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12/12/2017
HomeIntrattenimento“E a mio nipote Albert lascio l’isola che ho vinto a Fatty Hagan in una partita a poker” di David Forrest, gioiellino della letteratura umoristica ed antimilitaristica inglese

“E a mio nipote Albert lascio l’isola che ho vinto a Fatty Hagan in una partita a poker” di David Forrest, gioiellino della letteratura umoristica ed antimilitaristica inglese

Un romanzo che sarà capace di strapparvi una risata e allo stesso tempo di farvi riflettere, attuale nonostante sia uscito in Italia ben quaranta anni fa

“E a mio nipote Albert…”, romanzo dal titolo talmente lungo da essere difficile da ricordare, è un romanzo umoristico scritto da due giornalisti britannici, Robert Forrest-Webb e David Elias, sotto lo pseudonimo di David Forrest, degno di essere riscoperto oggi più che mai. Il libro è stato scritto nel 1969, l’anno in cui l’uomo mise piede sulla Luna, l’anno del famigerato concerto di Woodstock, ma anche l’anno del K-19, della Primavera di Praga, della guerra in Vietnam; insomma un anno in cui Stati Uniti ed Unione Sovietica se le davano ancora di santa ragione sulla pelle altrui. Non a caso il tema di questo romanzo è proprio questo, la Guerra Fredda, trattata con una vena satirica e brillante, ma capace comunque di provocare un sorriso amaro in qualche passaggio.

Scorrendo le pagine del libro possiamo seguire la storia di una piccola isola, o meglio uno scoglio, nello Stretto della Manica; un posto che non presenta nulla di interessante per nessuno, neanche per Albert, che riceve in eredità quella landa pietrosa da suo zio Alf (che la vinse in una storica partita a poker contro l’amico Fatty Hagan), e che trova motivo di visitare il suo nuovo possedimento solo per la bella Victoria, che si reca lì a prendere il sole. I due sembrano vivere un meraviglioso idillio, tutti soli sull’isola di Roccamalora (un nome che di certo non rimanda ad ameni presagi), quando la realtà storica di quegli anni li travolge, quasi letteralmente, nella forma di un enorme peschereccio che si arena a pochi metri da loro, sul quale sventola la bandiera rossa dell’URSS; la nave, il Dmitri Kirov, si scopre non essere semplicemente a caccia di prede nel pescoso mare inglese, ma di essere la copertura di un sofisticato mezzo di spionaggio del KGB. Così Albert si ritrova, consigliato dal padre di Vittoria, un avvocato ubriacone, ad affittare metà dell’isola ai sovietici, divenendo padrone di una somma spropositata. Ma le fortune (e le sfortune) del giovane non finiscono qui, infatti l’altra metà di Roccamalora viene occupata da un reparto di Marines, che la affitteranno per conto degli Stati Uniti, raddoppiando il patrimonio di Albert.

Si cominciano ad erigere barriere di filo spinato, reticolati, innalzare torri di guardia e pattugliare il confine, che diventa d’un colpo il fulcro mediatico dello scontro fra est ed ovest del mondo; i giornalisti assaltano l’isola, le cornette dei Presidenti di tutti i Paesi cominciano a tremare, la Gran Bretagna si trova al centro di una polveriera, col rischio di essere la prima a saltare per aria in caso di conflitto. Il muro di Berlino viene messo da parte, così come il confine fra le due Coree, nesssuno pensa più ai Vietcong, tutte le telecamere e tutti i microfoni sono puntati su Roccamalora, uno scoglio insignificante sul quale soldati statunitensi e sovietici si sfidano all’ultimo sguardo cercando di tenere i nervi saldi e non commettere la sciocchezza che avrebbe causato la Terza Guerra Mondiale… o perlomeno questo è ciò che pensano tutti.

In realtà sull’isola, dopo il primo periodo di tensione, le relazioni fra “Roccamalora Est” e “Roccamalora Ovest” si sono distese, e i due “nemici” cooperano fra loro per cavare il possibile dalla miseria che li circonda. Fra vicende grottesche e situazioni esilaranti, dovute alla mancanza di alcol ed alla presenza di sole due donne sull’isola, che catalizzano l’attenzione di tutti, i roccamaloriani dimostreranno che le divisioni tanto decantate dai rispettivi leader non esistono, di essere tutti ugualmente bisognosi l’uno dell’altro. Si arriva così al fulcro del discorso che è quindi l’inutilità dell’odio, la capacità che hanno la fraternizzazione e la conoscenza di distruggere tutte le barriere, anche quelle di filo spinato; infatti, come afferma Clancy a proposito di una lumaca marina che avrebbe dovuto gettare in pentola ma alla quale si era affezionato, «Finché si è estranei non c’è niente di male, ma quella la conoscevo». Questo è il punto, l’odio, la divisione, sono dati dall’ignoranza; sforzandoci di infrangere i luoghi comuni riusciremmo a vedere che negli altri, in quelli che sono apparentemente diversi ed opposti da noi, si nasconde un cuore, un cervello, in tutto e per tutto simile al nostro.

Un libro che, come si suol dire, andrebbe letto nelle scuole, ma che purtroppo non è appropriato a tale fine a causa di alcuni riferimenti e situazioni che, pur culminando in scene del tutto patetiche, sono densi di malizia che (grazie al cielo!) i bambini non comprenderebbero.

Ritengo la lettura di questo romanzo, leggero ed ironico, adatta a porsi delle domande sul mondo che ci circonda, poiché anche se la Guerra Fredda è terminata e l’URSS si è sciolta, la Terra rimane preda di divisioni sempre più nette, basti vedere quella che da mezzo secolo persiste tra Corea del Nord e Corea del Sud, o tra Stati Uniti e la piccola isola di Cuba, o le varie polveriere mediorientali. Tutte potenziali Roccamalora, dalle quali potrebbe partire la scintilla per la distruzione, o magari, come ci auspichiamo dalla lettura del libro, quella che faccia rendere conto a tutti dell’inutilità delle divisioni, come sul piccolo scoglio si rendono conto che «Non erano più russi o americani: erano isolani di Roccamalora».

Antonio Legnini

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