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01/17/2022
HomeLa RivistaMARCELLO COLUSSO: SALUTO IL MIO AMICO ARTISTA

MARCELLO COLUSSO: SALUTO IL MIO AMICO ARTISTA

Ciao. Non sono riuscito a dirtelo, prima che non potessimo vederci più! 

   Ti scrivo adesso il mio saluto, a distanza di tanti anni, e lo condivido con tutti i lettori di CENTRALMENTE, che ringrazio per l’ospitalità, unitamente al grazie che mi sento di esternare al collega Roberto Puzzu, che sulla stessa rivista ha già pubblicato un tuo completo profilo, sotto l’icona “arte” e nel suo spazio “ai confini dell’impero” dopo che, tua figlia Carmen, che segue le tue orme artistiche, mi aveva inviato una carrellata fotografica delle tue opere, alcune delle quali sono datate, come il nostro incontro che risale al 1969!  Ho provato tante emozioni.    

   Ci conoscemmo a Venezia che, da allora, è stata il palcoscenico di una parte importante della nostra amicizia, fatta di ore di compagnia con il gruppo veneziano e di discussioni sulle tue creazioni, sui progetti di viaggio alla scoperta di pungenti colori e su nuove forme da codificare.

   Ricordo la tua ansia nel creare un’opera per un film presentato, nel 1971, alla Biennale d’Arte Cinematografica di Venezia o per la tua maschera di Pulcinella per il Carnevale di Venezia del 1982 o per l’ideazione della macchina dei fuochi per il successivo Carnevale del 1984. Non hai solo dipinto, ma hai interpretato l’arte in molte sue forme. Mettevi molta anima nelle conferenze e nelle altre iniziative culturali, per le quali non lesinavi entusiasmo, così come la tua competenza si materializzava, sempre, nei rapporti accademici.

   Ho assistito ad una tua lezione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, vicino alla quale avevo il mio studio, perché, a fine giornata passavo a prenderti per tornare assieme a casa (abitavamo vicino), ed ho ascoltato il tuo intervento su degli affreschi di una chiesetta di un piccolo paesino abruzzese! Mi hai fatto scoprire un aspetto della mia terra, facendomi da cicerone fra dei luoghi che, dal punto di vista artistico, non conoscevo!

   I successivi viaggi in Abruzzo ti fecero capire la mia regione nella quale, nel 1974, hai fatto una mostra importante, al Centro Iniziative Culturali di Avezzano (AQ), dove il nostro comune amico, Pierluigi Palmieri, ti ha aperto il sipario marsicano.

   Da allora, veramente, sono passati tanti anni ed oggi, con questo omaggio, non voglio, mestamente, ricordarli, ma voglio comunicare a tutti i lettori le emozioni che si generano nell’animo, godendo delle tue opere. 

   Tante risate e tante ore passate a vagheggiare su nuove idee e alternativi progetti, insieme ai tuoi amici dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, con i quali io avevo stretto amicizia, così come tu avevi fatto con i miei amici abruzzesi (poeti, letterati ed artisti) con i quali hai condiviso analisi culturali e ambiziosi progetti integrati. 

   In Abruzzo, mi dicevi, stavi bene!

   Ricordo il tuo stupore, quando, ospiti in un paesino della montagna abruzzese, in un rigido inverno, la mattina presto sei uscito per fare degli acquerelli e sei, subito dopo, rientrato in casa perché il pennello, lasciato nell’acqua, si era ghiacciato con la stessa, e non l’hai potuto usare! L’ingenuità del cittadino! Ti abbiamo preso in giro, per questo episodio.

   A casa ho, in bella mostra, le tele che mi hai donato, così come custodisco le poesie di Franco, le critiche musicali di Walter e i vetri di Germano: un bel gruppo di artisti! 

  (sopra fOpera 2) 

Io, in mezzo a voi, ero l’unico a non esserlo, anche se tu, nel tuo vecchio studio veneziano, hai avuto il coraggio di mettermi davanti ad una tela bianca, prepararmi dei colori ed invitarmi ad usarli! Conservo ancora, religiosamente (ma non in vista), quel mio primo ed unico quadro del quale, mi dicesti, che “dovevo andare avanti” ed io ti risposi che sì, “andavo avanti e che ti avrei aspettato al bar, per un aperitivo”! 

     La tua laurea in lettere ed il diploma dell’accademia di Belle Arti di Venezia hanno fatto da piedistallo alla tua profonda cultura ed alla sicura conoscenza dell’arte, così come l’insegnamento di Storia dell’Arte (prima all’Accademia di Venezia e poi a quella di Brera di Milano) ti ha permesso di materializzare la tua umanità nel contatto diretto con i tuoi allievi, con i quali avevi un intensissimo rapporto, fatto di scambi di idee e di ricerca di nuove progettazioni. 

   Mi hai fatto vedere i tuoi primi quadri, datati 1964, e tutti quelli che, dal 1971 in poi, hai portato nelle mostre personali e collettive, così come ricordo la tua produzione grafica (acquetinte ed acqueforti): incisioni dai chiaroscuri così potenti che catturavano l’attenzione, alla pari dell’energia dei colori dei tuoi dipinti che davano vigore alle poderosità delle figure.

   Di tutte le tue opere che, oggi, ho rivisto voglio ricordarne alcune, riportandone o le istintive parole che allora, mi sono venute alla bocca o quelle che, oggi, mi sento di testimoniare. 

   Non sono giudizi, ma emozioni, che riporto sotto i quadri proposti e che scrivo in corsivo: un modo diverso di pubblicarle, perché quelle parole, che “sgocciolano” dalle figure sovrastanti, rappresentano, per me, l’energia delle tue opere.  

Ricordarti è stato bello; rivederti nelle tue opere è stato emozionante.

Grazie, Marcello.

Pino

( sopra figura 4)

Didascalie

  N° 1

   Figure che riaffiorano dal passato, stipate su un treno che viene dalle paure di notti insonni, che attestano l’oggi, negando, con la durezza di immobili facce, una qualunque forma di futuro. I colori sono vivi, ma senza nessuna animosità, e determinano profili di freddi testimoni, di un momento di solitudine. (immagine di apertura).

  N° 2

   La forza delle mani fa da basamento alla sottile ironia di lineamenti antichi, sofferti e colmi di una solida saggezza. La luce del viso e delle dita non rischiarano la tenebrosità delle vesti che, in contrasto con uno sfondo pesante, testimoniano una condizione di dura povertà. L’insieme produce una velata inquietudine e porta lo sguardo sui marcati particolari di una figura che non si concede, ma ti interroga.                                                                   

N° 3

   I colori riempiono le dolci forme disegnate da una luce che fa fatica a spegnersi, quasi un ultimo lamento. Il complesso trasmette la necessità di ancorare il presente, in attesa di una esplosione di incandescenza: un messaggio di speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

   La potente lama di luce resta fredda e non riesce ad animare la natura morta, fatta da oggettgonfi, come se un’idea nuova non potesse vivificare scheletri abbandonati. Sullo sfondo opaco si staglia uno schienale dalla luce intrigante, quasi una spinta all’agire, in contrasto con la rassegnata immobilità che regna sul piano del tavolo. Due forze contrapposte che convivono nello stesso spazio: forse il futuro che guarda il passato, in attesa di prenderne il posto? 

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