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12/09/2021

E’ triste tornare col pensiero alla pandemia, quella che ancora turba la nostra quiete e che, comunque, ha inciso nell’esperienza di vita di tutti modificando i comportamenti di tanti di noi. 

La mascherina, ormai, ci accompagna dovunque. Dentro casa c’è, magari in un angolo riservato, ma c’è; c’è in auto pure, anzi ce ne sono più di una: non si sa mai! Ci sono mascherine nelle borsette delle donne, lì, insieme alle cose indispensabili per il trucco. Insomma la mascherina ormai è di casa perché il pensiero ricorrente e dominante, per tutti noi, è lo stesso: 

– Forse non serve (la mascherina!), ma meglio avercela e, all’occorrenza, indossarla! – e non per timore di verbali da parte delle forze dell’ordine, ma per tranquillità nostra.

Due anni di martellamento mediatico non sono una sciocchezza e, come cantava Rosanna Fratello, “Batti e ribatti, si piega anche il ferro, con il fuoco si piega anche il ferro…” C’è stato tanto di quel fuoco su di noi che, alla fine, sfiniti, ci siamo arresi, convinti e piegati all’uso della mascherina. 

Anzi, a pensarci bene, forse già madre natura avrebbe dovuto prevedere che, ad un certo punto della nostra crescita, magari intorno ai cinque-sei anni, sarebbe stato opportuno e utile che lei stessa, la natura, ci avesse approvvigionati di “mascherina”, magari di quella giusta, trasparente ed anche autopulente. Si sarebbero, sicuramente, evitati tanti intrallazzi di quanti sono stati preposti ad acquisirle per noi e di quanti, sempre per noi, si sono messi a fabbricarle. 

Una cosa, però, dobbiamo dircela: anche quando, ignari, abbiamo indossato mascherine poco o per niente idonee, l’effetto placebo ci ha dato una forte sensazione di sicurezza e ci ha lasciati tranquilli. 

Certo è che, ancora oggi, facciamo fatica a comprendere appieno quanto duri, in termini di tempo, la tutela di quelle “monouso” e quanto di quelle “lavabili” e se siano da preferire le Ffp2”, le DM, le DPI o quelle “Comunitarie”1. 

E’ palese che, all’idea di indossare la mascherina, ci siamo “adattati” e, pare, non ci pesi più di tanto. D’altra parte abbiamo sempre pensato che la dote più grande dei viventi, e dell’uomo in particolare, fosse l’adattamento, il sapersi modificare per star bene con se stessi, con gli altri e con l’ambiente. Magari ci siamo un poco persi, è vero, nel tentar di capire quale mascherina si adattasse di più a noi e, perciò, le abbiamo provate un po’ tutte per arrivare a quella più confacente, magari facile a indossarsi, capace di non menomarci nell’inspirazione ed espirazione e, per i portatori di occhiali, che non ci opacizzasse le lenti. Anche nella forma e nelle tinte è prevalso, almeno un poco, il gusto soggettivo e, dal mio punto di vista, l’arcobaleno visivo non  dispiace affatto.

Dove si è andato con la massima sicurtà è stato nel trovare il “toccasana” per tornare, nelle scuole, a dar vita all’attività didattica e all’insegnamento in presenza. Lì i problemi erano diversi: controllo della temperatura all’entrata, movimentazione e percorsi in entrata e uscita, sanificazione di ambienti, arredi e sussidi, distanziamento umano, ricerca di aule capienti per cubatura e, soprattutto, rispettose della giusta collocazione degli alunni e dei docenti, tale da evitare “affollamento” e “contatto” fisico.Però è sembrato subito ovvio, per chi aveva la cura dell’istruzione, che i banchi biposto fossero, per l’evenienza, obsoleti in quanto veniva meno il distanziamento tra alunni. E noi, che siamo un popolo anche di inventori, che abbiamo fatto? 

Ci siamo inventati il “Banco singolo con le rotelle”, un blocco unico costituito da una sedia e un piano di scrittura ancorati su di una pedana con rotelle sottostanti. 

A detta dell’allora ministra dell’istruzione, Azzolina, quei banchi rappresentavano “metodologie di didattica nuova, di ambienti di apprendimento nuovi”. 

Pur rimanendo sempre gli stessi gli edifici, le aule e gli spazi, pur restando gli stessi insegnanti, la scuola sarebbe cambiata grazie a quei banchi e alla loro mobilità! E già, perché è grazie alla mobilità dei nuovi banchi che gli studenti avrebbero potuto “lavorare in gruppo, lavorare peer-to-peer…”. 

Ma perché, senza quei banchi, gli studenti non avevano mai lavorato in gruppo? E neppure in coppia (peer-to-peer)? 

Così i manuali di Pedagogia e Didattica, fino ad oggi, ci hanno raccontato  balle? Non era già lavoro di gruppo e in gruppo la disputa nei simposi greci e, poi, la disputatio medievale e rinascimentale? E tutto quello che dagli anni 70 vive nelle metodologie del “lavoro di progetto” cos’è? E l’apprendimento cooperativo su che si fonda? 

Forse la vera scoperta starebbe nel capire come si sia riusciti, in assenza di banchi a rotelle, a lavorare in gruppo e in coppia!?!

Il quotidiano “IL TEMPO” ha rivelato, in questi giorni, che sono stati ritirati, in 136 istituti scolastici italiani, 110 mila banchi monoposto con rotelle. 

Perché sono stati ritirati? Per due ragioni precise: 

  1. perché anziché essere di 60 centimetri (misura massima consentita), erano di 74 centimetri,

  2. perché non erano anti-incendio, cioè erano potenzialmente pericolosi per i ragazzi.

Solo per il “ritiro di emergenza”, alla ditta trasporti “Jet Air Service Spa”, regolarmente iscritta alla Camera di Commercio italo-cinese, la struttura del Commissariato guidato dal Generale Francesco Figliuolo, avrebbe versato, a mezzo assegno, 172.978,08 euro al netto di IVA.

In tutto questo, qualcuno pagherà? Qualcuno ci rimetterà di fatto? E’ possibile individuarlo? E a chi compete farlo? E quando sarà fatto?

Cinque dubbi sono davvero tanti, soprattutto se vengono in mente tutti insieme. Mi piacerebbe, però, sperare che chi ha giocato e sta giocando in nome del Covid si convincesse di due cose: 

le mascherine possono bloccare il contagio, ma non fermeranno il 

                          pensiero, 

i bambini, i ragazzi e gli adolescenti hanno buona memoria. Saranno uomini e ricorderanno.

E di questo, lo ammetto, non ho alcun dubbio. 

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