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01/19/2022
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QUANTO COSTA IL PANE?

IL DUBBIO /  35  

 di Enea Di Ianni

Nello spazio, più o meno, di mezzo secolo, quanti tipi di “pane” e di “caffè” sono comparsi sulle tavole di casa nostra e sono entrati a far parte della quotidianità delle nostre abitudini? Senza dubbio tanti e sono, ancora, in così continua crescenza da riuscire, più di una volta, a renderci indecisi e imbarazzati nella scelta. 

Poter scegliere è bello, non lo nego, e lo è ancor di più se è possibile farlo in tutti i campi. La riprova, almeno per quanto mi riguarda, è il piacere che provo nel soffermarmi sempre ad ammirare l’esposizione di “pani” nei supermarket di città e, a leggere la “lista” delle tipologie di caffè disponibili. all’interno dei bar, 

Meno facile diventa la scelta che, non di rado, si fa imbarazzante perché c’è sempre il timore di sbagliare che ci accompagna e ci fa essere esitanti nel comunicarla e ci lascia, spesso, non pienamente soddisfatti dopo averla fatta perché, nell’intimo, rimane il dubbio che, forse, valeva la penna orientarsi diversamente. Il cosiddetto “senno del poi” che, nel nostro idioma abruzzese, si ritrova, colorito, nel detto “Chi tante capa, puorche sceglie” (Chi è troppo esigente nella scelta, alla fine si ritrova con il peggio) , quasi a voler incoraggiare ad essere ardimentosi piuttosto che meticolosi in certe lungaggini.

Di fronte a pane cafone, michetta, ciriola, ciabatta, baguette, carasan, muffuletta, pagnotta, filone, sfilatino non è facile pronunciarsi anche perché, nella scelta, si accompagna la “modalità” con la quale intendiamo degustarlo. Ad esempio se il desiderio è quello di accompagnarlo ad una profumatissima mortadella, immediatamente scartiamo il pane, in senso classico, e ci votiamo alla pizza. Ma anche lì c’è da stare attenti: pizza bianca o scura? Oleata o liscia?

Non capita diversamente col caffè. Quale preferiamo? Caffè espresso semplice o macchiato? Magari schiumato o con panna? Lungo o corto? Decaffeinato, al ginseng, o piuttosto caffè d’orzo? E, riferendoci al mezzo per farlo, alla “napoletana” o alla “moka”?1 Quelle che le nostre mamme chiamavano “ciucculattère” e “machenétte”.

Quanti ricordi si accendono in noi addentando un panino e degustando un caffè…! Sono ricordi, oggi, e sono stati vita solamente ieri, una vita che tanti dei nostri ragazzi non hanno conosciuto e per questo, forse, si tuffano con avidità sui prodotti di fast food e di junk food. Loro vanno di fretta, hanno tutto e perciò non amano perder tempo a mangiare. Prediligono la velocità!

Noi procedevamo “lento pede”, avevamo pochissimo e perciò cercavamo, da quel poco, di prendere il massimo del piacere che poteva darci.

Il pane! Quante volte si andava a chiedere in prestito un po’ di pane, una tazza di zucchero o di sale che poi, puntualmente, si restituiva. Era una tacita convenzione sia il “chiedere” che il “dare” in prestito; anche un “poco di fuoco”, cioè di carboni accesi, si chiedeva e prestava per poter riattivare un focolare spento, la fiamma nel camino di una famiglia. 

Nelle occasioni “speciali” non destava vergogna farsi prestare dai vicini il servizio “buono” di piatti, di bicchieri, di posate cosicché parte della gioia, che l’evento avrebbe procurato, finiva col coinvolgere anche i vicini, autori dei diversi “prestiti”. 

Dicevamo del pane: quanta fatica farlo e che soddisfazione averlo potuto fare! Tutto cominciava col prenotarsi dal fornaio concordando la giornata per la cottura. Avuto conferma della prenotazione, il pomeriggio del giorno prima si metteva in moto un rituale datato, ma ogni volta nuovo, che cominciava col cernere la farina e cuocere le patate sufficienti a preparare la base dell’impasto. 

Il supporto delle patate non sempre dipendeva dal “gusto” della famiglia, spesse volte occorreva perché consentiva di economizzare farina e, così, si dava vita al pane con le patate. 

Il lievito era una specie di jolly che girava di casa in casa, un passamano, un prendere e dare interminabile. Lo si chiedeva al vicino che aveva panificato di recente. A sera si univa con la farina e le patate e il tutto si lasciava riposare all’interno della madia, avendo cura di tenerlo al caldo per l’intera nottata. All’alba, di buon’ora, arrivava, dal fornaio, il segnale per “ammassare”, per impastare e che voleva dire aggiungere al già lievitato la farina necessaria a preparare, poi, un certo numero di pagnotte (da noi si chiamavano “peniélle”) e pizze varie. Due/tre ore dopo, veniva recapitata la tavola sulla quale collocare pagnotte e pizze da portare a cuocere: era il segnale per rifinire l’impasto, dargli forma, caricarselo in testa e recarsi al  forno per la cottura. Con pane e pizze quasi sempre c’erano da cuocere un paio di teglie contenenti la pizza col pomodoro. Una di quelle pizze tornava a casa intera, l’altra si andava consumando nel tragitto forno-casa e costituiva l’assaggio per i vicini e per qualche “voglioso/vogliosa ” che si incrociava e ai quali si offriva.

Sì, da poveri si era felici di offrire, di “condividere” il poco che si aveva e lo si faceva davvero con un sorriso accogliente e non di facciata. 

Una volta a casa, la “madia”2 accoglieva, con le grandi pagnotte di pane e le pizze, quel corposo profumo di cotto che andava, felicemente, a sposarsi con l’aroma di caffè sprigionatosi, un’ora prima, dalla “moka” 3in azione. 

Quando costava quel pane? Non lo so, non me lo sono mai chiesto da bambino e neppure da grande. Mi sono limitato a mangiarlo, da piccolo; a comprarlo e mangiarlo da grande. Istintivamente, però, ho sempre fatto attenzione a non sprecarlo e a gustarlo di cuore, ad odorarlo anche, prima di assaporarlo. Lo amo, il pane; lo gusto con olio e sale, bagnato con acqua e vino e cosparso di zucchero: Lo amo intinto nel sugo che ribolle e nel condimento che rimane, adagiato, sul fondo del mio piatto. MI piace anche da solo, da pane, soprattutto quando, a casa o al ristorante, l’appetito c’è e il pasto tarda ad arrivare.

Istintivamente tendo non sprecare neppure una mollica, lo facevo già da piccolo. Tante volte, se mi è caduto di mano, l’ho raccolto, l’ho baciato e poi l’ho mangiato. Una volta lo facevamo un po’ tutti, forse perché poveri, perché avevamo davvero fame e il pane era davvero, e sempre, una grazia di Dio.  Poi abbiamo smesso di farlo. Perché?

Forse perché ci siamo allontanati tanto da quel mondo, da quelle abitudini, fino a sentirci “esiliati” nel presente, lontani da una certa familiarità coi luoghi, con gli usi, coi rapporti, con le cose che un tempo furono ogni giorno nostre. Siamo “esiliati” perché lontani dalla quotidianità di certe abitudini che, per molti di noi, sono state davvero “pane” di vita.

Tu proverai sì come sa di sale

  lo pane altrui, e com’è duro calle

  lo scendere e ’l salir per l’altrui calle.”

E’ la previsione di Cacciaguida, una sorta di avvertimento per dirci di apprezzare quel poco che abbiamo o abbiamo avuto e non dimenticare che non c’è mai limite al peggio. 

Perché amo il pane? Perché non lo spreco? Perché lo raccolgo se mi cade di mano? 

Lo facevo e lo faccio ancora perché non ho mai dimenticato il grande respiro di mia madre, di tutte le madri…! Un respiro di sollievo che, dopo aver deposto il pane fresco nella madia, la sollevava dalla recente stanchezza e la rassicurava: per una decina di giorni, in casa, ci sarebbe stato ancora pane per la famiglia! 

Quel pane nella madia la faceva star davvero bene, la rinfrancava del lavoro fatto, dei timori avuti, del sonno perso e, di botto, tornava spigliata, vivace  e contagiante di vita.

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