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01/17/2022

Abruzzesità/34

Enzo Nolfi è un poeta dialettale autodidatta. Si è fatto da solo leggendo, curiosando, ricercando, nella memoria e nel parlare delle persone anziane, modi di dire e sentire che, alla fine, si traducono anche in stile di vita e scelte di fede. Il dialetto è quello “bugnarese”, dello stesso paese di Vittorio Clemente; Enzo, però, ha legato la sua vita alla terra, al gregge, alle cerimonie religiose del suo borgo ed è fiero di questo vissuto, fiero e orgoglioso.

Militare nell’esercito per trent’anni (1934-1964), non si è mai staccato, idealmente e col cuore, dal suo borgo e dalla sua gente. 

“Ai nostri ragazzi dico di non vergognarsi delle nostre origini contadine, quando le nostre famiglie, per necessità, così come piccole aziende, producevano tutto il necessario per il proprio sostentamento, giacché l’economia del nostro paese (e non solo del nostro!) si basava esclusivamente su attività agricole-pastorali”.

Nell’estate del 2000 Enzo Nolfi raccoglie le sue ventiquattro composizioni,  le fa precedere da qualche sua libera riflessione e, con l’aggiunta di un elenco dei termini dialettali bugnaresi, le pubblica  nel volumetto “Ngùstie de magge”, Tipolitografia La Moderna di Sulmona. Il titolo “Ansia di maggio è un po’ la sintesi del modo di vivere dell’autore: sempre in tensione per le incertezze della vita, dei raccolti, delle stagioni. L’ansia di maggio è quella benevola, che lo apre alla solarità delle giornate, al fiorire della natura, ai belati di capretti e agnellini. L’ansia di maggio è piacevole perché gli fa pregustare e intravvedere  l’estate, le festività del suo borgo, l’ascolto della Bande musicali che, da sempre, ama.

LA VERETA’ 1  

di Enzo NOLFI

  La veretà, uoie, che te la dice cchiù?

A parte quacche case, eccezienàle,

   se, poveratté, sengére sci remàste tu,

te n’hàa vrevegnà, t’hàa sendì male.

Esse, oramaje, è ’mà nu fiore rare,

nu fiore ch’ ha perdùte lu prefùme.

             Lu “papocce” te tende: “ Che te la fa fare?

          ’Sta cose, cuscì sacre, se n’è ite ’n fume!

Se ’u ’scutà la voce de la cusciénze

  e ’u dice nire nire e bianghe bianghe,

                    te ’uàrdene schiuòrte. “Che dice? Che pienze?”

        ’Na ’umetàte te scluòcchene allu fianghe.

            ’Nzòmme, terènne alla fine ’na conglesiòne:

       se t’adàtte a quiste state, cambe. Allòre?

                     Le sacce, nen cagne all’assecrùne ’na perzòne…

           Ci hàa rescì; sennò te muòre de crepacòre!

LA VERITA’

La verità, oggi, chi la dice più?

A parte qualche caso eccezionale,

se, povero te, tu sei rimasto sincero,

devi vergognartene, devi sentirti male.

Essa, ormai, è come un fiore raro,

un fiore che ha perso il profumo.

il bamboccio ti tenta: “Chi te lo fa fare?

Questa cosa, così sacra, se n’è andata in fumo!”

Se vuoi ascoltare la voce della coscienza

e vuoi dire nero al nero e bianco al bianco,

ti guardano storto. “Che dici? Che pensi?”

Ti arriva una gomitata al fianco.

Insomma, tirando alla fine una conclusione:

se ti adatti a questo stato (di cose) vivi. Allora?

Lo so, una persona non cambia all’improvviso…

Devi riuscirci; altrimenti muori di crepacuore!

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