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10/23/2021
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Educatori si diventa…. o si nasce?

La scuola ha chiuso i battenti da qualche giorno e si dà inizio alle attività estive rivolte a bambini, fanciulli, ragazzi e adolescenti di età compresa tra i tre e i diciotto anni.  Lasciando da parte l’interesse, non troppo segreto, dello Stato e che è legato al progetto del prolungamento della scuola in estate, l’attenzione della maggior parte dei genitori è rivolta in questo periodo alla ricerca dei migliori centri estivi ai quali affidare i propri pargoli. Si guarda anzitutto al luogo e alla disponibilità di poter offrire spazi all’aperto, che permettano ai propri figli di svolgere attività a contatto con la natura. Possibilmente il verde di prati curati, zone d’ombra per evitare insolazioni pericolose e, al tempo stesso, metri quadrati al chiuso per far sì che, durante le giornate grigie o molto assolate, si possano comunque continuare a svolgere le attività  senza che nulla si abbia ad interrompere.

Soltanto dopo, si pensa alle figure dei cosiddetti “educatori-educatrici”, gli adulti che  sovrintendono all’organizzazione dei diversi momenti della giornata, quelli chiamati ad aver cura dell’accoglienza e dei giochi, dell’ascolto e del fare, delle attività laboratoriali e del riordino degli spazi, della conoscenza delle regole e del rispetto dei ruoli, dell’attività di gruppo e di quella di intergruppo, dall’educazione alimentare e dell’assistenza durante la mensa, degli interventi in possibili emergenze e, non ultimo, dell’intesa educativa con la famiglia. 

Così, rispolverando l’immagine del famoso curato del romanzo manzoniano per eccellenza, viene da porci un quesito simile a quello dello scrittore, seppure con diverso soggetto: ”Educatore…! Chi è costui?”.

Tornando indietro negli anni, la figura dell’educatore la si accostava alle colonie estive, a quei soggiorni al mare della durata di circa quattro settimane.

A chi fungeva da “educatore” il compito che gli si affidava era quello di seguire e controllare, durante l’arco dell’intera giornata, un certo numero di bambini o fanciulli a lui assegnati, la cosiddetta “squadra”. A quell’ educatore si richiedeva di essere attento nel far indossare nel modo giusto la divisa da “coloniali”,  di accompagnarli in camera e a tavola, guidarli negli spostamenti giornalieri, affiancarli nei cerimoniali del mattino e del tramonto (alza bandiera e ammaina bandiera), oltre che facilitargli la conoscenza dei nomi dei compagni, dei luoghi e servizi coloniali e delle regole da osservare.

E poi contava l’essere rapidi un poco in tutto: nel conoscere i bambini, nel sapersi guadagnare la loro “confidenza”, nel consolidare il rapporto tra loro e i coloniali, tra gli educatori e gli ospiti della colonia.

Molte cose erano improvvisate. Si diventava educatori anche solo per un dato anagrafico, magari l’età, o l’essere nubile, forse perché si apparteneva alla parrocchia che l’organizzava, oppure per essere già stati ospiti, da piccoli, in quelle colonia o per una contingente necessità di sostegno economico.

All’epoca di manuali per diventare ottimi educatori non esistevano, né c’erano facoltà universitarie ad indirizzo specifico.

Oggi, a distanza di anni, pur disponendo di un’ampia e crescente bibliografia sulla figura e la specificità del ruolo dell’educatore, malgrado la vitalità e la proliferazione di tanti corsi di laurea, il problema si pone nel momento in cui il pezzo di carta certifica un titolo acquisito e nell’operatività concreta, nell’agire professionale, le competenze certificate non emergono.

La realtà è che educatori, checché se ne dica, non ci si inventa e, probabilmente, neanche ottimi manuali bastano per divenire tali.

La sola università il più delle volte non è bastevole. La chiusura delle facoltà di Pedagogia, che facevano capo al Magistero, ha partorito, in sua vece, i Corsi di laurea in Scienze dell’educazione, spesso carenti proprio di un percorso di studi mirante al raggiungimento di un profilo pedagogico preciso.

C’è una “diluizione” del curricolo, un voler dare tutto a tutti che, alla fine, rischia di non dare il sufficiente a nessuno.

Entrando nel merito, alla base della formazione dell’educatore non può non esserci sempre il senso della cura della dimensione emotivo-sentimentale dei ragazzi, accompagnato e collegato alla fondamentale importanza del saper osservare attentamente prima di intervenire.

Nell’’elenco, oggi, delle capacità che un educatore dovrebbe possedere, trovano spazio, tra l’altro, l’essere un po’ psicologo, grande comunicatore, saper gestire le relazioni sociali… e tralascio il resto.

Sicuramente tutto quanto elencato appartiene ad una  giusta formazione per un  educatore; ma perché tale ruolo non sia una realtà “liquida”,(?) , una sorta di cocteil che di tutto ha un po…’ forse è il caso che proviamo a dirci almeno una verità e cioè che alcune capacità, attitudini personali ci devono pur essere.

Potremmo chiamarle forme istintive, modi di sapersi approcciare al prossimo prima ancora che si abbia una formazione al riguardo, capacità empatiche che non si possono imparare, perché o ci appartengono dalla nascita e possono migliorarsi e arricchire. Forse non aveva torto Giuseppe Lombardo Radice nel sostenere che per essere maestri ed educare il punto di partenza è la “vocazione”. Janusz Korczak, in uno dei suoi scritti, ci ricorda come “ il bambino porta nella vita di chi lo educa il meraviglioso canto del silenzio. Il numero di ore passate accanto a lui, che non gli chiede nulla, ma vive, i pensieri con cui incessantemente rappresentano per lui vita, programma, forza e creatività; in meditazione silenziosa l’educatore matura attraverso il bambino, matura a quell’ispirazione che il lavoro educativo richiede”. Pertanto non dai libri, ma da noi stessi.

Così si continua a commettere l’altro errore, quello di confondere l’educatore, nello specifico dei centri estivi, con l’animatore.  Riflettiamo sul significato del termine animatore: da “animare”, cioè dare vivezza di espressione, incoraggiare, incitare. Molte volte abbiamo accostato a questa figura la persona capace di far divertire, trascinare il pubblico, dare dinamismo. Conosciamo l’animatore dei villaggi estivi, che non è propriamente la stessa cosa dell’educatore. Un educatore non per forza dovrà essere animatore, ma se possiede anche queste caratteristiche, di certo non guasta.

Un suggerimento per i tanti genitori che ogni estate cercano, accuratamente, a chi poter “affidare” i propri figli per sani momenti di attività socio-ludico-ginnico-creative e all’aperto: l’attenzione maggiore investitela proprio nella conoscenza degli educatori che i vostri figli avranno e degli spazi nei quali agiranno. Se vi soddisfano, procedete pure a valutare le proposte di attività. Lasciate in fondo tutto il resto perché, credetemi, si può anche fare a meno delle tante cose ovvie che possono trovarsi ovunque, quando l’approccio umano e le attività sono improntate ad accendere curiosità e a dar vita al nascere e crescere di rapporti amicali fra tutti, soprattutto fra educatore e ragazzi. 

Buona estate!

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