesti, sguardi e movimenti delle braccia, nell’indicarci dove andare e come procedere.

Non si poteva e non si doveva correre, né parlare ad alta voce e, meno che meno, attardarsi o fermarsi nei corridoi. Si era, insomma, sotto il controllo di questi strani agenti dell’ordine scolastico.

Certamente col tempo scoprimmo ch’erano anch’essi umani e pure tanto disponibili e paterni. Poteva accadere, come spesso accadeva, di dimenticare la colazione, la merenda scolastica (la cosiddetta “stozza”), o, magari, di aver un improvviso bisogno di un foglio uso protocollo per il compito in classe, o di penna o di matita, o di foglio da disegno…

Nessun timore perché loro, gli “agenti”, nelle singole postazioni contrassegnate da cattedre collocate in zone sensibili, erano in grado di provvedere.

Dopo qualche giorno di frequenza sapemmo che erano i “Bidelli”, qualcuno anche “custode” della scuola; tutti provvedevano alla pulizia dei locali scolastici, alle piccole manutenzioni, a profumare i corridoi di aroma di caffè, rigorosamente fatto alla napoletana, durante la ricreazione.

Dopo qualche settimana familiarizzammo coi loro nomi e i loro ruoli, conoscemmo parte delle loro storie, e ben presto divennero i nostri confidenti e difensori d’ufficio gratuiti. Sdrammatizzavano su un voto negativo, intercedevano coi professori – non con tutti, ma con buona parte di essi – per qualche marachella, tifavano per il nostro successo negli studi gioendo per un bel voto, incoraggiandoci e consigliandoci per un recupero da fare.

Oltre la scuola vivevano una loro vita familiare, erano padri di famiglia, zii, nonni perciò dentro quell’uniforme, che intimoriva, c’erano uomini (di donne ancora non ce n’ erano…) con problemi e modi di sentire umani.

Dopo le medie, alle scuole Superiori ne incontrammo altri: sempre in uniforme, sempre attenti a tutto, ma un poco più confidenziali e “audaci”. Intanto provarono a darci una mano nel capire il modo d’essere dei professori, le loro fisime professionali e umane, ciò che li infastidiva e ciò che apprezzavano. Qualcuno di questi vigilanti era bravo nell’imitare la riproduzione di firme, in particolare delle firme di genitori, e, all’occorrenza, la sua disponibilità poteva tornarci utile, al costo di un pacchetto di sigarette, ad evitare una disastrosa interrogazione attestando, a firma del nostro genitore, la particolare situazione familiare che non ci aveva permesso di poter studiare nei giorni precedenti.

     Anche lì, alle superiori, si poteva contare  sulla loro benevola complicità che si esplicitava in modi diversi a seconda delle esigenze e dei momenti. Rifornimento di penne, matite, fogli uso protocollo ricalcava le modalità sperimentate nella scuola Media; si aggiungevano a quei servigi le “false “ giustificazioni, le piccole complicità umane nel chetarci l’ansia o la delusione facendoci dono di una sigaretta, al momento salutare, o nel farci avere la soluzione di compito matematico. Lo stratagemma era semplice: il “bidello” acquisito, con suo metodo, il testo della versione o del problema, dopo aver provveduto, a mezzo suoi collaboratori di fiducia e assolutamente “anonimi”, ad effettuare la traduzione della versione o la risoluzione del problema, si presentava in aula con un qualsiasi pretesto, magari chiedendo soltanto se qualcuno avesse smarrito un oggetto qualunque e andava via.

Era il segnale che l’operazione si era conclusa nel migliore dei modi per cui lo studente interessato, o gli studenti interessati, potevano entrare in possesso di ciò che stavano aspettando nel luogo di cui sapevano e nel posto che si era convenuto.

Sulla complicità Bidello-Studente si potrebbero scrivere pagine su pagine e tutte sarebbero colorate di tanta solidale complicità umana, una solidarietà creativa mai venuta meno nel corso di ben nove secoli.

Sì, perché novecento anni fa l’Università di Bologna divenne fortemente attrattiva per gli studenti francesi e proprio questi giovani d’oltr’Alpi non ebbero esitazione alcuna nell’usare il termine “Bidellus” nei confronti del personale che, in quella sede universitaria, svolgeva mansioni di tutto rispetto come Messo, inserviente, custode di luoghi d’insegnamento, ma anche, e con grande utilità, svolgevano mansioni di assistenza e sostegno  a chi si trovasse a vivere e frequentare luoghi dell’educazione formale.

Poi, come sempre accade, qualcuno – o più di qualcuno – pensò di risolvere l’appiattimento di un servizio mal retribuito procedendo ad una rivitalizzazione della dignità professionale non con un inquadramento economico degno del ruolo e dei tempi, ma solo modificando la nomenclatura.

E’ stato così che, dopo nove secoli di vitalità e funzionalità, il nome “Bidello” si è modificato in quello di “Operatore scolastico”.

Più qualificante? Più dignitoso? Non so e non credo, visto che le mansioni son rimaste le stesse ed anche la retribuzione non ha seguito l’evoluzione della nomenclatura, anzi non si è proprio mossa. D’altronde anche le Facoltà universitarie, quei luoghi in cui il nome “Bidello” fiorì, non sono più le obsolete “Facoltà” di antica memoria. Assolutamente no; oggi si chiamano  “Dipartimenti”. Scusate, ma, “Mutate mutandis”, che resta?E soprattutto “Cui prodest”? A chi ha portato davvero giovamento giovamento?

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