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INCONSAPEVOLMENTE…  Dimentichiamo chi non c’è più 

Benessere psicofisico

INCONSAPEVOLMENTE…  Dimentichiamo chi non c’è più 

(antropica paura)

Eravamo alla paura.

 Una volta Einstein in un telegramma diretto ad un super Comitato di eventi atomici, di quei gruppi fatti da scienziati atomici, si trovò a dire che (…) Il nostro mondo si trova di fronte ad una crisi di cui ancora non ci si rende bene conto e soprattutto non se ne rende conto proprio chi ha il potere di prendere decisioni. Era il 1933, anno definito dallo stesso Scienziato, difficile.

Cosa avrebbe detto mai dei nostri giorni?

Arrovellandomi in quesiti improbabili e inutili giochi di parole, incerta nell’oscillazione tra un accorato dialogo immaginario con Lui e con i presenti, mi ritrovo inconsapevolmente finita – e quando ho iniziato a scrivere non potevo saperlo – nella storia della pandemia secolare, un paio d’anni prima che accadesse davvero.

La storia – si sa – è ciclica, ma noi in quel reparto, non la vedevamo ancora. 

Il buio in pieno giorno, il dolore raccontato dai vicini di stanza, lontani e distanziati con i quali ci hanno chiuso per mesi, il silenzio dei respiratori di notte. 

Eppure nel reparto di Senologia, come in quelli di tutto il mondo, ci siamo abituati presto.

Come poter risolvere l’enigma della mancata prossimità?

Stabilendo priorità.   

Una prima rassicurante determinazione razionale è stata quella di farmi delle domande precise sulla vicinanza.

Vale di più la vicinanza o la prossimità?

Sentiamo il distacco solo dopo esserci distaccati, oppure lo sentiamo a prescindere dalla condizione in cui ci troviamo?

Proverò a dare una risposta evolutiva.

Il cervello, quando arrivano gli input dissonanti e dolorosi, cerca di dimenticare per bene, utilizza la via dopaminergica, e tenta l’oblio.

Per nostra sfortuna questo virus ci ha insegnato che, nell’annoso conflitto tra scienza e civiltà, l’obbligo dell’Umanità è quello di restare in vita, e di farlo in salute e che il cervello non sempre fa quello che ci aspettiamo da lui.

Stabilire bene le priorità per la nostra riserva di gratitudine è lo scopo di questo racconto.

Qual è l’impatto emotivo di chi è esposto ai traumi altrui? Qual è il costo della professione terapeutica e di cura?  

Il trauma nelle sue varie declinazioni può provocare conseguenze dissociative nella misura in cui l’esposizione al dolore provoca reazioni sintomatologiche ben definite così come l’esposizione prolungata, i ricordi personali del terapeuta e il degree of life distruptions, tradotto letteralmente con il grado di distruzione della vita, sono le variabili indesiderate dal terapeuta, che si affatica del dolore altrui, rimanendo traumatizzato dal trauma altrui. 

In una visione così particolareggiata della struttura personale di risposta al dolore, trovano spazio alcune declinazioni sul senso di responsabilità professionale del terapeuta, sulle sue afflizioni dolorose conservate nella memoria; afflizioni che contaminano l’ambiente vitale di chi si prende cura dell’altro in una maniera che, quando ciò accade, siamo in grado di ricondurre ad un gruppo di fattori maggiormente coinvolti nella reattività rispetto ad altri meno indicativi.

Diversamente dal burnout, sebbene mostri sintomi altrettanto totalizzanti, la compassion fatigue si manifesta anche dopo un singolo episodio di esposizione all’evento doloroso ed è propriamente attribuita solo a coloro che lavorano in ambiente clinici e a contatto diretto con il dolore esposto. Ben si comprende il motivo per cui il nostro studio abbia assunto un tale interesse nei confronti di questa sofferenza del caregiver e del terapeuta e l’ulteriore approfondimento che si desume dalla caratterizzazione che segue, sta ad indicare come alcuni sintomi possano condizionare pesantemente la vita dello specialista. Difficoltà nel riposo notturno, disturbi psico-somatici, sintomi emozionali come l’irritabilità, l’ansia e la depressione, sintomi comportamentali come il cinismo, l’evitamento del paziente, l’abuso di sostanze, l’aggressività e il pessimismo, sintomi interpersonali come la difficoltà di concentrazione, scarsi rapporti con il paziente, la disumanizzazione e il poco senso dell’umorismo  e sintomi da work related come la bassa performance lavorativa, l’assenteismo, la difficoltà ad assumere delle responsabilità e lo scarso rendimento, sono tutte le evidenze della mia ricerca che sta alimentando questa rubrica sul benessere psicofisico. Quando scardiniamo il tempo non ci resta che osservarne la struttura unitaria che resta e ragionare sul fatto che probabilmente il tempo materiale è in qualche modo rivelazione di una contingenza che non sappiamo misurare, che ci confonde e che – se lasciato andare – andrà ugualmente, anche senza di noi, perché quando si innesca uno stato d’animo di paura le aree corticali e sottocorticali del cervello – interessate dall’attivazione delle emozioni – si attivano affinché l’amigdala possa inviare dei messaggi, che, a loro volta, attivano modificazioni che non sono sempre direttamente riconoscibili; un esempio di questo processo di attivazione-disattivazione è tipicamente dato dal percorso di riorganizzazione modulare dei vari sistemi di memoria. Senza addentrarci nelle varie dimensioni relative alla conservazione o al recupero del dato, qui ci interessa dire come alcune zone cerebrali conservino le informazioni per poterle riutilizzare nella situazione di emergenza improvvisa, come se fossero sentinelle pronte ad intervenire in caso di necessità. Immaginiamo questo percorso sinaptico come una vera e propria ramificazione all’interno della zona più profonda del cervello, in cui l’amigdala risponde e provoca reazioni emotive allo stimolo, in anticipo rispetto alla neocorteccia: in questi casi può capitare che l’amigdala dia una risposta e che si attivi senza avere percepito completamente il messaggio da veicolare, in quanto gli input sensoriali provenienti dall’occhio, ad esempio, o dall’orecchio arrivano per prima cosa al talamo, con un messaggio primario e, in un secondo momento, il messaggio viene consegnato alla neocorteccia, divenendo segnale secondario (LeDoux, 1989). Quando il segnale giunge alla neocorteccia si raffina e si comporta come un pensiero pensato, assumendo tutte quelle caratteristiche ontologiche relative all’importanza e alla struttura del contenuto cognitivo ed emotivo; sarà proprio in questa fase che il pensiero verrà davvero pensato completamente, con quei processi di elaborazione delle emozioni dei cosiddetti processi cold, dove la prospettiva dell’altro è funzionale per la risposta mediata sulle emozioni. Siamo lontani dall’improvvisa reattività della risonanza emozionale e molto più vicini alla consapevolezza della risposta. 

(Nel prossimo articolo parlerò della dipendenza affettiva che deriva da questa forma di paura).

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