HomeCulturaarti” DENTRO IL CANTO DEGLI ALBERI” ARTE EVENTO CREAZIONE XXVª EDIZIONE

” DENTRO IL CANTO DEGLI ALBERI” ARTE EVENTO CREAZIONE XXVª EDIZIONE

Ospitiamo volentieri la recensione della manifestazione “DENTRO IL CANTO DEGLI ALBERI” 25 anni di arte e natura, curata dal critico d’arte Mariolina Cosseddu. ( RP )

Un compleanno speciale, quello che Molineddu celebra questo anno dopo il travagliato momento appena trascorso e che ha alterato date e piani di lavoro ma non cancellato il desiderio e la volontà del suo artefice, Bruno Petretto, a non lasciarsi travolgere dagli eventi storici. Un compleanno che vuol essere rinascita e riappropriazione degli spazi della campagna, condivisione con il pubblico di un evento consolidato da 25 anni di arte e natura.

  Celebrare questo momento con una festa degli alberi ci è parso il modo migliore per stare a Molineddu, offrire agli artisti non un tema ma un richiamo come sentimento della natura che amorevolmente accoglie le opere e, non ultimo, riflettere sui grandi e complessi problemi dell’ambiente. Un invito ripagato con generosità da 15 artisti che in modi differenti si sono infiltrati tra i rami della mutevole vegetazione, hanno attraversato i piccoli sentieri della campagna, dialogato con la terra e gli alberi e hanno lasciato segni visibili e godibili del loro passaggio. Li propongo secondo un percorso che partendo dagli ambienti chiusi della casa in muratura all’ingresso del parco si conclude simbolicamente nella casa sull’albero che Bruno Petretto ha costruito anni addietro come segno tangibile di un sogno e di un microcosmo ideale. Se il viaggio tra gli alberi assumerà il sapore più di una guida sentimentale che di un itinerario ragionato e logico sarà solo addebitabile alle alchimie che si creano in un luogo governato dalla seduzione della natura e dal fascino della semplicità di una campagna accogliente.

Gli spazi dell’architettura rurale, proprio al principio del progetto espositivo, accolgono il visitatore, come motivo di apertura,  con il filmato che Antonello Fresu ha realizzato sul padrone di casa: “Bruno” racconta una sequenza di immagini che celebrano l’incontro tra il protagonista e un grande albero nella cui cavità naturale trova rifugio e accoglienza. Una vicenda colta occasionalmente, rimontata e accompagnata dalla musica di Bach  (nell’interpretazione di Mario Brunello) e concepita come un ritratto più vero del vero. La simbiosi è perfetta, fuori persino da qualsiasi metafora,  perché coincide idealmente con la scelta di vita di Bruno Petretto che nella natura ha trovato  le ragioni della sua produzione artistica.

Nel vuoto di quegli spazi si dispongono le “Mummienere-bambinialbero” di Danilo Sini, enigmatiche e seducenti forme in metamorfosi, figure ibride di un immaginario potente e provocatorio.  Bambini a cui spuntano le ali mentre scoprono zampe di capra e dal cui ventre nascono rami come braccia pensili intanto che si allungano e vedono spuntare piccole gemme.  Simili ad arcaiche figure mitologiche sono il risultato di un colto primitivismo che gioca con allusioni e metafore e che rivela il fascino oscuro di un inconscio senza inibizioni. Il sentimento del mostruoso  ritorna in questa serie di opere e, ancora una vola, si incarna nell’infanzia e nella sua perduta innocenza, presagio crudele del destino dell’umanità a cui però non sembra estraneo, nei rami pronti a rifiorire,  uno spiraglio di salvezza.

Qui si inserisce, a creare una dimensione onirica, l’opera di Paola Dessy, parte di una più complessa installazione dal titolo “Giardini del sogno”. Simile a una lampada magica, la scatola retroilluminata lascia intravvedere un intreccio fitto di rami che la sapiente incisione rende mobili e dolorosi nella consunzione di vecchi tronchi inariditi dal tempo. Architetture vegetali ripiegate su se stesse e tratteggiate sino all’azzeramento naturalistico. Come una moderna “vanitas”, l’opera appare una sentita riflessione sulla fragilità delle forme arboree, sfilacciate in un tessuto che la luce rivela e mette a nudo, e dunque sullo stato della natura minacciata dall’uomo.  

L’installazione all’aperto che inaugura l’itinerario espositivo è opera di Salvatore Coradduzza: “Reliquiari” contiene, in teche collocate sul terreno come vetrine di cui capovolge l’abituale destinazione, frammenti sopravvissuti alla furia del fuoco, brandelli di alberi e cose, di abitazioni e di frammenti di vita. Nel duplice ruolo di memoria e di morte, di macabri souvenir e di urne pietose, di scrigno e di tomba. Ciò che normalmente sarebbe diventato accumulo da gettare via, diventano, nella visione artistica, reliquie di vite lacerate, simboli dei danni irreparabili di mani incendiarie, stele funerarie di un contemporaneo drammatico.

Nel cuore della vegetazione si infiltra la struttura installativa di Sabrina Oppo, un arcolaio dipinto di bianco, festoso nei nastri che lo decorano, sonoro nelle campane che lo completano. “Sogno di una notte d’estate” è, di fatto, una visione onirica che si fa scultorea e si accresce di simbologie in dialogo con la ricchezza del luogo. L’arcolaio, immagine mitica del fluire del tempo, viene sospinto dal vento che diffonde il suono sommesso delle campane che rimandano al mondo animale e accomunano le specie viventi nel ritmo vitale.

 

Sulle pareti della struttura in muratura Giusy Calia ha allestito il suo trittico “Questa stanza non ha più pareti”, un lavoro fotografico in tre tempi reso unitario da una stessa modalità compositiva e da un linguaggio visivo luminoso ed evocativo. Nel suo giardino segreto tutto si capovolge: interno ed esterno, vicino e lontano, concreto ed effimero. L’attesa è la condizione della vicenda narrativa, affidata alla figura femminile, allegoria  reale della memoria. Noi siamo fatti di memoria, dicono queste immagini, come la natura, gli oggetti del quotidiano e le architetture del passato. L’arte ne preserva le storie.

 

Accanto trova il suo posto ideale un piccolo tabernacolo di legno che contiene “Nostro padre albero”, l’opera di Igino Panzino. Una struttura aperta come un’edicola architettonica preserva dal tempo una forma arborea stilizzata e fortemente iconica. L’albero, ridotto all’essenzialità di una metonimia, si offre quale reliquia di un passato che ha disertificato la terra e di cui rimane il simbolo di un possibile scenario. Come nei tempietti votivi della tradizione classica, così la segnaletica arborea di Panzino appare investita di un’aurea sacrale, di un valore di meditazione e di ripensamento sulle sorti della natura e sul ruolo degli uomini

 

 

 

Oltrepassato il piccolo ponte di legno si può intravvedere, sul fondo del fiume che attraversa la campagna, l’installazione di Giorgo Urgeghe:  un intervento di trame di colore che si dispongono come corde tese su una imbarcazione in balia del vento. Legata a un fortuito asse di legno,  una fascia di fili lanosi si aggrappa saldamente pronta a seguire il corso del copioso ruscello abbandonandosi alla corrente che li trascina e li adagia sul letto d’acqua. Simili a strutture vegetali intrusive e invadenti, le forme dell’artificio formale acquistano il valore di una segnaletica cromatica che si mescola agli aspetti della natura, in un gioco allusivo tra le ragioni dell’uno ( intervento artistico) e la necessità dell’altra (la natura assecondata).  

 

A chi si inoltra tra la vegetazione avrà la sorpresa di imbattersi in piccoli arazzi che pendono tra gli alberi, lembi di stoffa delicatamente ricamati con soggetti semplici ed essenziali che richiamano il luogo: appesi ai rami decorano la natura come quadri liberi e leggeri, mossi dal vento ed esposti alla luce mutevole della campagna. Frutto di appassionate ricamatrici che nel lavoro antico e paziente hanno trovato la modalità di sentirsi parte di un progetto tutto al femminile. Una regista, una restauratrice, una fotografa, una creatrice di gioielli, si danno appuntamento nel tempo dilatato della operosità rassicurante e consolatoria per trovare, nella bellezza del manufatto, il legame con una tradizione e cultura millenaria. 

 

Pendono dagli alberi come “Residui” di architetture dilaniate e macerate dal tempo, le forme colorate di Roberto Puzzu, solo apparentemente in dialogo felice con la natura a cui sono legati.  La struttura sospesa e in precario equilibrio è composta di frammenti sovrapposti e spezzati, risultato di un mondo divorato dal fuoco e dall’incuria, dai cambiamenti climatici e dall’ignavia degli uomini. Macerie di un tempo che implode su se stesso, aggrappato a corde che pendono nel vuoto e su cui si addensano coaguli consunti, grumi sfatti e gocciolanti, indice della decomposizione simbolica del tutto. Eppure accesi dall’illusione del colore che richiama la vita, spiraglio di possibile rinnovamento, di un flebile rapporto con la vegetazione a cui rimane aggrappata.

 

Sospesa nel vuoto dello spazio aperto, irraggiungibile e intarsiata da frammenti di roccia, una seggiola di bambù aspetta impossibili ospiti. L’opera di Pino Mascia acquista il valore di un piccolo spazio sognato e diventato l’origine della visione poetica. Mossa dal vento dondola in precario equilibrio tra le fronde degli alberi e diventa così uno spazio magico dove collocarsi per uno sguardo ampio oltre il confine consueto, per azzerare la realtà fenomenica e dare vita alla dimensione immaginifica.  Sopratutto nel buio della notte, quando si accendono di luci soffuse le pietre cangianti e si crea l’immagine fiabesca che invita a proiettarsi lassù, dentro il canto degli alberi. Dove l’artista culla i desideri.

 

Per chi si inoltra tra gli alberi del frutteto si imbatterà nel lavoro discreto e provocatorio di Giovanna Sechi: “Le mele d’oro di Furtei”, un intervento apparentemente innocuo che sembrerebbe evocare i pomi d’oro del racconto mitologico. Eppure non è così. La seducente installazione rimanda a un episodio della fine degli anni novanta e a una dissennata politica di sfruttamento e impoverimento dei territori della Marmilla alla ricerca della polvere d’oro. La denuncia  dell’artista è in quelle mele: accattivanti e ingannevoli, perfettamente mimetiche nella cura dei dettagli, mostrano di fatto la loro natura artificiale, metafora di bramosie e avidi desideri.  Allora come oggi. 

All’ombra di un grande albero e in dialogo intimo con le sue foglie si colloca il lavoro installativo di Antonella Spano, frutto di una perfetta simbiosi tra il fare operoso delle mani e il lento progredire della natura. Da un piccolo riquadro ricamato di rami e foglie fuoriescono i fili di un disegno che ricrea lo stesso motivo arboreo della libera mobilità dell’aria assicurando il gioco felice di una continuità ideale con l’ambiente. Il legame tra la vegetazione e il lavoro artistico è il soggetto che diventa consonanza tra la crescita organica e la creazione stessa dell’opera, tra gli accadimenti del mondo naturalistico e e i motivi e le ragioni del fare artistico.

Sulla nuda terra si adagia l’opera di Gianluca Proietti: “Solve et coagula”,  un  immobile stendardo esposto alle intemperie e perciò alla sua inevitabile dissoluzione prima di ritornare alla propria origine ed essere trasformato in materia più nobile. Un processo alchemico caro al suo autore che anima la superficie del lavoro con un moto di forme sciolte e dinamiche, accese da calibrate lingue di rosso intenso, tracce dell’energia che muove il mondo: come la materia spuria fa ritorno al suo principio creatore, così la coscienza dell’individuo dovrà trovare il modo per ricongiungersi al motore primo che è la terra generatrice di ogni cosa. 

 

Il nostro viaggio non poteva chiudersi meglio se non con una fiaba, quella che Gianni Nieddu ha creato sul terreno pensando al campo dei miracoli nella vicenda senza tempo di Pinocchio: una serie allineata di buche contengono, sommati e dichiarati su piccole etichette da negoziante in bella vista, 400 centesimi, equivalente di quattro zecchini. Solo a un visionario poeta come lui poteva venire in mente che la riflessione sull’ambiente e sullo sfruttamento della terra, divorata da acchippacitrulli e mistificatori, poteva passare attraverso la vicenda così istruttiva del burattino di legno. E, in controluce, un omaggio a Italo Calvino, che ha sempre dichiarato che “le fiabe sono vere”. 

     

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