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12/05/2021

L’EPIDEMIA DI SERIE C

 

Nel corso del 2003  una nuova malattia denominata sindrome respiratoria acuta severa (SARS), segnalata per la prima volta in Asia, a seguire in America del Nord ed Europa costrinse  la comunità scientifica ad una mobilitazione generale anche se  i  morti accertati furono dell’ordine di qualche centinaia. I media di tutto il mondo puntarono i riflettori su questa epidemia, tutto sommato ancora ben circoscritta, mentre mai nessuno si e’ occupato, con la stessa intensità, di quella apparsa solo un ventennio fa e di cui un gran numero di italiani paga ancora le conseguenze: è il caso dell’epatite C. Un virus che causa un’infezione al fegato e che, se non curata, può trasformarsi in una cirrosi o favorire il temibilissimo epatocarcinoma. E’  sufficiente  dialogare qualche minuto con il responsabile di un qualsiasi centro trapianti di fegato per capire quanti danni sta causando questo virus per il quale non si dispone ancora di nessun vaccino. Sopportare una cirrosi è un calvario quotidiano. Lentamente, giorno dopo giorno, le energie ti abbandonano, la lucidità è solo un ricordo e da protagonisti si diventa spettatori forzati del mondo che ci circonda. Una cirrosi in fase terminale è paragonabile a ciò che può essere l’AIDS in fase terminale: hai un continuo bisogno di qualcuno che ti assista negli atti quotidiani della vita. Un inferno che può terminare  solo con il trapianto di fegato, per i più fortunati, o con la morte. E’ arrivato il tempo di fare un po’ di chiarezza e fornire un supporto informativo, ma soprattutto tanta solidarietà a tutte le vittime del virus HCV (Hepatitis C Virus). Come da copione, le massime Istituzioni sanitarie degli ultimi Governi sono rimaste indifferenti a tutte le sollecitazioni a promuovere campagne di prevenzione ed informazione a favore dei cittadini. I politici sono soliti infatti utilizzare diverse  tecniche per immobilizzare iniziative a loro poco gradite. Nel caso dell’epatite C, questione di ambito squisitamente medico, l’indifferenza rasenta da sempre livelli insopportabili. Si sentono in giro  affermazioni davvero bizzarre del tipo : “Prima o poi le persone fanno analisi del sangue e quindi se sono infette da epatite C lo scoprono” oppure “Le campagne di prevenzione sull’AIDS ne hanno permesso una maggiore anche in ambito dell’epatite C” o anche “Non c’è solo l’epatite C, ma vanno considerate tutte le altre malattie epatiche”. Queste sono solo una parte della serie infinita di divagazioni aventi il fine di evitare la dovuta attenzione al caso. Ma perché non si vuole fare emergere il “sommerso” degli infetti da epatite C proprio ora che  abbiamo a disposizione cure che in molti casi riescono a guarirla? Esiste una paura folle di “allarmare” e di fare lievitare ulteriormente i costi socio sanitari derivati dalla malattia già molto alti.  

La maggior parte delle persone infettate non  presenta alcun sintomo.
In pratica, considerando che la malattia è asintomatica siamo noi che dobbiamo scoprirla. Basterebbe approvare la legge,ferma in Commissione Affari Sociali da tempo immemorabile, che recita:“Norme per la tutela dei malati di epatite cronica, la quale si propongono soluzioni concrete che mettono fine a situazioni insidiose come le infezioni causate da operatori sanitari e non, che non sterilizzano adeguatamente i ferri del mestiere, come del resto gran parte dei barbieri di fiducia. 

L’epatite C è un gravissimo problema socio sanitario. L’infezione interessa, nel mondo, oltre 300 milioni di persone, mentre in Italia gli anticorpi anti-HCV sono presenti nel 3,2% della popolazione, corrispondente a circa 1.800.000 infetti. Poiché la patologia da HCV cronicizza in oltre il 70% dei casi, il 20-40% dei pazienti va incontro nel tempo a cirrosi epatica. Sicuramente queste cifre ci fanno comprendere l’entità del problema, che è ulteriormente aggravato, è il caso di ribadirlo, dalla considerazione della possibile evoluzione della cirrosi in epatocarcinoma, recentemente stimato nella misura di circa il 3-4% l’anno. 

L’epatite C causa, nel nostro Paese, almeno un terzo dei 30.000 decessi  da cirrosi epatica (numeri impressionanti se messi a confronto con quelli da AIDS acclarati nel 2001, ovvero qualche centinaio). Attualmente, la maggior parte dei medici richiede degli esami per l’epatite C solo quando si manifestano i sintomi di una malattia del fegato. I ricercatori sostengono che vi sono delle cose che non conosciamo sul virus HCV. Manca il cotrollo seistematico e nelle persone infette, la malattia progredisce e causa danni, disagi, disperazione e morte.

Allora  il Ministero della Salute deve persare a far  “emergere il sommerso” dei contagiati di Epatite C, a prescindere dal fatto che esistano o meno terapie efficaci e/o risolutive.. Un’adeguata informazione è un dovere etico e morale delle Istituzioni Sanitarie Nazionali nei confronti dei cittadini . 

Scoprire la malattia ad uno stadio precoce consente di:

  1. offrire al cittadino la possibilità di curarsi adeguatamente e in alcuni casi salvargli la vita;

  2. impedire la diffusione del virus, poiché la consapevolezza di essere portatori dello stesso aiuta il cittadino a porre in essere tutte le misure preventive del caso;

  3. ridurre i costi di ospedalizzazione, trapianto, invalidità, con conseguente sostanzioso risparmio di spesa.

  4. elevare la qualità di vita del malato 

  5. Le  campagne di informazione  e di sensibilizzazione, delle categorie considerate a rischio vanno accompagnate con una massiccia formazione  sulle modalità con le quali poter riconoscere i sintomi della malattia e su come individuare un soggetto potenzialmente a rischio. Obbligare tutti gli operatori ad una stretta osservanza delle precauzioni, implementando i metodi per il mantenimento e la sterilizzazione dello strumentario utilizzato nel corso degli interventi chirurgici/invasivi in ambito nosocomiale, incluse tutte quelle procedure estetiche o paramediche nelle quali è prevista la perforazione della pelle (agopuntura, tatuaggi, pratiche odontoiatriche).Un giovane ragazzo è deceduto qualche tempo fa di epatite fulminante, dopo essersi sottoposto a  un tatuaggio.   Ci  sono associazioni e enti no profit che si sono dimostrati efficienti sotto il profilo informativo e di “Counselling” verso i cittadini e i  familiari dei colpiti dalla malattia sicuramente pronte a collaborare. E, per favore, non ci si dica che, come al solito, si tratta di un problema di costi!!!…

                                                                                                                                                    

                                                                                                                                   

                                                                                                                                                    

                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                                                                                

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