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09/18/2021
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Dalla parte del consumatore – Veleno potabile

Limitare il più possibile l’esposizione delle persone all’arsenico inorganico può essere considerata l’azione più importante di prevenzione per la popolazione generale e per i lavoratori”

(Istituto Superiore della Sanità /2020)

L’acqua destinata al consumo umano è una risorsa primaria di vitale importanza per la sopravvivenza dell’uomo. Eppure, occorre constatare che l’acqua erogata dai rubinetti di molti Comuni appartenenti a diverse regioni italiane rivela da anni la presenza di una forte quantità di arsenico (espresso con il simbolo As μg/l), con conseguente grave rischio per la salute umana.

Per tale ragione, gli organi sovranazionali hanno rivolto sempre grande attenzione alla individuazione delle possibili misure per arginare il problema e a tal fine, la Direttiva europea 98/83/CE, recepita in Italia con il Dlgs 2 febbraio 2001, n. 31, ha stabilito nella misura di 10μg/l il limite massimo previsto per l’arsenico nelle acque destinate al consumo umano, prevedendo l’istituto della possibile deroga ai previsti limiti di concentrazione, da adottarsi nell’ambito di un valore massimo ammissibile, quando non sia possibile l’approvvigionamento con altro mezzo congruo e purché ciò non rappresenti un potenziale pericolo per la salute umana.

Sulla base di quanto disposto dalla Direttiva Europea, per il raggiungimento di questo obiettivo, nel periodo 2004-2009 sono state concesse all’Italia due deroghe su richiesta del Ministero della Salute: la prima ha interessato il triennio 2004-2006 e la seconda il triennio 2007-2009. Successivamente, al termine del secondo periodo di deroga (31 dicembre 2009), il Governo italiano ha chiesto alla Commissione europea di potersi avvalere di un ulteriore terzo periodo di proroga delle deroghe (triennio 2010-2013), per un complessivo periodo di 9 anni.

Questa ennesima richiesta inoltrata dall’Italia con lettera datata 2 febbraio 2010 è stata, tuttavia, definitivamente respinta, ma  allo stato attuale, in numerose Regioni, risultano ancora sopra soglia le concentrazioni di arsenico consentite per legge in acqua destinata al consumo umano.

2011 la XII Conferenza Nazionale di Sanità Pubblica ha indicato il Lazio  come una delle regioni maggiormente interessata dalla presenza di Arsenico nelle acque potabili ma alcuni distretti sono più compromessi rispetto ad altri”.

Le Amministrazioni con l’aiuto della Regione Lazio fanno quel che possono.

Traduzione: sono state acquistate con una spesa di oltre 300 milioni di euro delle costosissime macchine che, installate alla “radice” del problema, purificano l’acqua rendendola quasi sempre conforme rispetto alla normativa imposta dall’Unione Europea.

Le criticità però rimangono, e oggi ancora ci sono piccoli comuni nella provincia di Viterbo che sono costretti ad adottare apposite ordinanze di NON potabilità nei giorni in cui gli impianti di de-arsenificazione non funzionano o rimangono spenti.

Si.. avete letto bene, ho detto proprio spenti, perché il loro costo giornaliero per rimanere in funzione ammonta a circa 40 mila euro!!!! E spesso questa risorsa il piccolo centro abitato non la ha o non la può spendere.

Abbiamo però fatto di più. Maturata una oramai vasta esperienza in campo ambientale – quarantennale potrei dire dal “basso” dei miei 35 anni di età – abbiamo proseguito con le nostre ricerche e scoperto che lo IARC, l’Agenzia Internazionale che si occupa della ricerca sul cancro, ha classificato l’arsenico come sostanza cancerogena di tipo 1… mi direte, qual è la scala di riferimento? 1 è il valore che contraddistingue la maggiore pericolosità per la salute umana che, secondo lo IARC, vuol dire che non esiste e non puo’ essere imposto alcun limite di tollerabilità.

Non sarà certo un caso, quindi, che di recente l’Istituto Superiore di Sanità (v. foto), nel 2020 ha dettato indicazioni finalizzate alla prevenzione ed al controllo sull’arsenico sottolineando che Oltre ai luoghi di lavoro, il controllo dovrà essere essenzialmente rivolto all’analisi della qualità dell’acqua destinata al consumo umano e a quella utilizzata per l’irrigazione di campi coltivati con prodotti agricoli”.

Ancora: “Quando il contenuto di arsenico presente nelle acque è determinato dalla stessa natura del territorio e delle rocce, è necessario che i fornitori di acque destinate al consumo umano intervengano per rimuovere o, per lo meno, abbassare tali livelli di arsenico, sostituendo la fonte di rifornimento dell’acqua, mescolando con altra acqua a basso contenuto di arsenico (effetto diluizione), istallando efficienti sistemi di rimozione negli impianti di potabilizzazione dell’acqua. Per legge, anche i produttori di acqua in bottiglia sono obbligati a rispettare il limite di concentrazione di 10 μg/L di arsenico, ma non c’è l’obbligo di indicarne i valori reali misurati sull’etichetta.Relativamente alla dieta, l’autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Autority, EFSA) ha identificato un intervallo di dosi giornaliere (da 0,3 a 8 microgrammi al giorno per chilogrammo di peso corporeo) che porterebbero ad un aumento di rischio dell’1% di avere tumori del polmone, tumori della vescica e tumori della pelle”.

La contaminazione da Arsenico nell’acqua è infatti associata ad un aumento del rischio di sviluppare diverse patologie (tumori della pelle, del polmone, della vescica, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, effetti sullo sviluppo e sulla riproduzione, neurologici e cognitivi).

Un aumento del rischio per la salute può verificarsi a basse dosi, corrispondenti a 10-50 ug/l, ma in animali e colture cellulari sono stati evidenziati effetti biologici a livelli sensibilmente inferiori.

Noi come Codacons avevamo già avviato nel 2011 un’iniziativa a favore dei cittadini interessati, promuovendo un ricorso dinanzi al TAR LAZIO Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Bis) aveva accolto in parte e, per l’effetto condannao il Ministero della salute ed il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, in solido fra loro, al risarcimento di Euro 100 (cento), in favore di ciascun ricorrente persona fisica quale utente, alla data del 28 ottobre 2010, del servizio idrico in area territoriale caratterizzata, alla medesima data, dalla presenza di arsenico nell’acqua erogata in percentuali superiori a 20 ug/l”

Tuttavia la sentenza (663/2012)  non ebbe effetto perché  fu impugnata dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e dal Ministero della salute  davanti al  il Consiglio di Stato Sezione Sesta, che a sua parziale riforma respinge integralmente il ricorso di primo grado ( Sent n. 3393/2013)”.

Ma il problema del superamento dei limiti di soglia di Arsenico consentito nelle acque destinate al consumo umano, come sopra accennato, ancora esiste in Italia, soprattutto nella zona del Viterbese, dove le concentrazioni restano alte.

Attualmente abbiamo avviato numerose iniziative in merito a questo tema e cioè:

– abbiamo richiesto al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministero della salute, alla Regione Lazio ed infine all’Autorità d’Ambito Territoriale ATO 1 Lazio Nord – Viterbo, di fornirci gli attuali livelli di Arsenico e le modalità con cui i comuni si sono adoperati per portare i livelli di arsenico entro i limiti consentiti.

– contestualmente abbiamo depositato un esposto denuncia il 20 aprile 2021 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Viterbo, per verificare se ci siano fattispecie di reato connesse all’alta concentrazione di arsenico nelle acque del viterbese.

– sulla scorta delle prime sentenze del Tribunale di Viterbo che hanno riconosciuto per questi motivi una riduzione della bolletta dell’acqua, stiamo valutando se promuovere una azione collettiva – ovvero singole azioni dello stesso genere – al fine di richiedere indietro parte dei soldi pagati per i casi delle famiglie del viterbese che, a causa dell’arsenico, non hanno potuto o non possono usufruire di acqua potabile sana.

Questo è solo l’inizio…. Torneremo sicuramente a parlarne

Vincenzo Rienzi – Avvocato Codacons

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