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09/19/2019
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[Recensione] “Ceneri alle ceneri” di Harold Pinter

Ceneri alle ceneri, Harold Pinter

Einaudi – Collezione di teatro

Trad.  Alessandra Serra

pp. 47

€ 10,00

 

 

Nel bel mezzo di un’assurda serata d’estate, ci troviamo in una stanza al pianterreno avente una grande finestra con vista sul giardino. La casa è immersa nella campagna. L’arredamento della stanza forse è essenziale, oppure non lo è. Ai lettori è dato sapere molto poco, il necessario: ci sono due poltrone e due lampade. Man mano che passa il tempo le luci si intensificano, ma la stanza si oscura. Il bagliore artificiale diventa quasi accecante ma non mostra alcunché, nessun particolare. La luce accompagna, invece, i due personaggi verso la sconfitta. Devlin e Rebecca sono un uomo e una donna di quarant’anni. Anche su di loro non è dato sapere molto; perlomeno non all’inizio dell’opera. Forse sono sposati o forse sono soltanto i compagni di una vita, fatto sta che si trovano nel mezzo di una intermittente e assurda conversazione. Come le lampade della stanza, i ricordi di Rebecca riaffiorano man mano che la discussione si accende di colore. Alle semplici e dirette domande di Devlin corrispondono delle risposte sibilline che rispolverano una realtà seppellita. Sono risposte dove le contraddizioni, i luoghi comuni e le ansie affiorano in una marea che spegne per sempre la luce del faro.

 

Elefantiasi mentale significa che quando versi una goccia d’olio, per esempio, questa subito si espande a macchia d’olio. Diventa un mare d’olio che ti circonda tutto e finisci per affogare in uno spesso mare d’olio. È terribile. Ma la colpa è solo tua. L’hai voluto tu. Non ne sei la vittima, bensì la causa. Perché sei stato tu il primo a versare l’olio, sei stato tu a consegnare loro il fagotto.

 

La commedia è stata rappresentata in Italia nel 1998, a Palermo, con la regia dello stesso Pinter e con gli attori Jerzy Stuhr e Adriana Asti, ottenendo subito un discreto successo. Insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 2005 e dopo aver ricevuto nel 2007 la Legion d’onore in Francia, Pinter ci lascia nell’anno successivo all’età di 78 anni. Drammaturgo rivoluzionario, sceneggiatore, romanziere e poeta, è sempre stato schierato contro la violazione dei diritti umani e dal ’70 in poi, infatti, si è dedicato perlopiù alla produzione di testi impegnati. La sua opera disordinata e apparentemente caotica è stata fortemente influenzata da Samuel Beckett, Eugène Ionesco ed Edward Albee; esponenti, insieme a molti altri, del cosiddetto “Teatro dell’assurdo”.

Nel secondo dopoguerra il teatro dell’assurdo mette in scena squarci scomposti di quotidianità, assemblati in modo da scardinare regole e convenzioni narrative. Le trame sono assenti e dominate da una vuota immobilità che rasenta la follia, trasmettendo nei lettori angoscia e frustrazione. Lo scopo è mostrare l’assurda condizione precaria dell’uomo immerso nella sua bolla personale e dunque nella dimenticanza delle Guerre Mondiali, un uomo che si dimena nell’industrializzazione e nel consumismo di una civiltà indifferente alla tragedia. Questo stile teatrale trae la sua ragion d’essere da profonde influenze con l’esistenzialismo, le avanguardie surrealiste e il dadaismo.

Anche nel caso di “Ceneri alle ceneri” Pinter non ammette eccezioni al suo corpus omogeneo di opere. I dialoghi sono serrati, spesso ripetitivi e dominati da pause paradossali che incuriosiscono il lettore. Il rifiuto di un linguaggio logico sequenziale sovverte le regole teatrali e quelle peculiarità che dovrebbero caratterizzare la personalità dei protagonisti. Le incoerenze, infatti, si trovano in agguato dietro qualsiasi riga del testo per capovolgere le poche certezze sulla storia che viene raccontata.

Le grandi rivelazioni su gesti efferati, come succede tutti i giorni, emergono da piccoli frammenti di verità quotidiane. Pinter semina in questa tragicommedia tanti indizi fatti di pause, ripetizioni, echi lontani, sguardi che sfociano in fissazioni ostinate. Entrando in quel luogo oscuro che è la memoria, rispolvera le convinzioni incrollabili di tutti, le dimenticanze, i segreti, le menzogne, le avversità. Affronta la portata dilagante del male sul pianeta, le trappole, le maschere che costituiscono il fulcro della normale vita comune. È nei silenzi, nei tic nervosi, nella malattia che la verità viene a galla.

 

Mi ha profondamente turbata. (Pausa). Sono proprio turbata. (Pausa). Non vuoi sapere il perché? Beh, te lo dirò lo stesso. Se non lo dico a te, a chi vuoi che lo dica? Ora te lo dico. Mi ha colpito. Vedi… ho pensato che mentre la sirena si affievoliva per me, per qualcun altro stesse diventando sempre più forte.

 

La rievocazione mnemonica è il fulcro da dove si origina il dramma pinteriano. Come succede già molti anni prima con “Tradimenti” (1978), di volta in volta, i personaggi virano verso una personale ricerca identitaria sospesa tra il passato e il presente. Attraverso questo processo, la “logora” istituzione matrimoniale viene a galla nella sua interezza, rivelando la borghese messinscena di tutti i giorni. Il tradimento e le avventure occasionali sono forme comportamentali che caratterizzano la realtà coniugale senza che si alzi mai troppo il tono di voce per renderlo noto.

Nel luogo della memoria di Devlin e Rebecca, le zone oscure della sessualità umana esplorano una relazione dipendente con forme di potere e prevaricazione in cui il piacere e il dolore sono strettamente interconnessi. Rebecca comincia il suo racconto dalla rievocazione di un’avventura sessuale con un amante sospetto e da lì il suo cammino del ricordo si ingarbuglia verso tante diramazioni che conducono allo stesso punto d’arrivo. Il percorso di questo tragitto ferisce, poiché compiendolo si assiste a spettacoli immondi come l’Olocausto. Il punto di svolta della storia è in effetti proprio questo. Un punto morto che, pur accumulando diverse sfaccettature di rivelazioni, rimane sulla miserabile sconfitta dell’umanità.

Sotto la garbata apparenza degli ipocriti, i rapporti sociali si imbevono di umiliazioni, crudeltà e una profonda solitudine esistenziale. Un isolamento che nel caso di questa tragicommedia si coglie nella stessa immagine di copertina utilizzata dalla casa editrice Einaudi. Il Nudo seduto con calze viola di Egon Schiele (1910) rivanga una realtà macabra e una serie di vicende raccapriccianti che i due protagonisti hanno infossato (e insozzato) nella macchina difettosa della memoria.

 

Uscii nella città gelida. Anche il fango era ghiacciato e la neve era di un colore strano. Non era bianca. Anzi no, era bianca ma c’erano anche altri colori. Come delle vene che le scorrevano sotto. E non era nemmeno liscia, com’è la neve, come dovrebbe essere. Era piena di cumuli.

 

Pertanto, è arrivando alla fine – scavando nelle contraddizioni, interpretando il sottotesto, cogliendo lo humour grottesco delle ripetizioni e delle interrogazioni a cui già si conosce una risposta – che si risolve il segreto apparentemente assurdo dell’opera di Pinter e della vita dei suoi personaggi.

 

Valeria Consorte

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