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09/18/2019
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Il Giro d’Italia: scrittori di professione dietro una carovana che viaggia per la nazione

Settimana scorsa l’Abruzzo è stata protagonista del tanto atteso Giro D’Italia, ma quanto è importante questa manifestazione per la nostra nazione?

 

 

Il Giro d’Italia nasce nel 1909, quando la penisola Italiana era unita solo nominalmente e non di fatto. Le vie di comunicazione erano scarse ed i mezzi quasi inesistenti, per questi motivi la maggioranza degli Italiani non conosceva ulteriori territori oltre al proprio. Questo comportava notevoli differenze non solo a livello linguistico, ma anche di cultura, tradizioni, cucina ed il Giro rappresentava una prima percezione di “unità”, un legame da nord a sud.

 

Il ciclismo fu uno sport subito molto apprezzato, gli scrittori di professione seguivano appassionatamente il Giro d’Italia contribuendo al successo della gara ciclistica raccontando e descrivendo i luoghi d’Italia in cui il Giro passava, luoghi per il pubblico tutti da scoprire. La televisione non era ancora diffusa (la diretta arriverà solo nel 1957) ed i cittadini potevano seguire le varie tappe solo attraverso la radio o le parole di questi scrittori che raccontavano la bellezza e la fatica dei volti degli atleti, ma non solo: apprezzavano la gastronomia delle varie regioni, la gioia  degli spettatori, la conformazione geografica del territorio, la cultura e i costumi, i vincitori. Molto spesso, più che articoli giornalistici, veniva chiesto loro di scrivere vere e proprie narrazioni, approfondimenti: i lettori rimanevano incantanti di fronte alla grandezza e alla bellezza dell’Italia che davvero era una realtà nuova.

La Gara diventerà quindi uno fra i primi legami che unirà i vari territori facendoli sentire realmente un tutt’uno.

 

 

Altro motivo del grande successo della nota gara ciclistica fu proprio lei, la protagonista, la bicicletta. Sebbene nasca come bene di lusso, ben presto diventerà un oggetto popolare per antonomasia con cui si recavano a lavoro i fattorini, i muratori, gli operai. Tutt’ora, in alcune località (si pensi all’Emilia Romagna), la biciletta è parte integrante della cultura e delle abitudini quotidiane di tutti. La biciletta era quindi simbolo di libertà, simbolo dei lavoratori, degli umili lavoratori. Il primo Giro d’Italia, infatti, fu vinto proprio da Luigi Ganna: un muratore.

 

 

 

La manifestazione era quindi una gara aperta proprio a tutti, e i corridori che vi partecipavano erano spinti soprattutto dal desiderio di riscatto e di vincere qualche soldo per aiutare l’economia familiare.

 

 

 

Dopo l’interruzione per la guerra dal 1941 al 1945 la Gara è tornata a disputarsi nel 1496: il “Giro della rinascita”. L’Italia era cambiata: c’erano rovine, gente che soffriva, campi distrutti eppure c’era anche quella sensazione di rinascita, di un paese che dalle sue stesse ceneri risorge. Roghi in “Per tutti gli italiani” affermerà che: “c’è qualcosa che risorge o forse soltanto si palesa, perché non è mai morta: la certezza del domani, uniti e fratelli, piegati, ma liberi, da Torino a Napoli, da Firenze a Trieste. Gli atleti siano i messaggeri di questa buona novella”.

 

 

 

 

Negli anni ’50 il Giro entra in diretta televisiva,  diventerà presto più commerciale rispondendo anche alle logiche della pubblicità. Cambino le bicilette, i premi, i corridori, le strade: prima infatti queste ultime erano rovinare, rudimentali, non esistevano ancora tecnologie per le bici o l’assistenza alla gara. Soprattutto cambia la comunicazione, più moderna ed attuale, tutti potevano guardare la gara comodamente dal proprio divano di casa e per tale motivo il ruolo dello scrittore non aveva più senso di esistere.

 

 

Naomi Di Roberto

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