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10/19/2021
HomeLa RivistaLo Stadio “Ballarin” 1981 la tragedia, 2021 Centro Polifunzionale

Lo Stadio “Ballarin” 1981 la tragedia, 2021 Centro Polifunzionale

7 giugno 1981. Sono passati quarant’anni da quella maledetta domenica pomeriggio, che si portò via due ragazze poco più che ventenni. E dire che doveva essere un giorno di festa a San Benedetto del Tronto. Era la partita della tanto attesa promozione della Sambenedettese in serie B. Allo stadio “Ballarin” si giocava Sambenedettese-Matera. Un rogo si sprigionò in Curva Sud, presumibilmente furono delle torce accese dai tifosi ad incendiare la carta usata per la coreografia. Una tragedia con 164 feriti, che costò la vita a Maria Teresa Napoleoni e a Carla Bisirri. Oggi i loro volti innocenti campeggiano in un murales commemorativo fuori dallo stadio. San Benedetto non ha mai dimenticato. E questo piccolo stadio che sorge nella zona del porto, oggi rinasce a nuova vita. Sarà infatti adibito ad area per le attività sportive, un centro polifunzionale per la città. Questo è stato deciso dopo un lungo dibattito che ha coinvolto le forze politiche e sociali di San Benedetto. Un primo restauro è già stato effettuato. I primi veli sono caduti proprio in concomitanza di questa triste ricorrenza. L’intento era proprio quello di evitare di demolire un impianto denso di storia e di ricordi. Dopo aver ospitato per tanti anni la grande Sambenedettese. Pensare che in quella maledetta partita di quarant’anni fa, in porta c’era un giovanissimo Walter Zenga. Sulla panchina sedeva Nedo Sonetti, mentre Gigi Cagni indossava la fascia da capitano. Lo stadio intitolato ai “Fratelli Ballarin”, morti nella tragedia di Superga, ospitò le partite della Samb fino al 1985. Da allora i rossoblù si trasferirono al “Riviera delle Palme”, lasciando quello stadio che aveva rappresentato fino ad allora un vero e proprio fortino. 13.000 spettatori assiepati nelle gradinate che circondano il campo. Uno stadio piccolo con le recinzioni proprio a ridosso

del rettangolo di gioco. Così i rossoblù facevano valere il fattore campo. All’epoca non esistevano delle vere e proprie norme di sicurezza. In quel 7 giugno i presenti raccontano di scene apocalittiche, testimoniate dai filmati dell’epoca, con i cancelli rimasti inspiegabilmente chiusi e gente che

scavalcata la recinzione si salvò invadendo il campo di gioco. Molti sambenedettesi portano ancora i segni di quel giorno. Ci furono ben 64 ustionati. La giornata calda favorì lo sprigionarsi delle fiamme che non lasciarono scampo. La partita tra l’incredulità generale si disputò ugualmente. L’arbitro ritenne opportuno solamente posticipare l’inizio dell’incontro. Alla fine quella della Samb fu una promozione senza nessun festeggiamento. Solo un dolore immenso. E non poteva essere altrimenti. Per quella che fu la più grande tragedia verificatasi in uno stadio italiano. Da allora ci si cominciò ad interrogare sulle misure di sicurezza negli stadi. Così vennero costruiti impianti più grandi e confortevoli, in grado di ospitare migliaia di spettatori. Oggi il “Ballarin” si presenta con una nuova veste, ma con ancora molto lavoro da fare per riqualificare una struttura che per più di trent’anni è rimasta in disuso. Ogni 7 giugno però la tifoseria rossoblù ha sempre ricordato le due giovani vite spezzate. Lo ha fatto su quelle gradinate che oggi appaiono rovinate e polverose. Consumate da quel dolore lacerante, da quel senso di sconforto che neanche tutti questi anni passati sono riusciti ad attenuare. Perché in fondo è rimasto tutto così. Come se il tempo si fosse fermato. Le palme che si intravedono dietro le tribune, con le luci del tramonto che ne evidenziano i contorni. La Curva Sud. Vuota. Proprio dietro la porta una volta difesa da Zenga. E tutto intorno un silenzio assordante.

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