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09/23/2019
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L’Aquila, le aree archeologiche di Amiternum: il teatro della città romana

Le aree archeologiche di Amiternum sono state istituite negli anni ’70 nel territorio comunale aquilano e si dividono rispettivamente nel Teatro (Strada Statale 80, San Vittorino, L’Aquila) e nell’Anfiteatro (Strada Statale 80 Dir, San Vittorino, L’Aquila). Separate dalla viabilità odierna e dal percorso del fiume Aterno, costituiscono la parte oggi visibile di un organico impianto urbano di età romana. Le predette zone, amministrate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, sono aperte al pubblico dal lunedì alla domenica dalle ore 8:30 alle ore 14:00.

La città antica sabina di 25.000 abitanti sorgeva arroccata sul paese di San Vittorino che era il centro più grande dei sabini – adoratori del Dio Saba. Secondo la leggenda, il Dio Fidio nonché fondatore della città di Curi sarebbe stato chiamato Subo Dio della guerra per il suo valore militare (Sabaot). Catone riteneva che il figlio di Sabo si chiamò Sabino e da lui avrebbero preso il nome i Sabini discendenti. Nella città, conquistata soltanto nel III secolo a.C dai romani, i quali costruirono non più in collina ma in pianura, lungo la via Cecilia si alternavano spazi con edifici pubblici, grandi domus e templi secondo un piano urbanistico regolare: la rete stradale, le strutture di rifornimento e di smaltimento idrico, il teatro e l’anfiteatro, il foro con curia e basilica, i templi e le terme. Tali elementi costituiscono importanti componenti di orientamento nella ricerca topografica ed urbanistica.

Il teatro, risalente al I secolo a.C. con una capienza di circa 3.000 persone, aveva tre ingressi principali: una scalinata sulla destra riservata al ceto popolare, a cui spettavano gli ultimi posti, e due ingressi principali nel lato destro o sinistro riservati alle autorità; a seconda del genere teatrale a cui si assisteva si imboccava un’entrata o l’altra. Se per assistere alla rappresentazione di una commedia teatrale si entrava dal lato destro, allora per la tragedia si accedeva imboccando il lato sinistro.

Nei propilei era presente un piccolo palco in legno che forniva un’anteprima dello spettacolo che si sarebbe tenuto nel teatro. La scena – al contrario del teatro greco che prediligeva una pianta a semicerchio con un basso proscenio – era rialzata e rettilinea. Al di sotto, infatti, vi erano poste quelle macchine valide per produrre gli effetti speciali: ascensori, ingranaggi, imballaggi e l’occorrente vario.

Il canale che ospitava il sipario, davanti alla scena, veniva raccolto in due ambienti (circolare e rettangolare) posti ai limiti del proscenio. Il sipario, infatti, si riavvolgeva in maniera orizzontale; sulla destra, la stanza circolare veniva utilizzata per ospitare una grossa bobina di legno che girando su se stessa avvolgeva il sipario, e sulla sinistra del lato opposto era presente una stanza quadrata dove nella camera di manovra si tirava la corda per richiudere il sipario.

Sul lato sinistro del teatro erano presenti delle stanze che Plinio Il Vecchio (scrittore e filosofo naturalista) denominava “Le camere di risonanza”, le quali costituivano la cassa armonica del teatro contribuendo ad aumentare l’effetto acustico dell’intera struttura. Tutto il teatro, in effetti, era studiato in funzione dell’acustica, la quale doveva riecheggiare perfettamente dalla scena ai posti più distanti ed elevati.

L’accesso alla visita dell’intero impianto dello spettacolo è possibile tramite una gradinata, attraversando i corridoi che presentano muri obliqui rispetto alla scena; i cunei delle gradinate, separati da cinque scalette radiali e dal corridoio che separava i settori sovrapposti, si sviluppano sulla gradinata inferiore e mediana.

La vasca decorativa del teatro, situata sul lato sinistro della scalinata d’accesso, nella parte interna era intonacata in malta idraulica perfettamente impermeabile e nella parte alta era lastricata e porticata con giochi d’acqua, cariatidi e anfore di pietra. Sul lato destro, è stata rinvenuta in tre sondaggi una grande domus di 5.000 mq (che è, dunque, tra le abitazioni romane urbane più grandi finora note in Italia) dall’Università di Berna e di Colonia.

La domus subì estesi crolli in seguito a un evento sismico collocabile nella metà del IV secolo. Nei pressi del tablino (stanza situata su un lato dell’atrio e di fronte all’ingresso) è stata rinvenuta una statua virile realizzata in marmo greco, che attualmente è conservata nel Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo, a Chieti. Il tipo statuario, che deriva dall’iconografia dei Castores, fu utilizzato anche per statue imperiali della metà del II secolo e costituiva una parte importante del programma di autocelebrazione di una classe di personaggi provinciali che rappresentavano il punto di riferimento locale.

Gli ultimi spettacoli realizzati nel teatro, di cui si ha una documentazione storica, risalgono al 7 dicembre del 325 d.C, quando l’allora patrono di Amiternum, Caio Sallio Sofronio Pompeiano, indisse due giornate di rappresentazioni teatrali.

I tragediografi latini di questo periodo si caratterizzarono rispetto ai greci per l’accentuazione degli elementi patetici e melodrammatici, oltreché della carica espressiva dei personaggi. È possibile, infatti, distinguere anche la raffinatezza delle rappresentazioni greche dalla crudezza di quella romane. I romani, infatti, introdussero nelle scene i condannati a morte come comparse da sostituire agli attori protagonisti. Nella rappresentazione scenica di una morte, dunque, i condannati potevano decidere se morire onorevolmente davanti a una platea pronta ad applaudire il momento saliente della tragedia. Se accettavano, la comparsa prendeva repentinamente la parte dell’attore e veniva assassinata in scena, esponendo gli spettatori alla forma più realistica mai esistita di arte teatrale. Fortunatamente, come dice il detto romano “Animal disputans, rationale” – l’uomo è un essere razionale e questa forma brutale di arte ha ritenuto non fosse tanto onorevole tramandarla fino ai giorni nostri.

 

 

Valeria Consorte

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