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01/17/2022
HomeLa RivistaEducazione e AmbienteLA CLASSE OPERAIA NON VA IN PARADISO

LA CLASSE OPERAIA NON VA IN PARADISO

 

di Raniero Regni

Il vecchio Hegel sosteneva che l’autocoscienza, la consapevolezza di sé, nasceva dall’incontro-scontro tra due coscienze, quasi a dire che il nostro io ha bisogno dell’altro per sapere chi è. La coscienza nasce dall’opposizione/relazione. Si trattava della famosa dialettica servo-signore. Nel primo incontro che assume la forma di un duello, il primo diventa servo quando decide che la sopravvivenza è il massimo valore, allora di fronte al rischio che lo scontro con l’altra coscienza finisca nella morte, decide di vivere in ginocchio piuttosto che morire in piedi. Il signore, di contro, scopre proprio in questo confronto il valore della libertà. La libertà dello spirito vale più della mera sopravvivenza. Perciò preferisce il rischio della morte piuttosto che una vita umiliata e sottomessa. 

Anche il più giovane, ma oramai anche lui vecchio, Marx riparte da questa dialettica per farne il motore della storia, la lotta tra servi e padroni, ovvero la lotta di classe. Queste cose sono note, ma neanche Marx, pur nella sua critica radicale al capitalismo, aveva immaginato che il mercato avrebbe costretto servi e padroni dalla stessa parte, sottomessi entrambi alla potenza anonima del mercato. 

Su questo tema è tornato di recente Umberto Galimberti in una delle sue brillanti e seguitissime conferenze. Secondo il filosofo, studioso di Heidegger e Gehlen, la rivoluzione nasce dallo scontro tra due volontà. Oggi non è possibile la rivoluzione perché il servo e il padrone stanno dalla stessa parte. E hanno come controparte il mercato. Due assi cartesiani, costi e benefici, con un punto di incontro che è il prezzo, questo è il mercato: pura matematica. Il mercato è una forza nichilistica nel senso che non persegue nessun valore se non quello della ricchezza e del profitto. Ovvero la crescita economica fine a se stessa. Il denaro da mezzo diventa un fine. Ma poi, si domanda il filosofo: i fini dell’economia sono i nostri stessi fini?  Solo conti economici, con un pensiero che è solo far di conto, pura razionalità strumentale, a cui manca però la risposta alla domanda: a quale scopo? Dov’è il senso dell’umano controllo sul proprio destino? Questo è né più né meno che nichilismo. Se al mercato aggiungiamo quell’altra forza senza nome che è la tecnica, il quadro è completo. La tecnica tratta tutto come mezzo e niente come fine. La crescita alienante dell’Occidente, la chiama Galimberti sulle tracce di Spengler, se inquino non viene considerato immorale. Per cui noi siamo la società dei rifiuti, tutto il mondo è qualcosa da buttare via e la nostra società finirà per considerare se stessa come una forma da buttare via. 

Questa lunga premessa mi è suggerita dalla lettura di una lettera-accordo nazionale tra le tre confederazioni sindacali, Cigl, Cisl e Uil, e la federazione dei produttori di cemento. Su indicazione di un’agenzia tecnica al servizio dell’industria, i rappresentanti dei lavoratori condividono una proposta di transizione economica in accordo col ministro Cingolani. Prima di arrivare alla neutralità carbonica, ovvero a non bruciare più nulla entro il 2050, si pensa di usare i rifiuti come co-combustibile nei forni delle cementerie. Ma dov’è la logica e dov’è la coerenza? Si fanno passare i rifiuti e i loro derivati (come il CSS, Combustibile Solido Secondario) come fonti rinnovabili (visto che ne produciamo così tanti!). Sembrerebbe la soluzione perfetta, visto che di cemento se ne consuma sempre meno si riconvertono delle industrie e un mercato in crisi in inceneritori impropri. Tanto per tirare avanti ancora qualche anno. Accompagnando il tutto con l’ingannevole proclama “lo vuole l’Europa”, la quale, al contrario, non incentiva affatto la chiusura del ciclo dei rifiuti con la combustione. Dai rifiuti va recuperata materia, una materia prima seconda, non energia bruciandoli. Se li si brucia infatti essi non scompaiono, ma vengono immessi nell’atmosfera  e poi ricadono al suolo. Ignorando che la giusta battaglia per ridurre il CO2 deve essere preceduta da una battaglia per eliminare l’inquinamento di sostanze pericolose per la salute, si brucerà combustibile derivato da centinaia di sostanze contenute nei rifiuti che rilasceranno diossine, metalli pesanti pericolosi e polveri sottili. 

Nel documento sottoscritto bellamente dai sindacati la parola salute non compare mai, in barba ai pronunciamenti preoccupati delle USL (come, già in maniera clamorosa, a Taranto ma anche a Gubbio, a Galatina, a Monselice e così via), che impongono per precauzione una Valutazione di Impatto Ambientale ed anche una Valutazione di Impatto Sanitario, prima di prendere ogni decisione. Non li sfiora minimamente il sospetto che sparare in atmosfera cadmio, arsenico, mercurio, diossine e così via, a tonnellate, centinaia di tonnellate, non sia proprio ecologicamente corretto. La cosa ancor più impressionante è che tutto questo viene fatto passare come transizione ecologica, come se fosse in cima ai pensieri degli inquinatori professionali la salute della gente e dell’ambiente. Come se l’accordo sulla decarbonizzazione dell’economia, che si sta faticosamente concludendo a Glasgow, sia un invito a poter inquinare il più possibile, forse risparmiando un po’ di CO2 (cosa abbastanza discutibile), prima di riconvertirsi in maniera realmente sostenibile. Come se la transizione ecologica richiedesse un rallentare e non un accelerare nell’adottare le vere fonti di energia rinnovabile.  

In questa rubrica abbiamo già segnalato la strategia della disinformazione tipica degli inattivisti del clima. Si tratta di tecniche assodate. È già successo, ad esempio, con le campagne finanziate dall’industria del tabacco che hanno cercato, per decenni, di contrastare ogni correlazione tra l’uso delle sigarette e le patologie umane. Fino a quando le evidenze scientifiche furono così grandi e i danni alla salute così giganteschi che si ricorse ai ripari. Ma intanto il danno alla salute era fatto e graverà ancora per tanti anni. Stessa cosa sta accadendo con i combustibili derivati da scorie e rifiuti. 

L’abbiamo già detto, noi umani siamo più sensibili purtroppo alle conseguenze che non alle cause di quello che accade, anche se da Sapiens dovremmo fare il contrario, cioè prevenire. Se a questo si aggiunge il fatto che oggi la nostra capacità di fare è superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare, le conseguenze negative appaiono evidenti.  Lo scrivo ora, per quel che serve, a futura memoria. Se si diffonderà l’uso del CSS i cementieri faranno cassa per qualche anno. Poi si scopriranno i danni irreparabili alla salute dei cittadini esposti agli inquinanti. La stessa Unione Europea, svelando a sua volta l’imbroglio italiano, ci punirà domani con multe e forse chiederà indietro gli stessi finanziamenti del New Generation EU, miliardi di euro dati per cambiare modo di produrre e consumare, per guardare avanti e non indietro.  

E torno al duello hegeliano e alla nascita della coscienza nella lotta tra comandati e comandanti. Parafrasando il titolo di un film famoso ai miei tempi, dico che così la classe operaia non va in paradiso. Anzi rischia di portare tutti, cittadini e lavoratori del settore, all’inferno di un ambiente irrespirabile. Oggi, alla classe operaia, non si chiede più di salvare il mondo dall’ingiustizia ma gli si chiede solo di non condividere la menzogna sulla sostenibilità, di quegli imprenditori che, dopo aver fatto cassa mercanteggiando le quote di inquinamento, non hanno nessun scrupolo a metterli nell’ignobile alternativa salute o lavoro, che richiama l’ottocentesca alternativa pane o libertà. La speranza è che le stesse maestranze, gli stessi dipendenti dei cementifici, siano più saggi e onesti dei loro rappresentanti sindacali.      

    

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