Invia alla redazione

Centralmente è il tuo quotidiano, entra a farne parte!

Invia un articolo, potresti vedere la tua firma pubblicata sul giornale.


05/09/2021
HomeLa RivistaBrodo, polpette e Cervella. Parsimonia o povertà?

Brodo, polpette e Cervella. Parsimonia o povertà?

E’ difficile, oggi, pensare di poter tornare indietro nel tempo, magari a quando non c’erano i supermercati, non c’era internet, non si andava da Pescara a Milano in aereo. Ancora più difficile diventa immaginare di non avere in casa il televisore e, manco a pensarci, di poter fare a meno del cellulare.

E’ vero, è difficile, eppure quel tempo c’è stato, lo si è vissuto in tanti e proprio grazie a “quel tempo” c’è la realtà di oggi ricca di mezzi e strumenti, caratterizzata dal dover essere veloci in tutto (?), anche nel mangiare, nell’amare, nel ricordare e nel dimenticare.

Sì, anche nel ricordare e ce ne accorgiamo ogni volta che la vita ci pone di fronte ad un incontro impensabile e impensato, quello con un ex compagno di scuola, qualunque essa sia: elementare, media inferiore, media superiore, università.

Dopo lo stupore iniziale e la sincerità dell’abbraccio, c’è quel momento di sorpresa visiva accompagnata da un’indagine mentale per ricollegare i tratti di oggi a quelli di ieri. Per lo più è un momento di tenera finzione, un ripetersi, da entrambe le parti: “Dio…! Ti trovo benissimo… Non sei cambiato per niente. Stai proprio bene!?!”  E’ una finzione benevola alla quale, subito poi, segue la sequenza alternata dei “Ti ricordi…?” E dai a ravvivare momenti, accadimenti, personaggi… Il benessere che si prova in quegli attimi è autentico e indicibile, è un tornare a tuffarsi e a bagnarsi in un’acqua che sembra essere la stessa che ci accolse, nuotanti, tanto tempo fa e che, invece, sappiamo tutti, e da sempre, essere

impossibile; ma così ci sembra e ci fa piacere pensarlo. Bene. C’è stato un tempo in cui eravamo diversi da oggi, un tempo nel quale la “parsimonia” non era un difetto, ma un pregio, non era un limite, ma una doverosa opportunità che consentiva di apprezzare i piaceri dello star bene centellinandoli come se potessero venire, improvvisamente, a mancare.

Vista dall’esterno poteva essere scambiata per avarizia, ma non lo era; si trattava piuttosto di un abito mentale che indossavano alcuni ricchi per poter fingere di essere meno ricchi e tanti poveri per sentirsi meno poveri. Non era figlia della povertà, ma era nello stato di povertà che essa, la parsimonia, si sublimava ogni volta che consentiva a qualcuno o a qualcuna di provare a fingersi d’ essere quello che non si era.

La parsimonia consisteva nel saper essere così creativi da contentarsi di poco, rendendo, quel poco, quasi “tanto”. Negli anni in cui la carne, come vivanda, era di casa solo nelle tavole delle famiglie benestanti, per tutte le altre famiglie la stessa era solo un desiderio da poter soddisfare in pochi particolari momenti. L’odore di brodo di gallina, in casa di povera gente, era così raro che, quando lo si avvertiva, poteva attribuirsi a due soli

eventi: o era morta la gallina (e perciò, non andavasprecatal’opportunità di cucinarla) o stava davvero molto male qualcuno di casa e, come estrema ratio, si tentava e provava a rimetterlo su sacrificando il volatile. In attesa di quei “particolari momenti”, si dava sfogo alla “creatività alimentare” acquistando, senza essere visti, una testa di pecora dal macellaio e poi, di corsa, a casa per attivare l’eccezionale intervento culinario.

Posta la testa di pecora in un recipiente con acqua fredda, la si lasciava immersa per un bel po’ al fine di ripulirla bene dal sangue residuo. Conseguito il risultato, con abilità inimmaginabile la padrona di casa, assumendo sembianze da chirurgo e sotto lo sguardo di svariati familiari (assistenti interessati!), avviava l’intervento di “scarnificazione” dopo aver prelevato, e collocato in apposito piatto, il cervello e gli occhi dell’animale.

La “scarnificazione” era diversa dal “disossare” perché richiedeva attenzione, delicatezza, colpo d’occhio e agilità di mano nel non perdere neppure un briciolo di quella minutaglia carnosa insinuata tra le pieghe del cranio dell’animale. Alla fine del delicato intervento, le ossa andavano a brodo, i pezzetti di carne e la lingua, triturati, amalgamati con uovo, pane grattugiato, formaggio e prezzemolo, diventavano polpette da cucinare col sugo o soffriggere. Il cervello, mutato in “cervella”, costituiva un piatto prelibato dall’alto valore nutritivo, una pietanza a sé, gustosa e ricercata, da riservare ai più piccoli e gracilini di casa.

Risultato di quella parsimonia? Un profumo invitante di prelibata cucina che correva per il vicinato solleticando palati e narici, alimentando tacita invidia da parte di tanti e, almeno per una famiglia, rendendo possibili tre pasti speciali che annullavano ogni distanza da chi era avvezzo alla quotidianità della carne.

La parsimonia, compagna della povertà, può essere ancora oggi un valido antidoto proprio contro la povertà, contro tutte le povertà. Serve solo non dimenticare che funziona solo se associata alla creatività del singolo e del gruppo.                                                                                                                                                                

Post Correlati

Nessun Commento

Inserisci un commento