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09/23/2019
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L’Aquila, le zone archeologiche di Amiternum: l’anfiteatro romano

L’area archeologica dell’anfiteatro di Amiternum (posta in prossimità della Strada Statale 80, ai piedi del Colle S. Mauro e nei pressi del paese di San Vittorino) – è aperta al pubblico dal lunedì alla domenica dalle ore 8:30 alle 14:00  e accoglie le rovine del grande edificio dalla forma ellittica; i resti di una grande domus a peristilio la cui planimetria è articolata intorno ad un grande spazio all’aperto avente vari ambienti e un porticato; le strutture recentemente portate alla luce di un tempio porticato e di un tratto basolato della via Cecilia. L’edifico risale al I secolo d.C e le sue dimensioni sono modeste: l’asse maggiore misura 90 metri e il minore circa 68. Insieme al teatro, fa parte dell’antica città sabina che soltanto nel III secolo a.C. venne conquistata dai romani. I siti sono amministrati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo.

Essendo stato costruito in pianura, il complesso poggia su 48 arcate a tutto sesto articolate in due piani con una capienza di circa 6.000 persone. Il rivestimento interno dell’arena era interamente costituito da lastre di calcare. Gli archi e i piedritti sono decorati esternamente con semicolonne in laterizio dell’ordine tuscanico. Il corridoio anulare con volte a botte, comunicante con l’arena grazie alla presenza di piccole porte, può essere raggiunto tramite limitati ambienti radiali. Il podio era riservato ai personaggi illustri del tempo che sedevano su seggi fissi nella tribuna a loro riservata. Ancora oggi rimangono ben riconoscibili l’arena, la galleria anulare posta a ridosso del muro del podio, e l’ambulacro esterno i cui resti circondano tuttora l’edificio. L’intera struttura è stata realizzata in laterizio triangolare, con l’interno in pietrisco e malta idraulica, ed è caratterizzata dall’asimmetria tra il settore settentrionale e quello meridionale.

L’anfiteatro era interamente rivestito di mattoncini che – al contrario di come si potrebbe presumibilmente ipotizzare – non sono rettangolari, ma posseggono una forma triangolare con la base collocata verso la parte esterna per rendere la resistenza ancora più durevole. In un primo tempo gli anfiteatri furono costruiti in legno ed ebbero pertanto carattere temporaneo; in seguito si eressero edifici stabili in pietra, sia ricavandoli nel terrapieno, sfruttando così le caratteristiche naturali del suolo, sia costruendoli interamente in muratura con un’architettura più elaborata.

All’interno della struttura – contrariamente alla predisposizione funzionale del teatro romano – la vista doveva godere di tutte le agevolazioni possibili rispetto all’udito e dunque l’intero edifico era costruito in funzione dell’effetto visivo che ne sarebbe derivato. È inoltre di fondamentale importanza sottolineare che la struttura del teatro era stata originariamente inventata dai greci per poi essere ripresa e modificata dai romani, ma l’anfiteatro è stata una totale invenzione romana riservata ai combattimenti dei gladiatori, alle gare con i carri, ai giochi circensi, alle venationes con gli animali selvatici, alle gare atletiche, a spettacoli di puro e categorico divertimento.
Nella civiltà romana, infatti, gli spettacoli divennero la principale forma di intrattenimento sociale. Come è stato messo in luce, per il pubblico parteciparvi significava sentirsi parte della comunità; il loro valore politico e sociale era reso chiaro, anche visivamente, fin dalla gerarchia dei posti assegnati agli spettatori in base alla categoria sociale d’appartenenza, a cominciare dai senatori via via fino alle categorie più basse, tale che la loro distribuzione nella cavea diveniva specchio della gerarchia sociale. L’impatto monumentale dell’edificio era e resta eccezionalmente leggendario per l’armoniosa predisposizione delle sue rovine: l’apparente leggerezza visiva e al contempo la sua complessità costruttiva rendono dinamico l’inserimento nel paesaggio, con la sequenza di pieni e di vuoti caratterizzanti un involucro che ancora si apre con sorprese, moti d’incertezza, paura e grida, alla vista dell’arena. Visitarlo significa sentirsi parte di un vasto disegno che affonda le radici nel passato e rivive nell’immaginazione del presente.

Grazie alle documentazioni storiche che sono pervenute fino ai giorni nostri, è certo che nel 325 d.C. furono allestiti circa dieci spettacoli (judi juveniles o Iuvenalia), in onore delle divinità del municipio, dai giovani appartenenti alle famiglie del luogo.

Il complesso edilizio a peristilio adiacente all’anfiteatro, invece, presenta una struttura attorno ad un’ampia corte rettangolare dove gli ambienti sono mosaicati alle pareti con intonaci policromi che si dispongono con varie dimensioni in riferimento a un corridoio porticato. In assenza di scavi stratigrafici, non è stato possibile accertare la destinazione della struttura, la quale al momento può solamente ipotizzarsi come una proprietà privata, eventualmente trasformata nel tempo secondo una fruizione pubblica e adibita in seguito a funzioni religiose legate alla forte presenza cristiana nel territorio.

Poste a 250 metri dall’anfiteatro erano inoltre presenti le terme di cui rimane un muro alto tre metri a pochi passi dal fiume Aterno. Da un’epigrafe si apprende, infatti, che il senatore di Amiternum, Iulius Pompilius Betulenus Apronianus, fece costruire i bagni nella città. Più tardi – intorno al 325 d.C. – il patrono Caius Sallius Sofronius Pompeianus indisse il restauro di un acquedotto e delle fontane e consentì la ricostruzione delle terme, adornandole, secondo la consuetudine, con ampi colonnati e statue decorative.

La zona archeologica di Amiternum, che vanta un patrimonio storico eccezionalmente giunto fino ai giorni nostri, induce i visitatori a mettersi in ascolto, a osservare, a tastare con religioso rispetto pietre, cimeli, gradini smussati dai secoli che hanno il sapore di un’assenza grandiosa e ancora presente nell’immaginario collettivo; passeggiare dentro la vasta arena dell’anfiteatro – perdendosi giocosamente nel fascino della classicità  – sembra rispolverare un carme che da bambino ti dimentichi e poi improvvisamente ricordi con un lampo di approvazione. In fondo, basta poco per riscoprire le orme del passato, le nostre origini: basta guardare e vedere si può.

 

 

Valeria Consorte

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