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03/30/2020
HomeChietiProgetto per lo sfruttamento del gas naturale: “Gestione Partecipata Territorio”, Legambiente e WWF si oppongono alla CMI Energia

Progetto per lo sfruttamento del gas naturale: “Gestione Partecipata Territorio”, Legambiente e WWF si oppongono alla CMI Energia

Sembra un incubo: per la terza volta in 10 anni, CMI Energia (già Forest CMI, controllata dalla statunitense Avanti Eurogas Limited) ha riproposto un proprio progetto per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale “Colle Santo” sito nel territorio dei Comuni di Bomba, Archi, Roccascalegna, Torricella Peligna, Pennadomo, Villa Santa Maria, Atessa e Colledimezzo.

L’elaborato, depositato il 20 gennaio scorso, prevede la messa in produzione dei due pozzi realizzati a Bomba, la realizzazione di un gasdotto lungo circa 20 km e la costruzione di una raffineria a Paglieta. Per quanto CMI Energia parli, nella propria richiesta, di “Modifica progettuale e approfondimenti tematici” il progetto è sostanzialmente lo stesso inviso alle comunità e alle amministrazioni locali, che da 10 anni lo osteggiano, e già bocciato due volte in ossequio al sacrosanto principio di precauzione sia dal Comitato VIA che dal TAR e dal Consiglio di Stato.

Il Comitato di cittadini “Gestione Partecipata Territorio” di Bomba e le associazioni Legambiente e WWF, con il prezioso contributo scientifico di alcuni professori della Facoltà di Geologia dell’Università di Chieti, hanno inviato al Comitato Valutazioni d’Impatto Ambientale del Ministero dell’Ambiente le loro articolate Osservazioni in opposizione alla nuova richiesta.

In sintesi le associazioni contestano gli approfondimenti proposti da CMI Energia bocciandoli come considerazioni puramente teoriche, ricavate solo da calcoli e senza la necessaria conoscenza dei luoghi. I docenti della Facoltà di Geologia dell’Università di Chieti, che invece quei territori li conoscono e li hanno studiati, fanno notare come l’evenienza di un terremoto sia tutt’altro che trascurabile e come non si possa in alcun modo escludere a priori, meno che mai con studi puramente teorici, «che mettere in produzione il giacimento “Colle Santo” possa contribuire a variazioni della pressione dei fluidi e dello stress locali tali da determinare processi di anticipazione del naturale tempo di ritorno dei terremoti dell’area».

Alla luce di queste considerazioni “Gestione Partecipata Territorio”, Legambiente e WWF chiedono al Ministero dell’Ambiente e al Ministero dello Sviluppo Economico di respingere l’Istanza di Coltivazione del giacimento di gas “Colle Santo”; di ritirare il permesso di ricerca alla CMI Energia S.r.l.; di dichiarare definitivamente non coltivabile il giacimento di gas naturale “Monte Pallano”.

Il documento delle associazioni va anche oltre e propone un confronto tra l’energia che potrebbe essere prodotta dallo sfruttamento del giacimento di gas naturale, fonte fossile non rinnovabile, e quella prodotta dalla grande derivazione per uso idroelettrico Sant’Angelo, fonte rinnovabile potenzialmente infinita. È noto da oltre 40 anni che per la situazione idrogeologica di luoghi le due fonti di energia non possono essere sfruttate contemporaneamente e nella bilancia pesa assai di più quella rinnovabile. Per questo si chiede anche alla Regione di intervenire, per chiedere il rispetto delle regole e una corretta gestione del bacino idroelettrico. Senza mai dimenticare che invece lo sfruttamento del giacimento di gas metterebbe a rischio la popolazione, e questo non è accettabile.

Proprio quello che sta accadendo in questi giorni, con la pandemia da coronavirus in corso, dimostra in maniera inequivocabile che il primo interesse delle Istituzioni è, e sempre deve essere, quello della tutela dei cittadini, dai rischi sanitari come da quelli di qualsiasi altro genere: è semplicemente inconcepibile che l’interesse economico privato di una azienda possa mettere a rischio una intera comunità ed è assurdo che due bocciature, dalle autorità tecnico-politiche e dalla magistratura, non siano bastate per cancellare per sempre questo folle progetto.

Si riportano alcuni passi della sentenza del Consiglio di Stato: «A fronte del rischio di cedimento della diga, e in considerazione delle più ampie esigenze di tutela ambientale e di incolumità pubblica, del tutto legittima appare la conclusione di matrice cautelativa cui è pervenuto il Comitato Via». E ancora: «se si considera poi l’irreversibilità dei fenomeni indotti dalla subsidenza in un’area caratterizzata da conclamati da profili di fragilità, deve considerarsi ragionevole il ricorso del Comitato Via al principio di precauzione». Oggi come ieri e l’altroieri.

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