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09/20/2021
HomeLa RivistaL’OMBRELLAIO DI SECINARO

Il post della Settimana  ( Fulgo Graziosi Facebook 10 settembre 2021)

Negli anni passati, quando eravamo ragazzi, nei nostri paesi, ma anche in città, si udiva spesso una voce che annunciava la presenza dell’ombrellaio. Erano tutte persone dignitose che, tra l’altro, eseguivano lavori a domicilio, sedendosi fuori della porta di casa. Ogni tanto, però, la voce scandiva bene un annuncio più preciso e completo: “E’ arrivato l’ombrellaio. Accomoda piatti e ombrelli”.

Quasi tutte queste persone provenivano da Secinaro, perché forse l’attività era cresciuta tra le famiglie e, all’epoca, costituiva una fonte di reddito. La curiosità, la voglia di sapere, di vedere, attraeva la nostra attenzione e passavamo diverso tempo ad ammirare le delicate operazioni di questi signori che muovevano le mani che facevano muovere con delicatezza gli attrezzi di lavoro. La mia attenzione si concentrò su un grosso piatto, portato da una signora, diviso a metà da una rottura. Nel nostro dialetto si chiamava “la spasa”, adatta per il condimento delle fettuccine. L’ometto lo guardò attentamente più di una volta. Provò a mettere i due pezzi insieme, rigirandoli più volte, per vedere se combaciassero perfettamente. Lo poggiò sul banchetto nella giusta posizione e apparve la figura di un galletto, posto al centro del piatto. Passò più volte il dito sulla fessura e, senza alzare la testa, disse alla signora: “La coda del gallo sta al posto suo. Al becco ci manca una piccola scaglia. Il lavoro si può fare e lo faccio per bene”. Tirò fuori da una cassettina di legno che aveva sistemato sul portaoggetti della sua bicicletta un attrezzo tutto particolare. A prima vista, mi sembrò una barca a vela in miniatura, ma senza la vela, con la sola orditura, sulla quale, forse, avrebbe successivamente attaccato un pezzetto di stoffa. Invece, rovesciò il piatto, lo sistemò perfettamente combaciante. Pose intorno al piatto dei pesi per non farlo muovere. Fece arrotolare le due cordicelle sull’albero maestro. Sistemò le dita del pollice, indice e medio sul legnetto orizzontale, sotto al quale era stato sistemato un cuscinetto a sfere, al cui centro era avvitata una sottile punta di trapano. Scelse sul fondo del piatto i punti più adatti e le distanze dalla spaccatura. Provò la funzionalità dell’attrezzo. Poggiò la punta sul punto prescelto e fece pressione sull’assicella orizzontale. Il cuscinetto e la punta ad esso connessa iniziarono a girare velocemente, perforando la ceramica, meglio la “terraglia” pugliese. In breve tempo fece sei buchetti, tre da una parte della fessura e tre dall’altra. Attorno ai buchi si era formata una piccola polverina, sulla quale non soffiò, ma con il dito indice la raccolse su un pezzetto di carta. Prese un filetto metallico, ne taglio tre pezzetti uguali e li infilo nei tre buchetti di sinistra. Rovesciò il piatto, tiro il filo e lo introduce nei buchi di destra. Girò nuovamente il piatto e dalla parte posteriore tirò i due capi del filo, piuttosto piatto, si assicurò che i margini della rottura combaciassero perfettamente e prese un piccolo contenitore pieno di propellente. Lo accese e con una vite posta all’attacco del beccuccio regolò il soffio della fiamma. Lo indirizzò sui fili metallici che divennero subito rossi e, con la parte piatta di un piccolo martello, fece una leggera pressione, aspettando qualche minuto. Quando tolse il martello il collegamento era perfetto, senza nodi e senza accavallamenti. Rovesciò ancora il piatto. Accarezzò con accortezza il becco del gallo e i margini della fessura. Senza dire una parola, prese la carta con la polvere e la rovesciò sopra a un pezzo di cristallo. Prese dalla cassetta un piccolo barattolo di vetro, con una spatola prese poca crema di colore quasi giallo, la unì alla polvere, la manipolò con cura e ne mise un po’ sul becco del gallo e l’altra la sparsa con il dito sulla fessura. Lo strofinamento durò diversi minuti, fino a quando non senti più sotto al polpastrello i piccoli grani di polvere. Con un panno morbido pulì accuratamente la superficie del piatto e lo lasciò sul banchetto. La proprietaria del piatto, al momento del ritiro, ebbe una esclamazione di piena soddisfazione. “Praticamente è tornato nuovo. Soltanto i punti fanno capire che è stato riparato. Non si vede neppure il segno della rottura. Sono contenta”. “Se sei rimasta soddisfatta, il prezzo della riparazione è di 50 lire. Va bene?”. “Va tanto bene che te ne voglio dare sessanta”. “Signora, torno tra quindici giorni. Fammi trovare qualche altro piatto rotto. Buona giornata”. Questo piccolo e semplice attrezzo veniva chiamato “trapano a volano”. Per tutto l’Abruzzo, ma anche a Roma, tutti conoscevano gli ombrellai di Secinaro. A tal proposito voglio raccontarvi un piacevole episodio. Con un amico di Pratola Peligna eravano stati invitati a cena a casa di un coetaneo di questo ameno paese. Nel pomeriggio decidemmo di fare una passeggiata a piedi: arrivammo nei pressi del cimitero di Gagliano Aterno e ci mettemmo seduti sopra un muretto. Mentre stavamo parlando, arrivò una macchina targata Milano, con quattro persone a bordo. L’auto si fermò e l’autista ci chiese cortesemente “scusate dovremmo andare a Secinaro. Possiamo proseguire su questa strada?”. Prima che uno di noi potesse rispondere, l’amico di Pratola disse: “Dipende! Voi dovete andare all’area industriale o al centro storico?”. L’autista, un po’ imbarazzato, chiese: “Ma perché, c’è anche un’area industriale?”. “Lei dovrebbe sapere che tutti gli ombrellai che girano per il mondo sono di Secinaro!”. Noi non potemmo trattenersi e scoppiammo a ridere. L’autista e i viaggiatori capirono la battuta e per poter ridere bene furono costretti a scendere dalla macchina. Ci volle un po’ di tempo per riprendere la marcia verso la giusta destinazione. Qui di seguito vi offro la fedele riproduzione del “trapano a volano” che un mio carissimo amico ha ricostruito in legno, senza trascurare i minimi particolari e le perfette dimensioni. Manca soltanto il volano originale perché oggi è difficile trovare i cuscinetti.

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