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12/05/2021
HomeLa RivistaEducazione e AmbienteVELOCITA’ STRESS LIBERTA’: ANCORA UNA QUESTIONE DI LIMITI

VELOCITA’ STRESS LIBERTA’: ANCORA UNA QUESTIONE DI LIMITI

Questa settimana cade come ogni anno l’anniversario della scoperta dell’America. Nei libri di storia essa segna l’inizio dell’età moderna. Il fatto che la modernità prenda avvio con un viaggio fatto con il mezzo più veloce allora esistente, la nave, dice qual è la natura del tempo moderno. Modernità è sinonimo di velocità. Da quell’inizio tutto è stato in movimento, ed un movimento sempre più veloce e accelerato. A che punto siamo oggi?

Oggi siamo al punto estremo di quel processo, siamo alla fine della modernità oppure alla modernità portata agli estremi. Ed estremi significa accelerazione di tutti i processi.

Al cuore della modernità un sociologo tedesco, H. Rosa, ha individuato le strutture temporali come osservatorio privilegiato per capire quello che ci accade. Noi siamo liberi di fare quello che vogliamo, l’autonomia e la libertà individuali sono una delle grandi conquiste della storia moderna, ma siamo comunque sottoposti a regole e controlli continui che ci fanno sentire oppressi ed alienati. Responsabile di ciò è la accelerazione sociale di ogni aspetto della vita: più lavori, più amici, più viaggi, più informazioni, più consumi, più computer, più comunicazione. I vantaggi sono molti, è evidente, ma c’è qualcosa che non torna. Infatti, pur guadagnando tempo in ogni nostra azione grazie a mezzi sempre più veloci sembra, ed è proprio così, che abbiamo sempre meno tempo. 

Infatti la crescita dell’innovazione tecnologica va più veloce della nostra capacità di starle dietro. Ma la tecnologia, in sè, non è la causa dell’accelerazione. Questa è dovuta invece alla logica della competizione. Tutto nella nostra vita diventa oggetto di una negoziazione continua in cui la prestazione, ovvero il lavoro compiuto nell’unità di tempo, è l’unità di misura. E noi dobbiamo investire sempre più energie per rimanere competitivi. Ecco che la competizione da mezzo diventa scopo e l’effetto è quello di correre sempre più in fretta per rimanere sullo stesso posto.  

Ma vi sono limiti naturali e antropologici alla velocità. Le nostre percezioni e le nostre sensazioni hanno bisogno di tempo per essere elaborate, così le risorse naturali hanno bisogno di tempo per rinnovarsi. Il riscaldamento del pianeta non è altro che il risultato di un processo di accelerazione fisica provocato dalla società umana. Non basta prendersi una pausa per poi poter tornare ad essere più competitivi e veloci. Si crea una specie di ingorgo interiore, simile a quello delle auto nell’ora di punta. Il nostro io appare sopraffatto da sollecitazioni e cambiamenti continui che però non vanno da nessuna parte. Il nostro io appare come saturo, incontriamo e perdiamo di vista così tante persone che è quasi impossibile avere persone che siano testimoni costanti di un’intera esistenza. 

La fatica di essere se stessi, la depressione fa irruzione nella società come l’incapacità costante di essere all’altezza delle richieste della società. Siamo esausti e stressati. L’insicurezza costante ci tiene in ballo e il senso della futilità della nostra vita aumenta. 

L’accelerazione diventa una forza totalitaria di cui siamo però complici, perché nessuno apparentemente ci impone niente. Non c’è aspetto della vita che non sia toccato dalle imposizioni della velocità.  

Penso che non mi faccio capire. Forse non ho capito bene io stesso. Allora provo con un esempio. Devo terminare di scrivere un libro, in ottemperanza della legge che governa il lavoro accademico: publisch  or perisch, pubblica o smetti di fare il lavoro di ricerca. Eppure apro la posta e comincio a rispondere alle mail. Poi mi ricordo che devo acquistare un biglietto del treno. Poi vedo che c’è stato un seminario interessante che mi era sfuggito e do un’occhiata. Mi viene in mente un testo da acquistare e lo ordino on line. Finalmente torno al mio lavoro ed è passata più di un’ora. Ero già in ritardo ieri sulla mia tabella di marcia ed ora lo sono ancora di più. Un senso di inadeguatezza mi assale. La vita quotidiana è sommersa da un mare continuo di richieste. Mobilita risorse immense ma poi le risucchia. 

Eppure sono apparentemente libero di decidere ed organizzare il mio tempo. In realtà la mia libertà è tenuta sotto scacco dall’accelerazione e dallo stress che ne deriva. Non siamo mai in grado di arrivare alla fine della nostra lista delle cose da fare. Non è il senso di colpa a tenerci sotto scacco ma lo stress. Ma la modernità non aveva proclamato la libertà e l’autonomia come massimi valori? In realtà è la velocità, l’accelerazione che si è impadronita della mia libertà. L’alienazione cresce ogni qualvolta “facciamo volontariamente qualcosa che non vorremmo fare”. Un argomento simile lo trovo anche in P. Sloterdijk, un filosofo tedesco contemporaneo, che parla della società moderna come una vera e propria “comunità di preoccupazione”, creata dai media che sono veri e propri “sistemi di preoccupazione autostressanti e permanentemente proiettai in avanti”. Intere nazioni sono tenute sotto il controllo da un’inquietudine comune. Tutti siamo preoccupati delle stesse cose e ci controlliamo a vicenda, come è successo in maniera emblematica durante la pandemia. Ma succede per ogni caso sollevato in maniera virale dai social e in maniera martellante dai media. C’è sempre qualcosa che ci tiene in ansia e in allarme Questo è lo stress sistematico e cronico a cui siamo sottoposti. Come sfuggire a questa tirannia?

Sloterdijk trova la risposta in J. J. Rousseau che aveva a suo tempo dichiarato che “la libertà dell’uomo non consiste nel fatto che può fare ciò che vuole, bensì nel fatto che non deve fare ciò che non desidera”. 

Un giorno, steso sul fondo di una barca in mezzo ad un laghetto, egli scopre l’essenza della libertà. Essa consiste in una sensazione di raffinata inutilità, al di là di qualsiasi adempimento e dovere, solo con se stesso e contemporaneamente del tutto distaccato dalla propria identità usuale. L’uomo libero, secondo Rousseau, scopre di essere l’uomo più inutile del mondo e trova ciò assolutamente giusto. 

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