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10/25/2021
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IL LINGUAGGIO VERBALE, PONTE FRA AZIONE E PENSIERO

 

   A prescindere dalle molteplici suddivisioni che sono state fatte del periodo evolutivo, a noi fa comodo una principale distinzione, in due grandi fasi, in rapporto alla possibilità, che si sviluppa nell’uomo, di socializzare: consideriamo la psicomotricità prima  il bambino che impara a parlare e dopo il bambino che è padrone del linguaggio; distinguiamo, cioè, un linguaggio gestuale ed uno verbale.

   Il passaggio, da uno all’altro, prevede una maturazione psicofisica che anticipa il senso dell’umano; si conquista la possibilità di un mezzo di comunicazione che trascende il corpo o i riferimenti spaziali o gli stimoli ambientali e si arriva alla facoltà di espressione di un pensiero con modulazioni vocali, alla trasmissione culturale ed alla fase più alta d’apprendimento.

   Il linguaggio è, quindi, ponte tra il movimento istintivo e quello voluto e precisato; è trait d’union fra azione e pensiero.

   Il bambino si muove; il bambino si muove e parla; il bambino si muove, parla e pensa.

   Questi passaggi si attuano lentamente e sarebbe inutile forzare, precocemente, la maturazione, che ha bisogno di tempo per realizzarsi.

   La sviluppo, dopo un anno d’età, permette una dinamica gestuale che è frutto di stimoli acustici, visivi e tattili, tendenti a funzionalizzare le grandi articolazioni ed a calibrare l’intervento muscolare. Solo superato questo periodo, il bambino incomincia ad essere in grado di recepire l’istruzione verbale dell’adulto.

   Verso i tre anni, il dialogo bambino-adulto-ambiente è responsabile. Il linguaggio, i famosi soliloqui infantili, che accompagnano le dinamiche di questa età, rappresentano la prova più manifesta della partecipazione dell’unità psicosomatica a tutte le manifestazioni famigliari, con la possibilità di inserimento, del piccolo, nel mondo dei grandi: si crea dei compagni di gioco immaginari e riempie i momenti ludici con appropriate espressioni fonetiche.

   È il momento del gioco in parallelo, dei più estrosi voli pindarici; è il momento dell’azione, accompagnato da colorite didascalie verbali. 

   I giochi, spesso, non prevedono un altro bambino, ma un folto gruppo di amichetti immaginari, che hanno sempre voglia di giocare e nella maniera che più gli piace. 

   Il bambino governa il suo mondo; adatta tutto alle sue reali possibilità; guida i suoi “fantasmi” ludici e parla loro in continuazione: li richiama, li sgrida, li loda, li annienta.

   In questo periodo, i giochi del bambino avranno, come peculiarità essenziali, la fantasia (che anima, invita e trasforma) e l’azione (che realizza e rende partecipe).

   Non sempre il bambino è ben disposto a giocare con l’altro; se dovesse tendere ad appartarsi, a giocare da solo, è altamente negativo costringerlo all’incontro con gli altri e con la realtà.

   Il dialogo deve essere la realizzazione di una esigenza, che spinga al contatto con l’altro, che favorisca il commercio ludico e che stimoli l’incontro.

   È sempre il gioco che deve realizzare o, meglio, deve favorire il gruppo; giochi che mettano assieme, liberamente, più bambini con i loro mondi e le loro esperienze; giochi che non abbiano particolari casistiche o tante regole da rispettare.

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