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12/09/2021
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CONSIDERAZIONI SULL’EDUCAZIONE PSICOMOTORIA INFANTILE

      Nelle nostre società civilizzate, dove lo spazio a disposizione per la dinamica ludica infantile è rappresentato, troppo spesso, da un balcone o da uno spoglio cortile, bisogna creare gli interessi razionali affinchè il bambino si adatti a vivere in questi particolari ambienti.

   Da tempo, ormai, si è creato l’altro ambiente, quello residenziale industrializzato, con i limiti che non erano imposti dall’habitat non urbanizzato.

   Rapportando i due mondi, quello delle aree rurali e quello del territorio cittadino, possiamo trarre la considerazione di massima che l’ambiente riveste, nella educazione infantile, una grandissima importanza. 

   Così come è ovvio che il piccolo della campagna giochi nello spazio che la natura gli riserva, è altrettanto evidente che il piccolo della città si diverta nell’area della sua zona cittadina.

   In ambedue i casi, il gioco e il pathos che lo anima rappresentano il futuro. Non bisogna, però, dimenticare che il gioco del primo è, contemporaneamente, sviluppo di funzioni e di intenzionalità degli atti motori, mentre il gioco del secondo favorisce, prevalentemente, lo sviluppo psico-mentale a discapito di quello fisico. Per questo motivo, per il piccolo delle città industrializzate, bisogna favorire lo sviluppo delle funzioni motorie, in quanto le dinamiche gestuali fisiologiche, pregne di motivi umani e guidate da precisi costrutti mentali, faranno del bambino urbanizzato non solo l’ingegnere o il medico, ma l’uomo ingegnere e l’uomo medico.

   Nel primo periodo, nella culla e nel box dell’infanzia, la famiglia (sia in ambito urbano che non) favorisce l’estrinsecarsi dei movimenti impulsivi e vigila affinché il luogo in cui si vive possa essere valido collaboratore, adeguandolo alle necessità che i processi della crescita impongono. Il bambino comincia a giocare con l’ambiente, ricevendo con i suoi sensi ancora rozzi e non bene educati e trasmettendo reazioni che, di solito, si esprimono in gestualità non sempre capibili. 

   L’influenza dell’ambiente si differenzia nel periodo successivo, quando l’educazione sensoriale e della motricità, da istintiva e confusa, si affina attraverso il continuo esercizio e si organizza, tanto da calibrare risposte motorie coordinate allo stimolo che i sensi hanno dato. Questo è il momento di intervenire con l’educazione psicomotoria, perché la personalità, come amalgama di caratteri genetico-ereditari e di esperienze sociali ed ambientali, riceve adesso la prima bozza, anche se lontano è il periodo non della sua completezza, ma, soltanto, del suo primo sviluppo. 

   In questo periodo, in cui il bambino ancora non parla bene, non scrive, non ha altre forme di espressione, l’attività motoria estrinseca l’interiorità, il primario senso creativo, le necessità immediate e le risposte all’ambiente. Questa è la fase in cui bisogna aiutare il bambino a conquistare una certa indipendenza psicofisica, con stimoli che lo portano a muovere le dita, le braccia, a mantenere la stazione seduta o eretta, a fare i primi passi, a rotolarsi ed a rialzarsi. Tutto questo sotto una attenta e competente regia. 

   La figura dell’educatore psico-fisico si inserisce, per questo, nel processo psico-pedagogico che vigilerà la promozione della personalità del bambino e collaborerà con la mamma, nel primo periodo; con la maestra di scuola materna, nel secondo; con la maestra di scuola elementare, nel terzo; col corpo docente, nel quarto e nel quinto, e con le particolari richieste individuali nel mondo sportivo e para-sportivo.

   Sarà suo il compito di promuovere, su fondamenti scientifici, il benessere psicofisico individuale e collettivo, dall’infanzia all’università, attraverso la formazione ludica e sportiva, la prevenzione dell’educazione posturale e la completezza del movimento razionale, comunque realizzato.   

   

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