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01/28/2022
HomeLa RivistaFolklore e dialettiAngolo dell’abruzzesità poetica…n. 19. “LA PIANTE” di Antonio Del Beato

Angolo dell’abruzzesità poetica…n. 19. “LA PIANTE” di Antonio Del Beato

Accade a tutti, ogni tanto, di fermarsi a riflettere su quanto sia veloce l’andare del tempo, veloce e inavvertibile perché, mentre passa, noi siamo presi e indaffarati nel nostro da fare quotidiano che non ce ne accorgiamo.

Poi basta un niente, l’improvviso insospettato incontro con un vecchio amico e dal confronto tra come lo ricordavamo e come lo vediamo ora nasce la riflessione che il tempo è passato e come!

Antonio Del Beato Corvi, sulmonese doc, creativo da sempre e, da sempre, attivo nel campo della poesia in vernacolo e come autore di testi per commedie dialettali, è sempre presente nelle occasioni in cui si parla di dialetto e folclore locale.

Generalmente Antonio Del Beato Corvi riesce ad equilibrare, nelle sue composizioni, un pizzico di spensierata goliardia moderata, poi, da una sottile vena di tenera nostalgia. Con la poesia “LA PIANTE” hanno la meglio nostalgia, ricordi e un sottile, non troppo nascosto, timore.

C’è il tempo dell’infanzia, c’è l’ombra, ancora consistente, dei genitori; c’è, in proiezione, uno spiraglio di futuro che tocca il pensiero e lo intimorisce.

Il tempo va, ma anche noi andiamo, viandanti tutti, e ci muoviamo in un mondo e per un tempo che non sono nostri, non dipendono da noi.

Ci sono concessi solamente in uso e per quanto non è dato sapere. Quello che ci è consentito poter fare è cercar di cogliere, in un rapido confronto, le caratteristiche di ciò che si era e di ciò che si è per accertarsi, ancora una volta, di come si cambia pur pensando di essere sempre gli stessi.

Si cambia senza saperlo e, tante volte, senza volerlo. Perché?

Perché legati alla terra, come piante, il nostro destino somiglia al loro: crescere, andare in su, tendere verso il cielo e la luce, ma anche non potersi proteggere dal vento e dalle intemperie che mettono alla prova la capacità di resistere. Il dialetto del poeta è quello sulmonese-peligno.

(E. Di Ianni)

LA  PIANTE     di Antonio Del Beato

Nu suonne, me facesse a ’na durmite:    

vulesse ’sci’ ’na poche da ’sta vite,    

vulesse returna’ nu quatrarielle,

vulesse rabbraccia’ chije tiempe bielle

andò vasteve poche pe’ nu piante:

e ’nce vuleve gnente pe’ ’sta piante:

’na nichilelle juste a nu gelate,

nu pazziarielle gnuove, ’na resate.

Attuorne a me du’ sguarde ’nnamurate:

Mamme e Papà che m’hanne già lassate.

Gesù, ’sta vite corre, corre forte,

nin ti’ lu tiempe manche pe’ la morte.

Mo me retrove ’ma ’na piante a rischie

ch’à recacciate, è vere, du’ rifischie

e da la terre succhie cchiu’ pe’ lore

tramente aspette che rentone l’ore.

LA PIANTA

Un sogno vorrei farmi mentre dormo:

vorrei tornare ad essere bambino,

vorrei riabbracciare quei bei tempi

quando bastava poco per farmi piangere

e occorreva poco per questa pianta:

un soldino per comprare un gelato,

un giocattolino nuovo, una risata.

Intorno a me due sguardi innamorati:

Mamma e Papà che mi hanno già lasciato.

Gesù, questa vita scorre, scorre velocemente,

non tieni il tempo nemmeno per morire.

Ora mi ritrovo come una pianta che rischia di seccarsi,

che ha dato vita, è vero, a due giovani virgulti

e dalla terra succhia la vita più per loro

mentre aspetta che arrivi l’ora.

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