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09/18/2021
HomeLa RivistaFolklore e dialettiAngolo dell’abruzzesità poetica…n. 16 – “C I C A L E” di Giovanni SPITILLI

Angolo dell’abruzzesità poetica…n. 16 – “C I C A L E” di Giovanni SPITILLI

E’ bello, anzi bellissimo, quel coro stridente di cicale in piena calura estiva.

Come ti arriva, t’accorgi a pieno di quell’odore di grano maturo appena falciato e giacente in attesa della trebbiatura.

Quando la trebbiatura si chiamava “tresca” e la si faceva, nelle nostre aie di paese, ricorrendo agli animali da fatica (buoi, cavalli, muli, somari) che erano guidati a muoversi, continuamente, sui covoni ammassati al centro dell’aia e a calpestarli ben bene, si vivevano, in campagna, momenti di comunanza meravigliosi.

Al rintocco del mezzogiorno arrivavano, puntualmente, le donne di casa con grossi cesti sulla testa, pieni di quel “povero” ben di Dio che sapeva di straordinaria abbondanza e succulenza. In genere c’era pasta al ragù, trippa al sugo, formaggio, vino, pane e qualche cipolla.

Immediatamente si mettevano a riposo le bestie che avevano, in lungo e in largo, provveduto, con moto circolare, a ridurre in paglia frantumata i covoni liberando, così, tantissimi chicchi di grano.

Dopo i primi bocconi, quelli che avevano il pregio di chetare i morsi della fame e attutire i segni della stanchezza, proprio allora, zittendo tutti, il concerto aereo invisibile calamitava gli sguardi verso il fogliame degli alberi. 

Era il segnale per levare in alto i bicchieri colmi di vino e inneggiare al raccolto che, grazie a Dio, era, ancora una volta e finalmente, davanti a loro.

Giovanni SPITILLI, educatore, uomo di cultura e poeta, dalla sua Silvi, nel teramano, coglie nella sua lirica quel crescente petulante cicaleccio che, aggiunto al cibo e all’amico bicchier di vino, si fa invito a rimanere calmi, un tantinello fermi, quasi in attesa di qualcosa che dovrebbe o potrebbe arrivare

da un momento all’altro.

Che cosa? Forse, volesse il cielo, un po’ di pioggia… quel tanto che può fare il miracolo di risanare le crepe dell’arida secca, ridar vigore ad orti e giardini e restituire un po’ di baldanza agli umani.

Il dialetto è quello di Silvi; i versi, senza volerlo, sprigionano la stessa tenerezza che il poeta era solito manifestare, da educatore, a generazioni di “silvaroli”.    

(E. Di ianni)

C I C A L E   di  Giovanni SPITILLI

Che strille di cicale a mezzijurne

da lu mare a li culle a la pianure

che se ne va da Silve a li Saline!

Nin piove che mmo fa nuvanta jurne

e la terre si spacche. E la calure

ammiscilisce l’urte e li ciardine.

Rimure rare passa sfilinite

e more qua e llà nin zi sa dove.

Dorme lu monne. Sole, arracanite,

llu cra cra che chiama ’n po di piove.’

C I C A L E

Che frinito di cicale a mezzogiorno

dal mare ai colli e alla pianura

che da Silvi va alla Salina.

Non piove da quasi novanta giorni

e la terra si spacca. La calura

ha ammosciato l’orto e il giardino.

Un rumore, di rado, passa sfilacciandosi

e muore qua e là senza sapere dove.

Il mondo dorme. Solo, roco,

il cra cra che invoca un po’ di pioggia. 

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