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12/08/2021
HomeLa RivistaFolklore e dialetti“E’ REMBIANCATE “

“E’ REMBIANCATE “

Le prime giornate autunnali di pioggia toccano la memoria di noi montani riproponendoci immagini che sanno già di inverno vicino.

E’ quel che accade anche per i sentimenti che, al cambiar di stagione, risentono comunque di esperienze pregresse e ci ripropongono stati d’animo sperimentati. Il biancore invernale, la prima “imbiancata” accende gli entusiasmi degli amanti della montagna e della neve, ma spesso non entusiasma chi, in solitudine di affetto, quel biancore lo teme perché aumenterà il vuoto dell’esser soli nel silenzio di luoghi che si fanno deserti, quasi privi di segni di vita come il tacer della campana e lo spegnersi del lume e del fanale. L’inverno è bello in compagnia, ma è molto triste in solitudine. A Villalago, mio paese natio, mille metri di altitudine, gli ospiti romani erano e sono di casa sia d’estate che d’inverno. La loro presenza significava e significa vociare, voglia di vita, chiasso piacevole. Qualche anziano del posto li aveva ribattezzati i “capirai”, dal termine “capirai” che sono soliti intercalare nelle loro conversazioni, e si chiedeva come potessero essere felici, con la neve, con le difficoltà di movimento causate dal gelo, con il via vai da fondaco a casa per approvvigionarsi di legna da ardere e intanto spalare la neve. Erano felici, chiariva qualcun altro, perché loro, i “capirai”, erano da noi per villeggiare, una settimana, dieci giorni spensierati in albergo e poi via, lontani dalla neve e dai rigori del gelo. 

Marcello Paolantonio, sulmonese e fine osservatore, ci fa rivivere l’approccio con l’inverno, con l’imbiancata, mostrandocela fuori e da dentro e cogliendo, con attenzione, particolari della quotidianità non sempre facili ad essere percepiti. Nella sua poesia l’autore c’è tutto e vede quello che a lui piaceva osservare e cogliere: le piccole grandi cose della vita di ogni giorno. Le vede, le riflette e ce le propone in un bel bozzetto, in bianco e nero. A lui, scomparso, il nostro grato ricordo.

E’ REMBIANCATE   

Penziere s’accavàllene a la mente

’mma i fiocche de la nengue. 1La ’mmernate

è longhe: fore i passe de la gente

scumpàrene pe tutta la burgate.

A fianche a la piazzette nu lampione

reschiare a malapene la funtane,

che pare cante l’ùtema canzone

da quande manche sone la campane.

’Mma lu recigne 2sopre pe le scale

ch’allume tutta quante la cucine,

cuscì se smorze pure stu fanale

a mezzantte ’nzieme a lu camine.

La mane strégne ancore la curone,

du’ làcreme revìntene ste fiate3

appeccecate ai vetre a lu balcone:

attuorne la munnezze è rembiancate.

E’ RIMBIANCATO

Pensieri si accavallano nella mente

come i fiocchi della nevicata. L’invernata

è lunga: i passi della gente

scompaiono in tutta la borgata.

Accanto alla piazzetta un lampione

rischiara a malapena la fontana

che sembra canti l’ultima canzone

da quando neanche suona la campana.

Come il lucignolo su per le scale

che illumina tutta quanta la cucina,

così si spegne anche questo fanale

a mezzanotte insieme al camino.

La mano stringe ancora la corona,

due lacrime diventano questi fiati

appiccicati ai vetri del balcone:

intorno la mondezza è rimbiancata.

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