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09/18/2021
HomeLa RivistaNUOVI ADOLESCENTI: Quale traguardo?

NUOVI ADOLESCENTI: Quale traguardo?

Gli adolescenti del nostro tempo non godono di una buona stampa. Anzi, si può affermare che, spesso, la subiscono, in quanto molti media amano celebrare, negativamente, le nefandezze del «branco» e renderli, sovente, protagonisti della  cronaca nera, magari accanto a malfattori incalliti.

Forse le generazioni anziane hanno visto in campo i loro padri negli anni della «contestazione» e, con una visione generalizzata dei comportamenti e delle idee, ne hanno fatto i modelli della nuova gioventù, anzi della nuova adolescenza. Ma questa è una generalizzazione. Possiamo pensare che sono tutti uguali questi giovani? Forse dovremmo cominciare a ripensarli; e ripensare insieme il nostro rapporto con loro, che un tempo fu severo, poi impaurito e adesso è quasi del tutto silenzioso.

Rimando i lettori al Numero Nove di Centralmente La Rivista della Domenica, dove ha nell’editoriale dal il titolo “Adolescenza come nuova nascita”  Pierluigi Palmieri ha commento la relazione tenuta da Raniero Regni al convegno della Diocesi di Teramo-Atri “Con i giovani protagonisti nella storia. Gli adolescenti e il patto educativo e inter-generazionale, alla.

  Qui mi  piace riferire il pensiero di chi lavora nelle stanze dove si fanno le scelte  politiche e si gestiscono le problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza. Ho incontrato la mia interlocutrice, che ,è  funzionaria presso la Presidenza del Consiglio,  a Palazzo Chigi, e mi ha esplicitato la sua convinzione che «In questi anni l’adolescenza è un’età silenziosa. Dopo i clamori della contestazione giovanile del sessantotto, gli adolescenti hanno cessato di svolgere un ruolo pubblico. Persino il consumismo, che sembrava entusiasmarli negli anni Ottanta, fa ben poca presa sulle loro aspirazioni».

La mia amica ha poi cortesemente risposto ad alcune mie domande:

Troviamo molti genitori incerti nel rapporto con i loro figli: quasi un «amore-odio», ma con tanto amore e pochissimo odio. Quale è la causa?

«Di fronte al figlio adolescente, che fra non molto prenderà il loro posto sulla scena della vita, i genitori si trovano spesso in balia di sentimenti contrastanti: da un lato la soddisfazione nel vederlo progredire, e dall’altro il desiderio che resti sempre il “loro bambino”. Se a livello razionale fanno di tutto per sospingerlo verso l’autonomia, a livello inconscio si insinua in loro un meccanismo di difesa, che li induce a trattenerli in una situazione di dipendenza. Al messaggio esplicito che gli comunicano: “Diventa grande, diventa autonomo”, spesso si aggiunge quello inconscio, che colpisce più in profondità: “Sei ancora piccolo, non sei in grado di sbrigartela da solo…”. E’ anche questo un tipo di comunicazione inconscia, alla quale è più difficile sottrarsi perché sfugge al controllo della ragione, che ha le sue radici nel fenomeno dell’ “adolescenza interminabile”. E spesso i genitori sono i primi a lamentarsi dei figli che, ormai prossimi alla trentina, “non se ne vanno di casa”».

In questa ambiguità di comportamenti, qual è l’influenza della società?

«Il rinvio a tempo indeterminato dell’ingresso nell’età adulta è un lusso della nostra epoca, sia pure limitato ai Paesi industrializzati. Ma è un lusso così carico di contraddizioni da accentuare, anziché diminuire, l’inquietudine e il malessere dell’età adolescente. In questa zona di frontiera dai confini sempre incerti, il “teenager” non trova alcun punto fermo cui ancorare la propria condizione. Le contraddizioni di questa adolescenza a lungo termine si estendono a molti altri aspetti della condizione giovanile. A cominciare dalla componente più privata e più delicata: la sessualità».

E la scuola, come si insinua tra l’adolescente e il suo futuro, tra l’adolescente e la famiglia?

«Anche il diritto allo studio è un “lusso” dai risvolti ambigui, contraddittori. Oggi tutti gli adolescenti, a qualsiasi ceto sociale appartengono, possono studiare fino alla maggiore età: e quasi tutti, se vogliamo, possono accedere all’Università. Eppure molti, circa il 30 per cento, abbandonano la scuola prima del diploma. E la maggior parte di chi si iscrive all’Università non arriva alla laurea. Se tanti rinunciano al “lusso” dello studio, non è solo perché la scuola “non prepara alla vita”, delude le aspettative, non rafforza l’identità attraverso il senso dell’appartenenza, ma anche perché, pur essendo un’esperienza di massa, espelle i più deboli, i più vulnerabili, i meno sorretti dalla famiglia. Apparentemente l’abbandono della scuola sembra una scelta voluta e decisa dai ragazzi, attratti dal miraggio del lavoro, che appare la scorciatoia più facile per diventare autonomi e raggiungere subito una certa indipendenza economica. In realtà spesso si tratta non solo di esperienze deludenti quanto e più della scuola; ma di uno “scacco evolutivo”, che rallenta la crescita invece di accelerarla».

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