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09/22/2021
HomeLa RivistaCultura&ArteL’emozione dei perché dell’Arte: storia di una collettività dimenticata

L’emozione dei perché dell’Arte: storia di una collettività dimenticata

Il Covid ha democratizzato l’Arte”. “L’Arte trasloca sul digitale e diventa collettiva”. “L’Arte ai tempi del Coronavirus non conosce più confini”. Queste alcune tra le frasi che catturano la mia attenzione, tra la moltitudine di notizie che ogni giorno ci inondano in questo strano tempo che siamo costretti a vivere. Sovrappensiero apro i social che ci riportano alla mente i video dei balconi che proprio un anno fa venivano inondati di suoni e speranza. La Musica diventava protagonista, con la sua forza dirompente di esorcizzare la paura, in un momento di grande emozione collettiva. Mentre guardo quelle immagini e ascolto le voci rimbombare tra le mura del palazzi, ripenso alla commozione provata lo scorso Febbraio, in una sala da concerto vuota, quando a rimbombare c’era solo il rumore dei miei passi mentre mi avvicinavo al pianoforte, pronta a lasciarmi trasportare dal quel turbinio di emozioni che è la Musica davanti ad una sileziosa telecamera. Strano, impensabile, eppure ormai realtà. L’Arte in ogni sua forma, che ci piaccia o no, sta cercando di adattarsi. E sono infatti tantissimi gli artisti che hanno ripensato il loro rapporto con la propria opera e con il pubblico, il quale fortunatamente non è rimasto indifferente tanto da arrivare ad affermare che questo rinnovamento stia abbattendo tutti i confini dell’Arte. 

Ma quali sono questi confini? L’Arte non è di per sé universale? Il problema infatti esula dalla pandemia e, purtroppo, si protrae da molto più tempo: tutto nasce dalla concezione (errata) che l’Arte sia elitaria. L’artista viene sempre raffigurato come un individuo solitario, schivo, immerso solo nella sua opera che a sua volta sembra così distante dai più. Ma l’artista, prima di essere tale, è uomo come tutti e come tutti prova emozioni “umane, troppo umane” come direbbe Nietzsche. La peculiarità di questi individui sta nel modo in cui essi esprimono queste emozioni, e lo fanno attraverso dei linguaggi universali che altro non sono che le varie forme d’Arte. Spesso si pensa che questi linguaggi siano distanti dalla realtà e troppo difficili da comprendere, ma non è affatto così: basti leggere un qualsiasi libretto d’opera per rendersi presto conto che le vicende messe in scena sono storie di gente comune, di amori sofferti, di vita vissuta. “Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso” diceva il grande Gigi Proietti, e aveva ragione da vendere! L’Arte non ha bisogno dei social per essere democratica, perché nasce con l’uomo! Nasce tra le piazze (o tra i balconi), nasce dall’esigenza di esprimere noi stessi. L’Arte ci rispecchia, ci rende partecipi di un sentire comune che ci ricorda sempre che non siamo soli. Ecco perché si dice che i grandi artisti non muoiono mai: perché le emozioni che ci hanno descritto nel corso del tempo sono le stesse che intere generazioni hanno provato e continueranno a provare. Ed ecco perché, ora più che mai, ci si affida ad una melodia, ad un verso, ad uno schizzo di colore per rompere il silenzio assordante e la solitudine che scandisce i giorni che passano: perché l’Arte riesce ad unire gli animi in un unico abbraccio laddove i corpi sono lontani.

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