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09/18/2021

BANDIERE AL VENTO

BANDIERE AL VENTO

Questo periodo di tempo ha visto il nostro Tricolore protagonista in ogni angolo delle  Città ed anche nei più remoti casolari di campagna.

Certamente la coreografica inaugurazione all’Olimpico di Roma, dei Campionati Europei di Calcio, l’11 giugno, è stata la stura perché, negli animi di quasi tutti gl’Italiani, si accendesse la fiammella dell’amor patrio, proprio come la fiamma pilota delle nostre caldaie che accende poi tutto il bruciatore.

Con il passare dei giorni quella fiammella si è ravvivata sempre di più,  impadronendosi di tutti noi, aumentando la sua luce e rinvigorendo il nostro senso di appartenenza ad una patria. Al contempo ogni nostra Città si riempiva di bandiere tricolori. Nei crocicchi delle strade stazionavano, ovunque, furgoncini attrezzati per la vendita di bandiere, grandi, medie e piccole, tradizionalmente tricolori o disegnate con i tre colori a forma di scacchi. L’impressione è stata quella di una nazione che, attraverso le bandiere esposte nei propri  balconi o finestre, semplici ringhiere o terrazzi  testimoniasse la propria identità nazionale. Perfino nei cantieri edili dove, pur non essendo stata raggiunta la copertura del tetto, lo sventolio di Tricolore è stato lo stesso.

E così, ogni cinque o sei giorni, l’appuntamento televisivo con la nostra Nazionale diventava un rito sacrificale che faceva interrompere ogni viaggio, ogni attività lavorativa. Tutte le città erano possedute da un silenzio irreale che, per circa due ore, imponeva la sua entità salvo infrangersi, improvvisamente e fragorosamente, alla realizzazione di un gol. 

Ogni fine partita vinta innescava sempre più, settimana dopo settimana, la gioia schiamazzante e sonora dei tifosi ognuno, con la sua brava bandiera in mano, ebbri di felicita nei caroselli di macchine.

L’orgoglio di essere italiani si è tramutato, quindi, nell’orgia della festa e il clamore dell’11 luglio. In quel giorno, se avessimo potuto guardare l’intera nostra Penisola dall’alto di un satellite, avremmo visto una sola bandiera tricolore da nord a sud, da Torino a Otranto, da Trieste a Palermo. L’entusiasmo per aver vinto il Campionato Europeo di Calcio, a distanza di cinquantatrè anni dalla precedente Coppa (vinta contro la Jugoslavia all’Olimpico di Roma, con quel gol di Anastasi), è stato veramente traboccante e del tutto spontaneo, quasi a volersi rifare dopo la recente, tremenda, esclusione dal Mondiale.

La squadra vincente deve la sua vittoria alla ricostruzione di un ottimo gruppo di ragazzi, cementato soprattutto dal sentimento dell’amicizia, dove l’antagonismo personale non abita ma, luogo laddove, tutti danno tutto per la comune vittoria finale. 

Ma ora, cessati i festeggiamenti per la vittoria, già spentisi i riflettori sugli eroi di quei giorni (peraltro lautamente ricompensati),  ci siamo “risvegliati” nella nostra realtà, nell’ovvia risalita dei contagi della pandemia, fortunatamente, senza l’incremento esponenziale delle ospedalizzazioni. 

Ciò che mi preme ora considerare è che, passata la festa, gabbato lo santo, tutte le bandiere tricolori, prima garrule al vento con bella mostra di sé, sono state riposte, forse per essere mostrate al prossimo appuntamento sportivo internazionale, forse ai Mondiali di Calcio in Qatar nel 2022. L’entusiasmo dimostrato con l’esposizione del tricolore  dovrebbe periodicamente riapparire per provare tutti, nel proprio intimo, quel senso di appartenenza alla nazione,  quella italianità latente che viene fuori solo durante i vari incontri sportivi. Questo senso di appartenenza alla propria nazione, comune a quasi tutti i paesi del mondo, solo nel nostro viene fuori occasionalmente e, solo prepotentemente, in occasioni di sole sfide sportive o giochi olimpici. All’estero questo senso di appartenenza è talmente radicato che oltre agli edifici pubblici, vengono imbandierate finestre e balconi compresi tavoli di bar o ristoranti. E’ palese che Francesi, Britannici ed altri sanno esternare la propria identità nazionale, molto meglio di quanto noi siamo capaci di fare.  E’ quindi auspicabile che questo sentimento di amor patrio trovi, d’ora in avanti, riscontro in un processo educativo, venuto meno nella nostra Italia per ragioni che meriterebbero un’ indagine approfondita ma che hanno innescato nei giovani, di almeno due generazioni passate l’idea che, l’amor di patria e la manifestazione di questo sentimento, siano il retaggio di un regine totalitario che, purtroppo, ha oppresso la Nazione nel secolo passato.

Sarebbe quindi opportuno che tutti guardassero, non solo durante le sfide sportive, senza ignorante ironia, all’esposizione del tricolore, quando questo viene esposto nelle festività nazionali, quale valore unificante, proprio come nelle sfide sportive, in ricordo di tutti i sacrifici, le gioie e le avversità sopportati dalla Nazione con senso comune. 

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