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09/18/2021

SERA DE ‘STATE

Quante sono le sere di un’ estate? Non le contiamo quasi mai, non l’abbiamo mai fatto, è vero, ma senz’altro tutte meritevoli per quanto ci hanno donato e quanto, speriamo, ancora ci donino.

Come sono? Potremmo dire belle, calde, animate, colorate, forse qualcuna anche sofferta per un’attesa andata delusa e, qualche altra, indimenticabile per una storia non sperata.

Nunzia CHIOCCO, l’autrice della poesia “SERA DE’ STATE” ha provato, e con successo, a centellinarne una, quasi a degustarla con la lentezza professionale di un sommelier per non perdere neppure un’immagine, un profumo, un suono, un colore. E’ stata, Nunzia, davvero un’esperta sceneggiatrice-regista che, conoscendo bene il luogo, fa in modo che le inquadrature si orientino in modo tale che il risultato finale diventi un inno, filmico, alla sua terra e al suo pase: l’Abruzzo e Cocullo, il paese dei serpari.

C’è tutto e di più: c’è il sole che va tramontando, il sambuco che si appisola, il ruscelletto ridipinto dalle ombre degli alberi. Ci sono gli uccelli che salutano il giorno con voli e cinguettii mentre pregustano la quiete notturna tra le nidiate sulla torre. Ma sarà vera quiete?

Non proprio perché alle voci, ai suoni e rumori che si chetano se ne sostituiscono altri, quelli che vanno crescendo: il cri cri dei grilli che fa da sottofondo al vagare, incerto, delle lucciole e a quel dialogo, sicuramente secolare, tra la prima stella della sera e il capriccioso ruscello. Due opposti che si attraggono: l’uno in basso, a terra, l’altra in alto, nel cielo. S’incontreranno mai? Forse, può darsi…! 

Quel che è certo è che Nunzia Chiocchio, mamma, moglie e amica, sempre attenta agli affetti, nel dipingere una sera d’estate cocullese con il dialetto del suo mondo infantile, mai accantonato, è talmente presa e coinvolgente che anche il lettore vive quei luoghi e quelli immagini come fossero quelle di casa sua e si commuove  proprio come accadeva a Nunzia ogni volta che tornava a scorgere la “Pelelle”, la “Crocelle”, la Torre 

Ogni volta che tornava a “casa”.

(E. Di Ianni)

                               

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