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09/22/2021
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Come parla un abruzzese?

Sapevate che Dante Alighieri è stato un vero e proprio dialettologo ante litteram e che prima di lui nessuno aveva descritto con tanta accuratezza le differenze tra i vari volgari italiani? Nel suo De Vulgari Eloquentia l’autore indaga sul perché “l’insieme delle lingue romanze si sia in triplice maniera diversificato e perché ciascuna di queste varietà si diversifichi entro se stessa”. Ma ciò che meraviglia maggiormente il Sommo Poeta è la presenza di differenze idiomatiche anche tra “quelli che dimorano sotto uno stesso cittadino reggimento, come i bolognesi del Borgo di San Felice ed i bolognesi di Strada Maggiore.”

Dante si stupisce, cioè, della ricca varietà che caratterizzava l’Italia tutta già nel Trecento. Ancora oggi basta spostarsi di pochi chilometri all’interno di una stessa città per notare il mutare delle coordinate linguistiche: gli accenti si spostano, le parole cambiano genere e troncamenti inaspettati sopraggiungono.

Ma come parla, oggi, un abruzzese? Proprio questa è stata la domanda chiave che ha guidato la lectio magistralis di Enzo Santilli nell’ultimo appuntamento di Marsica Sharing. Enzo è stato molto tecnico, spiegando con precisione e accuratezza la differenza tra lingua e dialetti, presentando anche vari esempi a scopo illustrativo. La parte più consistente della discussione è stata poi dedicata al tema della tutela dei dialetti, alle motivazioni che dovrebbero indurre tutti noi a salvaguardarli e a ciò che ogni cittadino può fare a questo riguardo. Enzo ha infatti ricordato che ogni volta che scompare una lingua scompare con essa un modo unico di vedere ed interpretare il mondo: il dialetto è una risorsa comunicativa e niente affatto un impedimento o un retaggio da cancellare perchè volgare o illetterato. Al contrario, è parte integrante della nostra storia e delle nostre tradizioni.

Dal Grande dizionario italiano dell’Uso, il famoso GRADIT diretto da Tullio De Mauro, sono state riportate poi tutti quei termini di sicura origine abruzzese come “presentosa” o “parrozzo”, insieme a tutte quelle parole che invece hanno un’origine incerta ma che ritroviamo radicate nel nostro comune modo di parlare come “ferratelle”, “centerbe” o “caciovallo”.

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