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09/18/2021
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“IL PAESE E UNA FABBRICA” di Nino Di Tillio

Il paese e una fabbrica” è la rivisitazione, a posteriori, della vita di una realtà industriale, quella di Bussi sul Tirino (PE), che ha impegnato e condizionato l’esistenza di tutta una comunità.

E’ anche, però, il respiro di più generazioni che si muovono e arrivano a noi attraverso lo sguardo dell’autore, che non è uno statico e asettico osservatore, ma egli stesso attivo protagonista all’interno e all’esterno di quel contesto umano e sociale.

Nino Di Tillio, “bussese”, non è soltanto un personaggio, ma è anche protagonista di ciò che narra perché quella storia, che è vita vissuta e sudata, è anche la sua. La sua e delle comunità di Bussi sul Tirino e Bussi Officine: di un paese, di una fabbrica e di tanta gente.

Ci sono ricordi, è vero, ricordi compresi quelli che l’autore ha ereditato dalle narrazioni e dalla storia di quel territorio come la povertà dei primi anni del ventesimo secolo, la tristezza delle tante “spartenze” che toccarono, con le emigrazioni, numerose famiglie del posto.

C’è la storia di un sogno che si fa realtà, quello che, dall’arrivo della Montedison, dà vita a Bussi Officine e al miraggio di benessere che pare realizzarsi. E con la Montedison parte anche tanta storia di vita vissuta, quella sindacale, che ha impegnato l’autore e che gli rimane dentro perché spesa con gli altri e per gli altri, in un impegno che non è mai finito perché il benessere portato dalle “Officine” ha dovuto fare i conti con il prezzo pagato in termini di vite umane e salubrità ambientale.

Lavoro e fabbrica, fabbrica e impegno socio-sindacale, impegno socio-sindacale e senso civico, senso civico e dignità umana costituiscono una sorta di spirale che muove dall’uomo con i suoi bisogni e ha, al suo apice, lo stesso uomo portatore di una sua dignità, quella che rende, ancor oggi, vivo,  esemplare ed eroico il sacrificio di una  ancor giovane maestra di scuola elementare: Lola Di Stefano.

Sembrava un giorno come tanti, quel 19 gennaio del 1954; Lola Di Stefano. 33 anni compiuti, ha accolto i propri alunni e, insieme, stanno lavorando tranquillamente in aula. Qualcosa, all’improvviso, non funziona nella fabbrica. Da una cisterna, per un guasto, fuoriesce del cloro: cinque tonnellate di cloro liquido che, a contatto con l’aria, diventano una enorme nuvola bianca che si riversa all’esterno e diventa pericolosa: può uccidere.

La maestra se ne rende subito conto. Non c’è tempo e non può indugiare. Porta immediatamente fuori gli alunni dandosi da fare affinché vengano immediatamente trasportati lontano da lì.

Arriva un primo autobus: vi fa salire gli alunni, ma non c’entrano tutti; arriva un secondo autobus che accoglie i rimanenti. Si va su, a Capestrano, lontano dalla nube tossica.

Lei è con i suoi alunni e, una volta giunti a destinazione, si dà da fare, con la gente del posto, provvedendo a far bere del latte per prevenire l’intossicazione. Non pensa a se stessa, non ha il tempo per farlo; lo farà dopo, tanto è presa dall’ansia per i suoi allievi. Quel dopo, però, non ci sarà: è’ più rapido il cloro a colpirla e il contagio tossico non le darà scampo. Muore da eroina per essere stata attenta e intraprendente nella tutela dei suoi alunni durante un’azione che non era di guerra, ma che richiedeva, anche ad una maestra di scuola elementare, di dar prova di autentica dignità umana.

Perché Nino Di Tillio, “bussese”, sindacalista e poi anche primo cittadino, ha voluto immergersi in ricordi, esperienze di vita vissuta e sofferta, battaglie sindacali con alterne vicende?

Lo ha fatto, confessa l’autore, “per lasciare una testimonianza scritta ai giovani”, perché, nel passaggio del “testimone”, le nuove generazioni sappiano da dove si è partito e come ci si è mossi, perché possano e sappiamo come determinarsi per il prosieguo del viaggio.

Lo ha fatto anche, ed è contagiante, per l’amore che lui nutre per i suoi luoghi e la sua gente, per quello stupendo paesaggio, per il brontolio del Tirino ed anche per quelle ciminiere che non dovranno mai più essere presagio di morte, ma solo e sempre simbolo di vita, di sana operosità e di rispetto del valore della dignità umana. 

N. Di Tillio,  “IL PAESE E UNA FABBRICA” Collana “Insegnare il novecento” diretta da C. F.Casula, ANICIA ROMA, 2020

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