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12/09/2019
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[ESCLUSIVA] Intervista a Nadine Labaki: “Il cinema è la mia arma del cambiamento”

 

Nadine Labaki è tornata in Italia, a Lerici, insieme a suo marito Khaled Mouzanar (compositore e pianista) e alla sua troupe di artisti per eseguire le colonne sonore della pluripremiata pellicola cinematografica “Cafarnao – Caos e miracoli”. Protagonisti indiscussi del Gran Gala di apertura del Festival Suoni dal Golfo – che si svolge nella splendida cornice del Golfo dei Poeti e unisce le star della musica classica con l’Orchestra Excellence e l’orchestra sinfonica internazionale –, hanno eseguito uno straordinario concerto sugli accompagnamenti musicali dei film della regista, con la direzione artistica di Gianluca Marcianò, la presenza del bandoneón Mario Stefano Pietrodarchi e della cantante Rasha Rizk.

L’evento musicale si è svolto in seguito alla conferenza stampa con la regista presso l’Hotel Shelley e delle Palme – conferenza inserita come punto d’inizio per scavare insieme al pubblico le motivazioni dell’ultimo film di Labaki. La pellicola si è aggiudicata diversi premi e nomination; spiccano il Premio della Giuria a Cannes, il Golden Orange Award for Best Actor, il Golden Orange Youth Jury’s Award e le candidature ai Golden Globe Award e all’Academy Award come miglior film straniero. La trama potrebbe apparire lineare, ma è in realtà un insieme caotico di avvenimenti – un vero e proprio Capharnaüm – che illustra l’epopea del dodicenne Zain, il quale intenta una causa contro i genitori per averlo messo al mondo e non aver saputo garantire a lui e ai suoi molteplici fratelli una vita priva di maltrattamenti. Lo sfondo delle vicende è sulla capitale di Beirut dove con Zain si accavallano le vite dell’immigrata etiope Rahil e del suo bambino Yonas. “Cafarnao” è una lunga interrogazione sull’incoerenza del sistema costituito che mette in evidenza le problematiche dei quartieri più poveri e malfamati dove l’immigrazione clandestina, il maltrattamento infantile, il razzismo, la violenza, i fenomeni del brainstorming convivono confusamente generando un grido d’aiuto collettivo inascoltato dalla politica. L’impatto visivo del dramma è una proiezione frammentata della realtà; le riprese sono nervose e in continuo movimento, le angolazioni della cinepresa di Labaki catturano tanti riflessi – dall’alto, dal basso, trasversali – e in questo senso la telecamera può essere intesa come uno specchio rotto. Lo spettatore si trova alle prese con una storia pungente ed elusiva che non viene affatto narrata in maniera lineare.

 

 

È stato importante per me eseguire un processo di adattamento della realtà, basarmi sui fatti e sul rispetto dell’autenticità. Ho sentito il bisogno di rappresentare la parte del mondo meno osservata dagli altri, quella meno tutelata. Ho portato alla luce l’invisibilità dei bambini. Le persone li osservano di continuo lungo la strada, ma non li vedono veramente. Non ho mai chiesto ai miei attori non professionisti di adattarsi alla recitazione. Sono stata io ad adattarmi alla loro storia. In questo senso, ho impiegato così tanti anni per fare il film perché è stato un vero e proprio processo di adattamento.

 

Quando parli dell’ispirazione capace di creare i tuoi film usi il termine “ossessione”. L’ossessione come leva della tua vena creativa, una volta che genera, che esaudisce un certo desiderio e produce un film, dove finisce?

 

Sì, è importante per me usare questo termine, parlare di un’ossessione, perché l’ossessione rappresenta un vero e proprio bisogno di esprimere la parte più sincera di me stessa. Il cinema è un’arma del cambiamento fondamentale e lo utilizzo soprattutto per esprimere qualcosa che è profondamente radicato in me. Non voglio che i miei lavori siano soltanto delle storie, un’altra fiction o un altro film – un insieme di collezioni private e pubbliche. Sacrifico molte ore della mia vita e sacrifico me stessa per il cinema. Dunque, le mie ossessioni indubbiamente servono a esporre una parte di me stessa e quello che ogni giorno trovo esposto, brutalmente, davanti ai miei occhi.

 

 

Hai cominciato a dirigere video musicali, a girare spot televisivi e a lavorare nel cinema quando eri soltanto una ragazza. Dopo tutti questi anni di duro lavoro, l’esperienza ha influenzato in un certo qual modo la tua vita, le decisioni del presente e del futuro riguardanti la tua carriera? Quanto sei diversa dall’inizio?

 

Veramente molto diversa. Ho iniziato a lavorare quando ero molto giovane e avevo veramente pochissima esperienza nel campo cinematografico. Indubbiamente, ho fatto molti laboratori e ho sempre seguito gli insegnamenti di alcuni maestri dei miei corsi, ma quando sei al tuo primo film non puoi essere certa di quello che hai appena generato. Come potresti? E naturalmente, nel corso degli anni, sono diventata tante cose contemporaneamente: una madre, una moglie, una donna adulta. Inizi a vedere il mondo in un modo diverso, che è totalmente differente da quello che riuscivi a captare per te soltanto. Anche i tuoi occhi cambiano e in questa trasformazione ci sono cose che riescono a colpirti più di altre. È davvero l’età a condurti verso i reali traguardi della vita.

 

Quando eri soltanto una bambina hai vissuto durante le due guerre in Libano. In questo senso, esiste una sorta di parallelismo tra l’innocenza di Zain nel film “Cafarnao – Caos e miracoli” e la bambina che sei stata?

 

È vero e naturalmente già a quell’età avevo un’idea precisa di che cosa significasse la guerra, che cosa comportasse, che non andasse nella giusta direzione. Le prime vittime delle atrocità umane sono sempre i bambini. Rimangono delle vittime in qualsiasi caso e in qualsiasi modo. I bambini si trovano faccia a faccia con il dolore, la morte, la miseria, la paura, la crudeltà, con situazioni totalmente ingestibili e irrimediabilmente ne risentono in qualsiasi modo, in qualsiasi caso. Personalmente, di certo sono diventata molto sensibile alla tematica perché il mondo – nonostante gli anni – non sta andando sulla strada che, invece, dovrebbe imboccare. Crescendo sono incappata in quest’idea di provare a migliorare la realtà, di provare a rendere il mondo un posto più sicuro per tutti. Certamente sono stata una bambina come Zain. Quando vedi bambini per strada, bambini senza cibo, bambini senza amore, costretti a lavorare, a vendere fiori, che hanno perduto tutto… non puoi non sentire addosso il macigno della responsabilità.

 

Dunque ti consideri una vera “umanista”, non una femminista. Giusto?

 

Non sono una femminista. È vero, sono una vera umanista. Oggi non so che cosa voglia dire esattamente essere una femminista; questo termine ha così tanti significati e così tante diverse prospettive per il mondo intero… Di certo apprezzo molto vedere e seguire tante donne forti al potere che tentano di cambiare il sistema, ma questo piacere non fa di me una femminista. Preferisco molto di più essere definita una vera e propria umanista, sì. (Risata)

 

Con il tuo ultimo film “Cafarnao – Caos e miracoli” non credi di aver inventato un nuovo modo di dirigere, di fare cinema?

 

Se intendi in un senso più ampio, no, non lo credo. Penso di aver inventato il mio metodo, un nuovo modo di lavorare e di collaborare con gli attori e tutta la troupe. Ho inventato quello che è più conveniente per me, che rispecchia la mia personalità. Mi piace passare molto tempo insieme ai miei attori quando sono alle prese con un nuovo film. Non ho paura di fare un lavoro collettivo, di scambiarci idee, di collaborare nel vero senso di questa implicazione. Da questo rapporto spesso vengono alla luce cose straordinarie che non avrei mai potuto generare facendo tutto da sola.

 

Questa sera c’è il concerto con tuo marito Khaled Mouzanar – compositore e pianista – che ha ideato le tracce musicali di tutti i tuoi lavori cinematografici e pubblicitari. Come si articola la vostra collaborazione lavorativa?

 

Il nostro metodo di lavoro è molto naturale, addirittura organico. Io traggo ispirazione dalla sua musica e lui dalla lettura delle mie sceneggiature; è un vero e proprio scambio reciproco perché io lavoro molto in casa – l’ambiente che trovo più congeniale per il processo creativo in generale e la scrittura in particolare. Lavoriamo in sintonia. Lui magari inventa qualcosa al pianoforte e mi fornisce l’ispirazione giusta per una sequenza. Penso che l’ispirazione sia reciproca. Dopotutto siamo marito e moglie, viviamo insieme e tutto avviene in maniera spontanea e al contempo professionale. Ci completiamo a vicenda. Non è come improvvisamente svegliarsi e  sentire un imperativo: “Ora dobbiamo lavorare!”. No, in realtà lavoriamo di continuo, senza pause, ma in un modo spontaneo. Ed è bello così. Talvolta ci sono delle difficoltà, ma per la maggior parte del tempo è davvero divertente.

 

 

Valeria Consorte

 

 

(Credits for the photo to Irene Gennaro – Suoni del Golfo)

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