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10/19/2021
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South Working: l’ennesima ingiustizia?

Offrire concreti spunti di riflessione ai colti lettori che approcciano per la prima volta la rubrica sulla Giustizia, impone una considerazione iniziale: non solo di diritto e di leggi, ma di società e valori si compone un ragionamento che possa dirsi valido per affrontare i problemi che, trasversalmente, interessano questo vasto campo.

Non astrazioni teoriche, ma attraverso concrete interazioni si possono portare all’attenzione del pubblico le vere ingiustizie che costantemente affliggono non solo la nostra regione, ma lo Stato tutto.

In questo momento storico, in cui la pandemia ha portato per la prima volta ad un’inversione del costante spopolamento delle aree interne che sembrava inarrestabile, grandi proclami di presunti intellettuali e disattenti entusiasmi si susseguono nell’esaltare le potenzialità del south working.

Ma che cos’è questa nuova espressione tanto abusata, che ben possiamo tradurre come “lavoro al sud”, o più opportunamente parafrasata, come lavoro da remoto e ritorno alle aree interne e rurali, in contrapposizione alle grandi città?

Sotto gli occhi di tutti è l’evidenza che solo nelle cosiddette star-city, Roma e Milano, e in pochi altri grandi distretti produttivi del centro-nord, le giovani generazioni, qualificate e preparate, possono trovare lavori e mansioni adeguate, capaci di consentire una carriera gratificante. Eppure, il trasferimento dei migliori provoca, indirettamente, la desertificazione delle aree interne e del sud Italia, che perde capacità di generare impresa, di produrre ricchezza, di attrarre investimenti.

Il trasferimento, per i giovani, è irto di sacrifici, tanto per loro quanto per famiglie, a causa dei costi elevati delle grandi città, della difficoltà nel trovare alloggi adeguati, per l’impossibilità di mantenere le tradizioni e la cultura delle terre di provenienza, con tutto ciò che ne consegue.

La pandemia ha portato ad un forzato rientro di migliaia di persone, qualificate e professionalizzate, nelle regioni di provenienza, in gran parte al sud e nelle aree rurali, grazie alla possibilità di lavorare in smart working, e ridando una temporanea vitalità a tessuti sociali morenti.

Eppure, il south working è un’illusione in questo Paese, e ben pare qualificarsi come un’onda temporanea nell’inevitabile flusso verso le città.

Questo per una serie, tanto drammatica quanto evidente, di ragioni. Le grandi metropoli non sono solo un luogo di lavoro, ma rappresentano centri culturali in cui è possibile esprimere una socialità sempre più ricercata, specie da coloro che ottengono qualifiche lavorative più elevate. Lo smart working, è bene ricordarlo, è massicciamente utilizzato nei lavori digitalizzabili, che richiedono competenze terziare di alto livello, e rimane quasi completamente estraneo a tutti quei lavori che sono meno qualificati. Ma ai lavoratori più avanzati, che hanno accesso a stipendi più elevati, e ambiscono a livelli di vita più alta, come l’assoluta maggioranza di chi può lavorare in smart working, si richiede, se non pretende, una serie di servizi che nelle regioni del sud, e nelle aree rurali in generale, sono drammaticamente carenti. L’accesso ad una rete efficiente di trasporti nazionali ed internazionali, istituti scolastici ed universitari di alto livello, un’assistenza sanitaria completa ed accurata, l’accesso ad una cultura variegata e diffusa, sono requisiti essenziali per determinare dove tali lavoratori si collocheranno. Inoltre, non può ignorarsi il profondo digital devide che continua ad umiliare le aree interne rispetto alle metropoli. Infine, le opportunità di carriera richiedono necessariamente la presenza fisica nell’ambiente professionale di appartenenza, con le dirette derivazioni sociali che ne conseguono.

Dunque, pensare che il south working possa avere uno sviluppo a lungo termine solo grazie al verificarsi della pandemia, e possa invertire il drammatico fenomeno dell’emigrazione e della desertificazione economica delle aree interne e delle regioni del sud è pura illusione.

Solo attraverso massicci investimenti, che costruiscano una rete di trasporti efficiente nel mezzogiorno e nell’entroterra, con ancor più profondi investimenti nelle scuole e nella sanità, oltre che nell’accesso al digitale, è possibile sperare, nel lungo periodo, in un’inversione di tendenza, così da rendere nuovamente vitali aree altrimenti destinate ad una costante e prolungata sofferenza.

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