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10/23/2021
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Star come a casa propria

A metà Novembre 2012 mi viene recapitato un invito dall’Associazione Culturale di Volontariato Albanese “Madre Teresa”, un colorato invito al quale segue, solo qualche giorno dopo, la telefonata del suo Presidente, Artan Hisku, che, con gentilezza e determinazione, mi fa capire che io e la mia signora “dobbiamo” esserci perché… E giù motivazioni su motivazioni. Ascolto e prometto: Sabato 1° Dicembre 2012, alle ore 19:30, io e mia moglie saremo a Castel di Sangro, al ristorante “Le Vele” e festeggeremo, insieme a tutti loro, il Centenario dell’indipendenza dell’Albania, avvenuta il 28 Novembre del 1912.

Il colorato biglietto d’invito evidenzia, sul retro, il menù della serata, un menù tipicamente italiano e, sul davanti, si impone alla vista l’immagine di donna albanese nel suo costume, una madre di famiglia che mostra al suo piccolo, un bimbo sul girello di un tempo, il simbolo 

della loro nazionalità

Da un angolo in alto, a sinistra, compare il volto di Madre Teresa che osserva, compiaciuta, la scena.

Avrei potuto ringraziare e addurre motivazioni diverse per scusare la mancata partecipazione, ma dissi di sì per il calore dell’invito, per la sincerità affettuosa che traspariva dalla voce dell’ amico Artan. Ce n’era anche un’altra di ragione a indurmi a dire di sì. Artan fu esplicito rappresentavo l’amico, quello vero, che non aveva solo “detto”, solo “usato parole”, ma quello che si era impegnato compiendo “fatti veri”, fornendo supporto logistico e cercando contatti per facilitare la nascita dell’Associazione e avviare il confronto fra  albanesi presenti nella Valle del Sagittario, quelli presenti nella Valle Peligna e quelli allocati nell’Alto Sangro. Poi volle proprio colpirmi basso ricordandomi ch’ero stato io, come amministratore, a promuovere e dar vita ufficialmente “Registro delle Badanti” attivando, a Sulmona, specifici corsi di formazione socio-sanitaria-operativa, gratuiti, aperti a italiane e straniere col conseguimento di un attestato ufficiale di “Badante”.

E poi… – , aveva concluso, – non puoi tirarti indietro perché proprio tu,  Dirigente, che hai dato vita, nelle tue scuole, alleGiornate dell’integrazioneaprendo gli spazi educativi a tutte le famiglie di alunni, compreso le nostre, senza distinzione di nazionalità, cultura, regione, lingua. Tu, Professore, ci hai permesso di portare a scuola le nostre tradizioni artistiche, di artigianato e culinarie e di poterci collocare insieme a quelle italiane e di altri paesi stranieri!-

Prima di conoscere Artan Hisku, avevo avuto il piacere di conoscere sua moglie, Lindita Hisku, una bravissima soprano alla quale affidai un Corso di formazione musicale-canoro per gli alunni del Circolo Didattico “Giuseppe Lombardo Radice” di Sulmona. Il primo approccio con Artan, che era un baritono davvero bravo, era avvenuto casualmente: un albanese, socialmente attivo nel pratolano, incrociandomi lungo Corso Ovidio, si fermò a salutarmi e mi presentò il signore che l’accompagnava: Artan Hiscu. Ascoltato il cognome mi venne spontaneo chiedere:

Ah, Hisku…! Per caso è il marito di Lindita? – 

Accennando un sorriso, garbatamente mi corresse:

Professore no… Lindita è moglie a me! –

Compresi immediatamente il messaggio che mi riportò ad anni addietro. Mi ritrovai a pensarmi chierichetto in chiesa, al paese, a riascoltare le parole del Prete nella celebrazione dei matrimoni: “La moglie assume il cognome del marito… ha l’obbligo di seguirlo ovunque egli intenda fissare la propria residenza…” Non eravamo stati, noi, tanto diversi da loro mezzo secolo fa.

La festa a Castel di Sangro si presentò come le nostre feste: cena con antipasti, primi e secondi piatti, frutta, torta “Centenario”…il tutto animato dalla voce intonata e melodiosa di un cantante albanese. Un piccolo spazio per il saluto agli ospiti e degli ospiti e si aprirono ufficialmente le danze.

Le musiche e i ritmi erano quelli caratteristici della loro terra. Le melodie sapevano di velata tristezza e non potevano non starci, quella tristezza,  pensando alle tante traversie di quel popolo che aveva sofferto ed ancora soffriva per essere autenticamente se stesso.

Non c’erano coppie a ballare; c’erano tutti che ballavano con tutti senza fare un’ammucchiata. Con mia moglie non ci stancavamo di osservarli e scambiarci le nostre impressioni. I motivi musicali, quasi tutti, intercalavano sfumature di malinconia con improvvisi slanci di entusiasmo leggibilissimo nel volto dei ballerini attenti a passare dalla pensosità all’euforia.

Ballavano tutti ed erano tutti belli a vedersi, belli e contagianti nei sorrisi accennati. Di tutti ammirammo il garbo, il cambio di passo rispettoso del ritmo e la coralità delle coreografie.

La cosa che ci segnò profondamente fu il constatare che quei balli erano di tutti e per tutti, nessun limite di età, nessuna riserva. Dai nonni, a scendere fino ai nipotini, tutti entravano nel magico cerchio della danza così come si entra in quello della vita e tutti si avvicendavano con tutti in una ecumenicità commovente, che ha finalità lo “stare insieme” e non “con chi” stare insieme.

Li guardavo mentre il pensiero correva ai balli della nostra tradizione: le quadriglie, il salterello, la tarantella con il loro ritmo coinvolgente, sempre aperto  ad un’inclusione continua, in crescendo.

Da noi quei balli sono ormai diventati “tipicità” e tipicità sempre più fa il pari con “rarità”. Un tempo, mi dicevo in silenzio, la felicità delle nostra gente, nelle aie campagnole, passava per queste danze, per lo loro quotidianità nelle serate d’estate. E come nella serata albanese, nessuno rideva o aveva da ridire se qualche coppia di formava con due donne, con due uomini, con un adulto e un minore, con due bambini, con un nonno e una nipotina o un nipotino.

Coppia, allora, voleva solo dire “paio”, “due” e oltre non si andava. Era normalità proprio come in questa serata dicembrina, tra gli amici albanesi.

Tornammo a casa felici, felici e predisposti ad una guida non frettolosa, perché avevamo da riflettere a voce alta  su tante cose da tenere a mente e farle nostre, a mo’ di esempio senza chiamarle “inclusione” e “integrazione”.

Ci dicemmo, vicendevolmente, che c’eravamo sentiti a nostro agio.

Assan Hisku non è più tra noi, si è spento qualche anno fa dopo essersi speso tanto nel sostenere i suoi nel quotidiano, nel favorire i rapporti tra suoi e suoi e tra suoi e nostri.

Quando mi capita di pensarlo, preferisco ricordarlo nell’interpretazione, duettata con la sua Lindita, di “O sole mio”, in una delle giornate dell’integrazione culturale. E ogni volta che accade, ripeto a me stesso, come nel viaggio di ritorno da Castel di Sangro:

Siamo stati proprio come a casa nostra! – un velo di malinconia.

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