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10/25/2021
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IL GIOCO E IL MOVIMENTO VOLONTARIO

 

   Il gioco del bambino, in ambienti dissimili, presenta motivi tecnici non perfettamente uguali, ma realizzati in conformità con le caratteristiche ambientali e con i motivi culturali di uno specifico gruppo.    

   Il gioco del “campanone”, anche se chiamato diversamente, si realizza sempre sfruttando lo stesso tracciato e mantiene comunque le principali regole che disciplinano l’esecuzione. Cambia la maniera di interpretare il gesto o il modo di iniziarlo o di chiuderlo; variano lo stimolo ludico che ne determina l’esecuzione, le diverse ampiezze dell’area di gara e le differenti casistiche che disciplinano la realizzazione dei momenti: sono sempre proprie di particolari aree geografiche e sono tali perché si devono adattare alle specifiche caratteristiche ambientali. Il “campanone” o il “castello” o la “barcaccia” sono definizioni dello stesso gioco, che si esprime rispettando un tracciato quasi di identiche fattezze, con uguale casistica e medesimo spirito interpretativo che, a seconda dell’ambiente dove si realizza, prende diverso nome: “campanone” nei paesi di pianura; “castello” in paesi di montagna e “barcaccia” in paesi di mare. Queste definizioni, dello stesso gioco, si spiegano a seconda dei differenti ambienti ed i nomi stessi, in questo, sono esplicativi.

  Con questi impegni ludici, comunque, il bambino non ha lasciato completamento il gioco simbolico, ma lentamente se ne distacca; inserito, ormai, con funzione propria nello spazio in cui vive, non adatta più il luogo alla propria dimensione psicofisica, ma incomincia a mettere il proprio “IO” davanti all’ambiente.

  Prima (due-cinque anni) trasformava la realtà ai suoi bisogni interiori; l’adattava alle sue necessità psicofisiche; viveva il momento rapportandolo al proprio essere, non avendo i mezzi necessari per governare un ambiente non essenzialmente fatto per lui, con regole che non comprendeva, con ostacoli che non poteva superare, con la necessità di sviluppare la propria affettività ed il proprio mondo morale, per mantenere integro l’equilibrio intellettuale e sviluppare quello mentale.

   Nelle fasi seguenti, padrone del mezzo espressivo vocale, di una funzionalizzata psicomotricità, di proprie immagini mentali e sempre più partecipe dell’ambiente in cui vive, il bambino incomincia ad osservare la realtà con altro occhio, a penetrarla e ad adattarsi agli stimoli esterni. Lascia l’imitazione e si piega ad una regola, ad un canovaccio ludico che, se da un lato guida il suo comportamento, dall’altro lo avvicina al simile, lo fa partecipe della vita di gruppo, lo socializza, gli allarga la sfera dell’affettività.

   Così, lasciando il simbolico, abbraccia l’adattamento ed inizia la risoluzione dei vari problemi, che prevedono l’impiego intellettivo e la coscienza di sé, in rapporto agli altri ed all’ambiente.

   Dal punto di vista sociale, la psicomotricità infantile è, anche, in stretto rapporto con la padronanza dell’espressione verbale; cioè, possiamo dire che esiste un periodo anteriore al linguaggio ed uno posteriore.

   L’espressione psicomotoria è in stretto rapporto con la padronanza delle principali funzioni ed il gioco, che può essere la derivante del profilo pratico e dello sviluppo psichico, è in stretto rapporto con la condizione fisica e con l’evoluzione psico-mentale.

   Il gioco, quindi, manifesta la realtà attuale dell’unità psicofisica ed è determinato, sempre, dallo sviluppo mentale e dalle possibilità funzionali corporee. Il gioco esprime la condizione del momento; è giustificato dai processi in atto e realizza l’espressione ottimale, per quelle specifiche capacità di corpo e di spirito. Questo gioco, a questa età, prevede il movimento volontario automatico.

   Un movimento volontario si compie su precisa immagine ideomotoria, con intervento del sistema nervoso centrale, che guida la specifica contrazione muscolare e ne regola l’equilibrio antagonistico. L’impulso ad agire parte dalla corteccia cerebrale e, durante il movimento, i propriocettori inviano al cervelletto informazioni sull’azione che si sta svolgendo, in maniera che si possa regolare l’azione, organizzando la coordinazione muscolare sinergica. Il sistema muscolare, quindi, entra in azione su specifiche indicazioni del sistema nervoso e, inoltre, assicura una contrazione statica (di tipo posturale) che funge da base all’equilibrio dinamico.

   L’azione volontaria si compie, quindi, su informazione periferica, dopo l’elaborazione cerebrale e con coscienza esecutiva.

   Il movimento nuovo nasce da uno schema immaginativo-motorio, nel quale rappresentiamo il nostro corpo nello spazio. L’immagine ideo-motrice può esserci fornita da un reale esempio, in base al quale riproduciamo l’azione, mettendo il nostro corpo nelle posizioni osservate. Il movimento così realizzato permette che se ne riproduca la “rappresentazione chinestesica”

   Questa è il “come” si è svolto il movimento; una cronaca motoria che viene ad essere incamerata dal cervello, attraverso le vie centripete informative, e forma la “pizza cinematografica” rappresentativa di tutta l’azione. L’idea del movimento, cioè, viene sostituita dal ricordo dello stesso, incamerato mentalmente con il bagaglio delle sensazioni muscolari, tendinee, legamentose, di dinamica articolare, di controllo visivo, di sensazioni epidermiche, ecc. …

   Il movimento, così, con le rappresentazioni mentali esatte, diventa automatico o, meglio, volontario-automatico, in quanto il “fiat” esecutivo è cosciente, ma l’esecuzione ed il controllo non necessitano di volontaria guida.

    

         

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