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12/08/2021

ESISTONO GLI ANGELI ?

3 Ottobre 2021. Domenica elettorale nella mia città. Dopo il sabato del cosiddetto “silenzio elettorale” post propaganda, si riaccende il via vai e il chiacchiericcio di chi commenta, di chi prevede e di quanti sperano. 

A dire il vero si spera un po’ tutti che nella cittadina peligna, Sulmona, torni a fiorire un’amministrazione civica capace di  darsi da fare senza scadere nel banale tirare a campare. C’è bisogno di un po’ di orgoglio, di sano orgoglio civico per cominciare a dar corpo alle tante idee svolazzanti qua e là, a quelle buone davvero senza vergognarsi di prenderle in prestito da altri. Le idee, una volta avute ed espresse da qualcuno, diventano patrimonio comune e da tutti possono essere messe in pratica. E’ il bello del pensiero che elabora, produce, si esprime e contagia, nel bene e nel male. Lasciando perdere i cattivi, di pensieri, quelli buoni è tempo che ci contagino; anzi sarebbe il caso di pensare ad una vaccinazione al contrario, pensata e studiata per farci ammalare di positività e di propositività. Un contagio affinché nella politica e nel fare possa propagarsi un sano impegno ad operare per il bene comune, quello di tutti e non solo di tanti. Sì, perché  “i tanti “non sono mai “tutti” e, per quanto possano essere un bel po’, sono sempre una parte del tutto individuata secondo parametri includenti ed escludendi.

Proprio stamattina, su Rai Uno, il programma domenicale “A sua immagine” aveva in scaletta “Angeli, i messaggeri di Dio”. Solo per un attimo mi ha sfiorata , ma l’ho subito accantonata, l’idea di come sarebbe diversa la vita sulla terra se chi si candida a ruoli politici avesse a modello queste figure eteree di protettori, le stesse che ci hanno fatto sentire, da bimbi, meno timorosi nel buio e più spavaldi nelle arrampicate sugli alberi. Al catechismo, una volta, si parlava tanto degli angeli custodi

e non si parlava affatto di “Body Guards”. Perché? 

Sicuramente perché i primi lavoravano gratis, i secondi no. Ma anche perché il messaggio che circolava di più era che noi fossimo tutti uguali. 

Negli anni sessanta-settanta non solo eravamo, come lo siamo oggi, tutti uguali agli occhi di Dio, ma eravamo anche in tanti ad esserlo agli occhi della gente perché la povertà era la ricchezza dei più. E forse per questo sorridevamo alle stravaganze di Paperon de’ Paperoni e facevamo il tifo per Paperino. Non abbiamo mai ambito a fare il bagno in una piscina stracolma di monete d’oro. Noi avevamo le nostre “marane”, create ad arte sui decorsi pianeggianti dei nostri ruscelli e che, d’estate, permettevano di bagnarci a nostro piacimento. 

Lo facevamo ed eravamo sicuri perché ognuno di noi aveva il suo “Angelo custode” personalissimo. Camminava con noi e si fermava quando noi ci fermavamo; stava dietro le nostre spalle, silenzioso. Si faceva sentire solo quando ci veniva in mente di rubacchiare un dolcetto, una caramella o di cogliere, da una pianta non nostra, una mela, una pera. Parlava e come, ma la sua voce l’avvertiva solo l’interessato perché ogni angelo, rispettoso della privacy, comunicava soltanto col suo “custodito”, col suo protetto e, come ci avevano detto parroco, maestro e catechista, l’Angelo custode ci parlava “dentro”, dentro la testa. Era quella vocina con la quale discutevamo in silenzio e che, tante volte, cedeva alle nostre insistenze. Sì, gli promettevamo che avremmo recitato tre “Angelo di Dio”, anzi lo facevamo subito, e lo avevamo alleato. Così ci sembrava!

Giovincelli quante volte gli abbiamo chiesto, al nostro “Angelo custode”, di darci una mano agli esami e con le ragazze. Per gli esami, sempre da dentro, ci arrivava subito il suo pensiero: “La mano te la do se tu ti prepari bene!” 

E aveva ragione. Ci andavano bene gli esami per i quali ci eravamo preparati e noi ce ne accorgevamo del suo intervento già dalla postura del professore o della commissione che ci esaminava. Sembravano ben predisposti, il tono di voce era pacato, lo sguardo incoraggiante e soddisfatto. Quando l’aiuto lo chiedevamo perché la ragazza ci dicesse “sì”, il suo suggerimento era: “Provaci, tanto che ti costa? Potrà dirti di sì oppure di no. Niente di più!” E, con quel pensiero, noi si andava: baldanzosi fuori, timidi dentro. 

Quando è capitato che ci andasse male, non abbiamo imprecato perché subito, da dentro, ci siam sentito dire: “Ma non ti sei accorto che non vale gran che? Hai notato quelle lentiggini sul naso?… L’hai sentita come parla?” Avremmo voluto ribattere “Ma tu, forse, potevi almeno…” Ma non ce ne dava il tempo, tagliava corto: “Ho preferito non intervenire perché non è adatta a te. Tu meriti di meglio e di più!” 

Che ricarica di orgoglio quelle parole!

Più tardi qualcuno mi ha detto che la “voce” dentro è la coscienza. La coscienza di chi? Cioè io che mi dico e mi contraddico tra me stesso?  Mi incoraggio a fare una cosa e poi mi convinco a desistere dal farlo?

Siamo cresciuti con l’Angioletto dietro le spalle, io col mio e voi col vostro; ho ascoltato tante volte la vocina che ha assecondato o contraddetto quello che mi ero proposto di fare, di dire, di tacere, di non fare. Ancora oggi la sento e diverse volte mi è accaduto di vederlo, il mio Angelo custode. Sì, l’ho visto in forme umane diverse e mi sono rafforzato nella convinzione che non mi abbia mai lasciato. In una notte di luglio di un bel po’di anni fa, In autostrada, io e mia moglie eravamo  diretti da Vasto a Foggia, a bordo di una mai dimenticata Fiat 850. Autostrada Adriatica, mezzanotte e qualcosa. All’improvviso avvertiamo un botto e, subito dopo, si accende la spia dell’acqua. 

Ci fermiamo nella corsia di emergenza, scendiamo dall’auto e cerchiamo, a gesti, di fermare qualche auto di passaggio. Ne passano tante di auto, ma vanno tutte di fretta. Ci vedono, ma preferiscono ignorarci. Poi, inatteso, il miracolo: accosta un’ auto con targa tedesca e da dentro scendono due ragazzi e due ragazze. Riusciamo ad intenderci a gesti e con l’aiuto di qualche parola biascicata in francese e inglese. Guardano, sul retro dell’auto, nel vano motore. Mi comunicano qualcosa: osservo i loro gesti e capisco che si è spezzata la cinghia della ventola di raffreddamento dell’acqua. Sempre a gesti faccio capire loro di non averne una di scorta. Parlottano tra loro quattro mentre, con lo sguardo, ci rassicurano per non escluderci dalla loro attenzione. Poi, con gesti repentini e veloci, una delle ragazze, muovendo abilmente le mani e il corpo, si sfila con rapidità il collant di nylon e lo porge al ragazzo che ne fa una sorta di piccola corda e va a collocarla al posto della cinta rotta. L’Autogrill più vicino era a circa sei chilometri; convenimmo che lo avremmo raggiunto procedendo insieme, a bassa velocità. Loro ci avrebbero scortati. 

L’addetto ai servizi di rifornimento-carburanti rimosse il collant e, al suo posto, collocò una nuova cinghia. I giovani tedeschi, soddisfatti ci sorrisero felici, ancora più felici di noi.  Al nostro invito al bar per un caffè insieme, indicando  il quadrante del suo orologio da polso, la ragazza del collant ci fece intendere che loro dovevano andare. Un abbraccio e. in un attimo, ripresero l’autostrada dileguandosi nel buio della notte. 

Chi erano, quei giovani, se non degli Angeli custodi stupendi, stupendi e in sembianze di tedeschi? Non li abbiamo mai più dimenticati e torniamo a pensarli  ogni volta che, in autostrada, ci capita di incrociare un auto tedesca con a bordo dei giovani. Contemporaneamente, e ad alta voce, il nostro pensiero si concretizza in un “Ricordi…?  al quale segue, immancabilmente, il mio “Vuoi dire gli Angeli custodi tedeschi?”… 

Segue un breve silenzio, ma lo sappiamo entrambi, io e mia moglie, che, in quel silenzio, ognuno di noi manda ancora un grazie, sincero e sentito, a mo’ di preghiera, agli Angeli di una notte d’estate di tanti anni fa. Angeli tedeschi, ma Angeli!

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