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09/18/2021
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E’ VIETATO SOGNARE?

 

Ho da tanto un sogno ricorrente, un sogno ad occhi aperti che, mi sono accorto, qualcun altro ha già esternato prima di me, tantissimo tempo fa. 

Ve lo partecipo: 

Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il suo bastone in mano per la loro longevità.

Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno nelle sue piazze

Il trascorrere del tempo mi ha portato a vivere momenti in cui sembrava fossimo ad un passo dalla realizzazione del sogno: tante iniziative, tanti discorsi, tanti impegni promessi. Insomma tanto di tanto per produrre poco di tutto. 

Una domenica di agosto di diversi anni fa, era il 22 agosto 1999, Nantas Salvalaggio pubblicava sul quotidiano “Il Tempo” l’articolo “Quando la dittatura se la prende con gli aquiloni” e scriveva:

L’aquilone è legato ai giorni più spensierati della nostra infanzia; e su un aquilone Giovanni Pascoli ha scritto una delle sue più toccanti poesie.

Ancora oggi, in questi giorni di fine estate, le spiagge di Rimini e Viareggio pullulano di aquiloni multicolori, attorno ai quali le rondini fanno eccitanti gare ad ostacoli. La stessa cosa accade lungo le rive della “Serpentine” di Londra: centinaia di bambini e di pensionati lanciano al vento i loro fantasiosi aquiloni, quali a forma di gabbiano e quali a guisa di pipistrello. Ma nessun vigile della City ha mai tagliato il filo di quegli aquiloni… Nessun ragazzo è stato multato o punito per il suo innocentissimo gioco

Il divieto di far volare gli aquiloni sarebbe stato sancito, secondo il quotidiano “Phnom Peny Post”, in Cambogia, da un decreto prefettizio che vietava la vendita di aquiloni perché i bambini, correndo, calpestavano l’erba e disturbavano la quiete pubblica.

Più o meno in quegli stessi anni scuole, servizi sociali, consociazioni operative per l’infanzia discutevano, e pure con un certo impegno, per incoraggiare l’efficace applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’infanzia. Ovunque!

Si attivò un dibattito globale sui diritti dei bambini con l’intento di arrivare all’esplicitazione e al confronto di tutta una serie di opinioni e, intanto, si generava un fermento che dette vita al movimento “Città amiche dell’infanzia”.

 

Il primo segnale positivo fu che si misero in azione sindaci, governo nazionale, mondo accademico, scuola, mass media, privato sociale, società civile per arrivare all’elaborazione di riforme istituzionali, regolamenti, piani di intervento, politiche e fondi “amici dell’infanzia”. Si fece strada, e irrobustì, l’idea di “Città delle bambine e dei bambini”, una nuova filosofia che trovava in Francesco Tonucci, psicopedagogista di lungo corso e degna fama, il promotore e sostenitore del Progetto “La città dei Bambini” che nacque a Fano nel 1991, proprio con la ratifica, da parte dello Stato Italiano, della Convenzione Internazionale dei diritti dell’Infanzia del 1989.

L’idea fondante è bella e semplice: i bambini hanno spazi sempre più ridotti dove potersi ritrovare liberamente e giocare, giocare ad essere liberi nell’organizzare giochi, di poterli scegliere da soli e da soli modificarli, integrarli, variarli. Liberi e autonomi nello scegliere i compagni di gioco e nell’essere scelti e, soprattutto, di poter giocare senza dover ricorrere all’adulto o dipendere da esso che tutto finalizza e gestisce. 

Restituire all’infanzia spazi dove i bambini possano crescere in autonomia vera, non pseudo.

L’idea è bella soprattutto se la si mette a confronto col tran tran giornaliero di tanti minori delle nostre città, ma, ormai, a

nche dei centri più piccoli, vittime sempre più di quell’ “andar di corsa” di noi adulti. 

Svegliati da mamma o papà che, celermente, li vestono e, non potendo indugiare con loro per far colazione, gli propinano la merendina del giorno, quella che lui più gradisce evitando una colazione di famiglia e subito in auto o sullo Scuolabus. Tragitto veloce, conversazione banale, se c’è; poi dall’auto o dallo Scuolabus direttamente a scuola. Il tempo di un mezzo “Ciao” e l’adulto sparisce. All’uscita dalla scuola il percorso è all’inverso, ma identico nelle modalità: scuola, Scuolabus o auto genitoriale, casa.

Tante, troppe volte il trasbordo avviene direttamente da scuola a palestra, a piscina, a danza, a musica, a catechismo… luoghi, tutti, gestiti dall’adulto!

Nulla da obiettare, ma di spazi di autonomia ce ne sono davvero pochi e non si può non condividere la riflessione che “nelle piazze e nelle vie delle nostre città i bambini che giocano sono del tutto spariti”.

Restituire spazi all’infanzia, spazi veri, non è solo un problema che investe i luoghi fisici, la loro effettiva e immediata disponibilità d’uso; restituire spazi all’infanzia vuol dire prendere coscienza che l’infanzia è “infanzia”, il bambino è “un” bambino e che qualunque aggettivazione posta dall’adulto va rimossa proprio per consentire il realizzarsi dell’autonomia perso

nale. 

Non esistono i bambini-adulti e neppure i bambini-bambolotto e, meno che meno, i super-bambini. O almeno non esistono nella realtà, anche se ancora possono persistere nell’immaginario dell’adulto, genitore e educatore che sia.

Non c’è un bambino al quale possa chiedersi di crescere in fretta, di diventare precocemente adulto. Non c’è, anche se ci sono genitori troppo presi da se stessi, dalla carriera e dalle pressioni di una società competitiva.

Non c’è un bambino al quale possa chiedersi di essere cucciolo da coccolare, da trattenere, il più a lungo possibile, nel mondo dei bambini perché non esiste il mondo “dei”, ma solo il mondo di tutti.

Non c’è un bambino al quale possa chiedersi di essere super, eccezionale, solo perché figlio unico e ben sostenuto dal contesto famigliare.

I bambini sono come gli aquiloni: vanno tenuti all’aperto, seguiti a distanza, tenuti d’occhio senza limitarli, non perdendo mai, di mano, il filo che li collega a noi, ma facendo attenzione a non trattenerli nella virata pur rimanendo vigili per non perderci i tentennamenti, le planate e, men che meno, quei giochi di luce e di vento che colorano il loro percorso.  

E’ possibile, da noi, una vera Città dei bambini? E magari anche degli anziani? E, se si potesse, anche dei disabili? Insomma una città che poi sarebbe a dimensione umana? 

Io credo di si e lo spero. Nel dubbio, continuo a sognarla. 

 La Bibbia, il Libro di Zaccaria

 “Il Tempo”, Domenica 22 Agosto 1999

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