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09/18/2021
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Motricità prenatale: da dove tutto prende vita

 

di Giuseppe Mazzocco

   Il neonato che, immediatamente dopo la nascita, esprime una caratteristica motricità, nella vita intra-uterina si è costruito un primitivo “canovaccio” motorio, provando quella dinamica gestuale che poi manifesta dopo il parto.

   I movimenti prenatali non “nascono”, però, da una precisa immagine ideomotoria, ma sono, all’inizio, espressioni di motilità riflessa, in quanto le funzioni cerebrali sono ancora insufficienti per un dinamismo volontario.

   La vita intra-uterina, dalla inseminazione al parto, riconosce tre periodi: la fase della fecondazione, quella embrionale e quella fetale.

   La prima si realizza nella moltiplicazione cellulare; la seconda esprime la differenziazione dei maggiori organi di vita; la terza è la fase della rifinitura anatomica e funzionale dei vari apparati.

   Quando l’embrione (seconda fase) può già chiamarsi feto o discendente (terza fase), si caratterizza già una diversa realtà scheletrica, dal momento che la fragilità gelatinosa e cartilaginea acquista caratteri di compattezza e di durezza quasi ossea ed inizia a realizzarsi il perfezionamento anatomo-funzionale degli organi appena formati.

   Evidenziate braccia e gambe ed in possesso di un cuore (anche se con il foro di Botallo ancora aperto e con frequenza ritmica elevata), il feto esplica dei dinamismi attivi con il probabile scopo di funzionalizzare l’apparato di movimento: avuti gli organi, incomincia a manifestare le prime, rozze funzioni.

   Prendere in esame lo sviluppo psicofisico del bambino, significa risalire la vita cronologica, fin all’atto della fecondazione, per arrivare ai momenti della formazione del primo equilibrio psicosomatico e sociale che, attraverso un ulteriore processo di maturazione, porta alla dimensione di uomo. Non si può studiare solo una “fase” dello sviluppo infantile e isolare un “tempo” del processo in crescendo, che sfocerà nella complessa maturità dell’uomo; per capire il presente dobbiamo analizzare il passato; per proiettarci nel futuro dobbiamo aver chiara l’idea di ciò che abbiamo davanti.

   Tutti i momenti della crescita, distinti da motivi intrinseci che li caratterizzano in cronologia e li animano di aspetti psicofisici specifici, sono strettamente conseguenziali. Essi sono, anche se con fisionomia propria, dei tempi di un processo di formazione e di sviluppo che si fondono l’un l’altro e con ognuno che trova il motivo d’essere in quello che lo precede e butta le basi per quello che lo segue.

   Volendo fare un esempio, potremmo paragonare le fasi dell’accrescimento alla successione cromatica di un arcobaleno; si vede dove inizia; si può stabilire dove ha termine; si distinguono chiaramente i colori, ma è impossibile indicare con precisione dove inizia il verde, che si trova fra il giallo e l’azzurro; il verde si distingue benissimo, ma pare nasca dal giallo e formi l’azzurro.

   Per questo motivo, se indicheremo delle date precise, diamo ad esse un valore molto relativo ed approssimativo, in quanto non si può stabilire dove finisca un’età e ne cominci un’altra, ma si può solo indicare il periodo, teorico, in cui tale passaggio dovrebbe avvenire.

   Il sistema nervoso, collegando il cervello ai muscoli, pone fine alla vita vegetativa ed incomincia a regolare quella attiva. Triplicandosi (dopo il quinto mese di vita intrauterina) i rapporti delle connessioni neuromuscolari, il feto organizza le reazioni dinamiche rendendole, qualitativamente, più responsabili.

   I movimenti si fanno più differenziati, con l’accresciuta forza di contrazione e la nuova sensibilità nervosa, e molto vigorosi, da essere chiaramente percepiti dalla madre o da un attento osservatore.

   Movimenti di limitatissima escursione dinamica e gioco articolare, dato il particolare ambiente, ma tali da esercitare il sistema muscolare e le articolazioni. Questo tipo di motilità è spontanea, di tipo miogeno; più tardi sarà di tipo neurogeno. Il movimento attivo avviene per contrazione muscolare, non in dipendenza da una funzione cerebrale superiore, ma per attività riflessa.

   Intanto gli organi, con la continua (anche se ridottissima) funzione intrauterina, si sviluppano velocemente: il cuore ha un battito più regolare; gli occhi (già protetti dalle palpebre e dalle ciglia) si aprono e si muovono; i polmoni hanno raggiunto uno sviluppo funzionale che, sebbene non abbiano mai provato l’aria, sarebbero in grado (anche se solo per poco) di assicurare la respirazione; la produzione di calore è equilibrata; le ghiandole hanno regolare funzione (specialmente quelle sebacee) e la forza muscolare è tanto sviluppata che, il feto, potrebbe, già ai sette mesi e con la sola presa delle mani, sorreggersi appeso.

   I movimenti si riducono, quando, preparandosi la posizione capovolta del parto, l’involucro uterino incomincia a risultare troppo stretto.

   A questo punto si arresta persino la crescita (anche per senilità dell’apparato nutritivo della placenta) ed il feto spinge il capo nel canale del parto, mentre già si verifica il graduale abbassamento uterino.

   Siamo, così, arrivati al parto.

   

   

  

 

   

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